L'immagine di Joaquim Rodriguez, sconsolato in maglia a pois sul secondo podio alpino del Tour de France, è la sintesi in pochi fotogrammi della sua storia in bicicletta. Col Bayard, Rampe du Motty, Côte de la Mure, Col de Malissol, Col de la Morte: Purito scollina in fuga sui primi 5 Gran premi della montagna, ma le gambe si sono fermate sul sesto, il lunghissimo Hors Catégorie di 20 chilometri sul Col du Glandon. Ce n'è ancora uno: 18 tornanti di pendenza in doppia da scalare nell'incantevole fondale dei Lacets de Montvernier che sembrano la Russia Avenue di San Francisco, ma Romain Bardet, che ha 11 anni in meno, è già dall'altra parte, in picchiata verso il trionfo. L'enfant du pays vince la diciottesima tappa del Tour de France e aggancia Rodriguez in cima alla classifica scalatori: lo spagnolo vestirà ancora le maillot à pois per un Gpm di vantaggio su Bardet. L'ha fatto fino a ieri per procura della maglia gialla, ma a Saint-Jean-de-Maurienne del sorriso di Purito non c'è più traccia, e i suoi pois sul palco sono come sbiaditi.

Tour de France 2015, Joaquim Rodriguez in maglia a pois, ma senza sorriso, sul podio della diciottesima tappa

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Senza la classe di Alberto Contador o l'acume tattico di Alejandro Valverde, limitatissimo a cronometro ma formidabile grimpeur, Purito Rodriguez ha vinto tanto in carriera, ma ha fallito tre appuntamenti con la storia. Esemplare il suo 2012 da corridore dell'anno per la classifica UCI: Joaquim vince la Freccia Vallone e il Giro di Lombardia, ma fra le due Classiche deve incassare le più severe, e immeritate, lezioni (sportive) della sua vita. Purito domina il Giro d'Italia trionfando sui traguardi di Assisi e Cortina d'Ampezzo: leader della corsa per 10 giorni, perde la maglia rosa contro il tempo a Milano, lugubre e piovosa, come il suo sogno sfigurato a pochi metri dal compimento.
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Giro 2014, Stage1, Joaquim Purito Rodriguez (AP/LaPresse)

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Passano pochi mesi e in una delle edizioni più belle nella storia della Vuelta a España, scoppia la guerra civile fra Rodriguez, Valverde e Alberto Contador, al rientro dalla squalifica. Purito, L'Embatido y El Campéon si contendono ogni traguardo in salita: Rodriguez griffa i Pirenei a Jaca, bissa sul Mirador de Ézaro, trionfa a Puerto de Ancares ed è in maglia rossa già dal quarto giorno; Valverde si prende Arrate e la Collada de la Gallina; Contador si stacca su ogni strappo finale e, in attesa della Bola del Mundo, scivola lontano dai riflettori. Alberto però, dopo l'ultimo rest-day, si prende la ribalta con un colpo di scena indimenticabile una delle imprese più belle di ogni epoca. Un attacco da lontano, di oltre 100 chilometri fino al traguardo della diciasettesima tappa, su una strada collinare falciata dal Mistral. É la fatal Fuente Dé, il capolavoro di Alberto Contador: Purito è ferito e la sua Roja intrisa di sangue. Perderà anche la seconda posizione a favore di Valverde.

Valverde, Contador y Purito Rodríguez en la Vuelta 2012

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Già, Valverde. Il suo fuoco amico e quell'irrimediabile ossessione d'attualità per il podio costeranno a Rodriguez i Mondiali di Firenze. Non ci sono logiche di squadra ma soltanto la stessa maglia della Nazionale spagnola, eppure nel finale Valverde fa il gioco di Rui Costa (allora) compagno in Movistar e chiude terzo, dietro Purito ancora d'argento. Scattista puro, grimpeur d'antan, quando allenandosi al suo primo anno da pro, Rodriguez staccò in salita i veterani della ONCE (Sastre, Olano, Jalabert), mimò il gesto di fumarsi un cigarillo per calcare sui pedali l'evidenza di quella lesa maestà. Tanti anni dopo, raggiunto sui rulli alla partenza della tappa di ieri, ha espresso la fermezza di voler attaccare su ogni passo alpino da qui alla fine del Tour: “Me busco el pan o me voy a casa!”.

Firenze 2013, UCI Road World Championships, Rui Costa, Joaquim Rodriguez (Ap/LaPresse)

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Un hombre afable di straordinaria semplicità, terzo e raggiante al Tour del centenario, due anni dopo Purito s'è presentato in Francia da outsider dei Fab Four e di una Grande Boucle con pochi spettri di strada a cronometro. Peccato che la sua Katusha lavori più per le volate di Kristoff e che Rodriguez sia uscito subito di classifica, firmando però due traguardi d'autore come il Mur de Huy e Plateau de Beille. E rieccoci qui, a commentare la solita storia di un grande campione che molto probabilmente, e speriamo tanto d'esser smentiti, a Parigi non si vestirà a pois per un destino scritto nel suo cognome.
Conoscete la storia di Sixto Rodriguez? É quella di un cantautore di Detroit che, dopo aver pubblicato qualche album senza successo sul finire degli anni Sessanta, torna a fare l'operaio appendendo la chitarra. Le sue canzoni però, sature di contrasti sociali, diventano il simbolo della lotta all'apartheid in Sudafrica e in Australia lo chiamano il Dylan messicano. In pratica, nell'altro emisfero Sixto Rodriguez, anzi, Sugar Man è una leggenda ma lui lo saprà solo trent'anni più tardi quando sua figlia, navigando in internet, scopre un sito dedicato al “defunto” artista. Vi state chiedendo cosa mai potrà centrare Joaquim con Sixto Rodriguez? In effetti non un granché, ma volete mettere con l'essere chiamati Purito o Sugar Man? Sugar man you're the answer, That makes my questions disappear.
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