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I paradisi del doping: dal Marocco alla Colombia, dove i controlli non arrivano

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Antidoping

Credit Foto Getty Images

DaSimone Eterno
30/10/2019 A 13:38 | Aggiornato 30/10/2019 A 13:44
@Simon_Forever

Dagli altipiani del Marocco alla Rift Valley in Kenya, dalle regioni montuose colombiane a quelle slovene: sempre più atleti scelgono esotiche destinazioni nei loro periodi di preparazione, lontano da occhi indiscreti e dai controlli dell'antidoping. Come sottolineato nell'edizione odierna del Corriere della Sera, infatti, i controlli...

Non è una novità che tanti - tantissimi - atleti professionisti scelgano di allenarsi per periodi più o meno lunghi in località dove l’aria è più pulita e gli occhi sono più discreti; e questo non significa automaticamente che si stiano producenti in attività illegali; ma il rifugiarsi in angoli reconditi del pianta è, a oggi, anche il metodo migliore per sfuggire ai controlli a sorpresa: gli unici, di fatto, che riescono a smascherare chi bara.

E così, come sottolinea questa mattina un articolo di Marco Bonarrigo apparso sul Corriere della Sera, la lotta dell’antidoping a chi prova ad aggirare le regole si sta facendo sempre più difficile. Il caso più recente è quello del ciclismo, dove gli investigatori del CADF - Cycling Anti-Doping Foundation - hanno ricevuto il benservito dalla federazione internazionale. Il motivo? Un elevato costo a fronte di un relativo scarso risultato. Mentre i record nel mondo vengono abbattuti in quasi tutte le discipline e si registrano di periodo in periodo nuove prestazioni mirabolanti, gli ultimi ‘beccati’ con le mani nel sacco sono atleti di bassissima lega: indonesiani, azeri, iraniani. Tutti puliti gli altri? Non vi è certezza, se non appunto nella crisi che hanno subito nell’ultimo periodo i controlli a sorpresa, gli unici in grado di smascherare le falle in un contesto ormai dove la positività viene pescata soltanto a poche ore dall’assunzione di determinati farmaci.

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Doping - Anabolic - Steroids

Credit Foto Getty Images

Porto franco del doping: dal Marocco alla Colombia, ma non solo

Nel suo articolo, il collega Marco Bonarrigo, cita a sua volta un episodio registrato dai giornalisti di Le Monde. Alcuni cronisti del quotidiano francese avevano chiesto all’ultimo vincitore del Tour De France Egan Bernal quanti controlli a sorpresa avesse ricevuto nella sua Colombia: “Non ne ho idea”, fu la risposta di Bernal, che nuovamente incalzato dalla domanda “ci dia un numero approssimativo da 1 a 100”, replicava nuovamente con un “Non so rispondere”.

Questo, giusto sottolinearlo a fine di equivoci, non vuole assolutamente essere un’accusa all’ultimo vincitore del Tour, ma casomai un’ulteriore prova per sottolineare come esista una grossa falla nel sistema di controllo. E come qualcuno, ad esempio, ne riesca ad approfittare. Inviare in villaggi sperduti un ispettore è di per se pratica complicata oltre che economicamente dispendiosa; bisogna rintracciare l’atleta - che deve sì comunicare su una specifica app la sua posizione, ma ha a disposizione 3 ‘no-show’ prima di essere automaticamente squalificato - e infine si deve spedire in un laboratorio europeo il campione rilevato. Il tutto in un momento storico dove in Sud America ci sono solo due laboratori (e ad operatività ridotta), in Africa uno (Nairobi), in Russia sono finiti nello scandalo e persino in Europa, dopo i clamorosi sviluppi che sta tirando fuori il caso Schwazer, iniziano a sorgere dei dubbi...

Alex Schwazer, Getty Images

Credit Foto Eurosport

Il caso clamoroso: Clemence Calvin

E così si possono registrare casi emblematici come quello della maratoneta francese Clemence Calvin, autrice nella scorsa primavera di un caso al limite del paradossale. La Calvin è infatti tra le poche atlete al mondo a contrastare il dominio delle africane. Argento agli europei nel 2014 sui 10 mila metri, si è ripetuta sui 42 chilometri nel 2018 a Berlino. Peccato che sul suo passaporto biologico ci sia qualcosa in più di un sospetto. La Calvin è infatti di base a Ifrane, in Marocco, dove trascorre insieme al marito mezzofondista tutti i suoi periodi di allenamento. Ma è nello scorso aprile che si è registrato qualcosa di clamoroso. Dopo aver cambiato 13 indirizzi in 15 giorni sull’app Adams (ovvero l’app ufficiale per la reperibilità della agenzia mondiale antidoping), lo scorso aprile la Calvin è stata braccata dalle autorità francesi dell’antidoping - le uniche che possono agire fuori dai confini nazionali. Localizzata solo dopo l’aiuto dell’Intelligente transalpina (la Calvin aveva ‘giocato’ con gli indirizzi civici e altri escamotage), la francese è stata protagonista di una clamorosa fuga tra le bancarelle di un mercato locale. E’ scattata così la squalifica immediata, ma dopo il ricorso dell’atleta è arrivata una revoca dei tribunali francesi per un vizio di forma. Morale della favola pochi giorni dopo la Calvin ha partecipato alla maratona di Parigi chiudendo al quarto posto - prima delle non africane - e scrivendo il record francese in 2 ore 23 minuti e 41 secondi (il precedente era di Christelle Daunay in 2 h 24 min 22 sec, registrato nel 2010).

Le immagini di Clemence Calvin all'ultima maratona di Parigi, il 14 aprile 2019. Calvin ha chiuso in 2:23:41, battendo il record francese di 41 second

Credit Foto Getty Images

Un caso limite, quello della Calvin, ma che dimostra la difficoltà di accedere a determinati luoghi del pianeta. Marco Bonarrigio, nella sua mini-inchiesta, ne cita altri: dall’Etiopia alla Rift Valley in Kenya, dove una sostanza come l’EPO è addirittura il libera vendita. Ma anche il versante greco di Cipro, dove tanti atleti russi avevano posto la loro base o recondite regioni montuose in Slovenia.

La soluzione? Più risorse economiche, ma...

Evidente come la libertà di circolazione sia un diritto inviolabile dell’uomo; e come ogni atleta sia libero di allenarsi dove lo ritenga più opportuno, di soluzioni possibili per continuare a dare una credibilità a determinante discipline - ma allo sport comunque più in generale - non se ne vedono. Almeno nel breve periodo. La geolocalizzazione degli atleti resta la soluzione migliore, ma senza pesantissimi investimenti in un maggior numero di ispettori e al tempo stesso di laboratori autorizzati alle analisi, diventa una lotta complicata. Insomma, servirebbero tanti denari. E da questo punto di vista il taglio recente nel mondo del ciclismo citato a inizio articolo va in direzione opposta.

Una dispensa farmaceutica dei Lancet laboratories, l'unico laboratorio accreditato dalla WADA in Africa, a Nairobi, capitale del Kenya

Credit Foto Getty Images

La federazione francese antidoping, una delle più attive da questo punto di vista, sta pensando di ovviare il problema vietando espressamente alcune località. Al di là delle difficoltà giuridiche nel redigere la norma (che bloccherebbe di fatto la libertà individuale dell’uomo), quel che è certo è che morto un ‘porto franco’ se ne potrebbe trovare piuttosto facilmente un altro. A meno di non obbligare ogni singolo atleta professionista a rimanere ad allenarsi dentro i confini nazionali di ogni federazione, aprendo però a quel punto un altro macro tema di discussione: la disparità di condizioni di allenamento.

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