Impressioni di settembre. Sul circuito dei tre monti di Imola, Vittorio Adorni sente l'odore della terra, s’alza in piedi, stringe il manubrio e fa la fuga. Rik Van Loy è lì prontissimo: quel magnifico corridore belga che ha già vinto due Mondiali, una Sanremo, due Fiandre, tre Roubaix, la Liegi e il Lombardia. Lino Carletto e il portoghese Agostinho s’aggrappano ai due campioni e macinano strada tra i fusti di grano: a inseguirli sono Merckx, Janssen e Poulidor marcati da Bitossi, Motta, e Felice Gimondi. Mancano novanta chilometri e quanto verde è ancor più in là: Adorni si volta e vede il ciglio fiacco di Van Loy, scatta sulla rampa di Frassineto ed è già fuggito. Sarà un trionfo. Sul traguardo del Santerno si sente solo il suono del suo passo: il primo settembre 1968, Vittorio Adorni è campione del mondo.

https://imgresizer.eurosport.com/unsafe/0x0/filters:format(jpeg)/origin-imgresizer.eurosport.com/2018/09/14/2418889.jpg
Ciclismo
Ciao Felice Gimondi, un campione che vive nella curva del silenzio
17/08/2019 A 11:03

This is the dawning of the Age of Aquarius e il mondo sta cambiando da un piccolo palcoscenico off-Broadway. Il tennis è appena entrato nell’era Open e il primo giocatore afroamericano trionfa a Flushing Meadows su un campo che oggi porta il suo nome. Sono i giorni di grazia di Arthur Ashe e quelli della protesta di Tommie Smith, che corre i 200 metri olimpici per la prima volta sotto i venti secondi: 19’83. Sul podio di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos (terzo) salgono scalzi, alzano il pugno e chinano il capo: il guanto nero è per il Black Power contro la violenza razziale e perfino l’australiano Peter Norman, secondo, si mette il distintivo dell’Olympic Project for Human Rights.

In Italia, il 10 giugno 1968, la Nazionale di calcio vince gli Europei a Roma, Stadio Olimpico: al replay della finale con la Jugoslavia, segnano Riva e Anastasi. Il capitano, Giacinto Facchetti, solleva la coppa. Nei mesi del Movimento studentesco, l’immaginazione è al potere e il primo settembre, Willy Van Springel giunge nell’Autodromo di Imola dopo 9 minuti e cinquanta secondi: un record destinato a non essere scalfito nella prova iridata. Il Mondiale è di Vittorio Adorni, un uomo gentile, bello, elegante.

Già vincitore del Giro nel 1965, Vittorio Adorni non fornisce una quota nostrana alla controcultura beat, però è l’anello dorato che unisce gli eroi del ciclismo italiano a una nuova modernità; che tramanda le imprese di Coppi, Bartali e Fiorenzo Magni con la sua padronanza umana e sportiva. Sì, Adorni è un uomo moderno che brilla nella tradizione. Del Processo alla tappa di Sergio Zavoli diventa ospite fisso perché è cortese, espressivo e disinvolto, così si trova a discutere di ciclismo con Brera, Biagi, Montanelli, Pier Paolo Pasolini. Qui nasce la figura autorevole del commentatore tecnico e un anno dopo, sempre sulle strade del Giro, Adorni s'affianca in corsa ad Anquetil e lo intervista, in francese, con un radio-telefono per la trasmissione in presa diretta. Vittorio e Maitre Jacques sono cavalieri raffinati.

Nel 1968, aveva già messo un sorriso sulle critiche al Giro e per tutta quell’estate divisa tra bici e televisione, dai lunghi allenamenti alla conduzione del quiz Ciao Mamma sulla Seconda Rete (RAI). Il prezzo da pagare è quell’opinione che l’accusa di non aver fatto vincere il Giro a Gimondi. La sua impresa è la maglia iridata nell’anno della rivoluzione.

Nel 1968 nacque l’idea di una squadra mista fra italiani e belgi e ai tempi non era semplice perché Belgio e Italia erano la spina dorsale del ciclismo. Fra loro parlavano fiammingo, con noi il francese. Io e Merckx eravamo i due capitani e ci mettemmo in camera insieme. L’inizio di quell’anno fu così: lui era campione del mondo ma non aveva mai vinto una corsa a tappe, nemmeno di tre giorni. Gli dissi: ti aiuto a vincere una corsa piccola e accadde in Sardegna.
https://imgresizer.eurosport.com/unsafe/0x0/filters:format(jpeg)/origin-imgresizer.eurosport.com/2018/09/14/2418893.jpg

Eddy Merckx s’era svelato all’Italia tra i mandorli in fiore del Naviglio Pavese e gli ulivi argentei della Cipressa. Quel giorno, il 20 marzo 1966, un esordiente belga vinse la Milano-Sanremo riscrivendo le regole del ciclismo moderno con l'audace splendore della giovinezza. Nobile e superbo. Come quando Adorni, due anni dopo a Imola, alza le braccia al cielo e la sua maglia blu cobalto risplende nel meriggio d’estate.

Così anche il nostro Giro è nato in stanza: per scattare, Eddy doveva prima chiedermi il permesso. No, no, continuavo a dirgli di no: gli ho fatto venire il torcicollo a furia di voltarsi! Alle Tre Cime di Lavaredo gli ho tolto il guinzaglio: è scattato, è arrivato primo, s’è messo la maglia rosa e ha vinto il Giro d’Italia. Quell’anno lì è partito Merckx.

Al Giro di Sardegna, Adorni ha creato un mostro: «Sì! Come chi ha inventato la bomba atomica!», Vittorio sorride e ha lo stesso garbo di qualche giorno fa: nel bellissimo scenario dell’oratorio di San Quirino, oggi chiesa sconsacrata, Parma ha dedicato al suo campione una mostra per celebrare i cinquant’anni mondiali.

Non è una questione personale. Non vivo nel passato. È solo che queste cose vanno ricordate e tramandate. Allora c’erano poche foto e anche meno immagini. Questa mostra è perché i giovani possano trarre esempio dal ciclismo, che ha significato molto per la storia del nostro paese.

Come quando Bartali rivince il Tour de France mentre l’Italia protesta per l’attentato a Togliatti. La gente è in piazza e tira un'aria di guerra civile, però giunge la notizia di Ginettaccio in trionfo sugli Champs-Élysées e quel carro armato in Piazza Duomo, con l’effigie dell’Armata Rossa, non lo vede più nessuno. Come quando Vittorio Adorni vince il Mondiale nell’estate del 1968. L’anno che ha cambiato il mondo.

Mondiali
Buon compleanno Felice Gimondi, campione del mondo a Barcellona nel 1973
29/09/2018 A 08:22
Giro d'Italia
Gino Bartali il campione del Giro d'Italia: storia d’amore in un paese di guerra
05/05/2018 A 07:21