Intenso, elettrico, incalzante. Come insegna la sua storia, anche il Mondiale 2021 ha rispettato le caratteristiche che da 100 anni esatti rendono questa corsa così unica. Gli stessi aggettivi che, pescati tra altre due paia di dozzine, tornano utili per descrivere un atleta come Julian Alaphilippe. L’arcobaleno del francese è cominciato a Imola e ha ripreso vigore nel cielo di Lovanio: Italia e Belgio, terre sportivamente rivali ma dolci come nessun’altra per un corridore sempre più simbolo di questa generazione.

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Diciassette chilometri. Dalla Gallisterna italiana al Sint-Antoniusberg fiammingo, il punto in cui LouLou ha spiccato i suoi voli verso l’oro si trovava alla medesima distanza dal traguardo. Da lì il film è stato lo stesso. La cavalcata a testa bassa, le smorfie, la testa che ciondola, il vantaggio che lievita su chi rincorre. Ma tra 2020 e 2021 c’è una differenza sostanziale. A Imola, Julian aveva una cartuccia buona per provare a chiudere davanti a tutti e l’ha sparata da infallibile pistolero. In Belgio, è stato semplicemente più forte. L’attacco per scremare il gruppo ai -50 è stata opera sua. Il sambodromo che ha scatenato dai -22 una prova di forza impressionante. Uno, due, tre stilettate. Volatilizzato. Si contano i caduti, a partire da Wout van Aert.
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Alaphilippe ha fatto venire il mal di testa a tutti. Sfrontato e istintivo, in barba all’assenza delle radioline e alla tattica voluta dal CT francese Thomas Voeckler. È il suo inconfondibile modo di essere, che molte volte l’ha condannato a dolorosi piazzamenti e che allo stesso tempo gli ha permesso di riempire un palmarés che luccica parecchio. Due Mondiali, una Milano-Sanremo, tre Freccia-Vallone, per citare qualcosa. Ma non solo. Alaphilippe è voglia di provarci, sempre, col rischio di sgonfiarsi troppo presto o di strafare (vi ricordate come andò alla Liegi 2020, prima uscita da campione del mondo?). Alaphilippe è il ciclismo, come quei corridori che quando vincono non pensi alla nazionalità ma sorridi e basta perché ti sei appena goduto uno spettacolo.

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Alla vigilia della gara si era schernito: “Perdere la maglia potrebbe essere una liberazione in termini di pressione, è pesante”. Si può discutere sulla pretattica, di certo in questa stagione Julian era apparso un po’ più appannato del solito e ottenuto appena tre successi (ma di peso), che sommati alla Freccia-Brabante 2020 portavano a quattro i suoi hurrà in maglia iridata. Senza mai snaturare sé stesso, va detto, ma spesso con meno smalto dei giorni migliori. Di certo la responsabilità di dover dimostrare di essere il numero 1 è stato un pensiero ricorrente nel suo cervello. Al momento del dunque però, nel giorno più importante dell’anno, è cambiato tutto. I riflettori spostati su van Aert, condannato a vincere in casa, hanno aiutato di certo, il resto ce l’ha messo lui.

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