27 luglio 1998. Il cielo dell’Isère e azzurro tenebra. Piove, fa freddo ed è tutto il contrario di quel che piace a Pantani, un uomo di mare innamorato dei monti, mentre la 15a tappa del Tour parte da Grenoble verso Les Deux Alpes. La Grande Boucle era iniziata a Dublino e Marco giunse ultimo nel prologo, staccatissimo da Jan Ullrich che, con la crono della 7a tappa, si veste di giallo. Il tedesco è il favorito di tutti, Pantani vince a Plateau de Beille (11a tappa) ma la leadership di Ullrich sembra incrollabile e quel giorno, il giorno della tappa del Galibier, ci sono anche l’americano Bobby Julich (+1’11) e Laurent Jalabert (+3’01) fra il Kaiser e il Pirata.

Col du Galibier: 27 luglio 1998

Non smette mai di piovere, ma le strade sono colme di tifosi. Marco non s’è mai visto fra i primi trenta del gruppo e quando mancano 4 chilometri alla vetta del Galibier, Ullrich si erge in mezzo alla strada regolando le ambizioni dei rivali. È quello il momento del mito: Pantani abbassa le mani sul manubrio, si alza in piedi sui pedali e sfreccia a destra del Kaiser senza guardarlo. Quando Ullrich s’accorge dello scatto, gira la bici e fa come per chiuderlo ma è già in ritardo di un’inquadratura, perché adesso Marco è un bellissimo primo piano e il tedesco un puntino giallo sbiadito.
Tour de France
Coppi, Bugno e Pantani: l'Alpe d'Huez, tempio verticale del Tour de France
19/07/2018 ALLE 07:24
Venti pedalate dopo, Pantani si volta e si porta via Leblanc, ma il francese non potrà mai reggere quel magnifico récit d’ascension. Marco è una furia che divide le acque e non si girerà più: in cima a Galibier, ha già 2’46 di vantaggio su Ullrich, poi disegna curve in picchiata colorando scie gialle sull’asfalto bagnato, poi ancora Les Deux Alpes e un traguardo infinito. Pantani attacca fino all’ultimo metro, solleva il busto, schiude le labbra, alza lo sguardo, chiude gli occhi. Non c’è immagine più degna, più fedele, più commovente nella storia del ciclismo moderno.
Scrisse il maestro Gianni Mura su Repubblica e i suoi straordinari reportage sono raccolti ne La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour: «Ancora non so da quali luciferine profondità cavi quella voglia di solitudine, di sofferenza, che molto raramente (non oggi, ad esempio) si sciolgono sul traguardo in un sorriso. Alza una mano, poi l’altra, la batte una volta, serio, e basta. Come l’illusionista dopo il numero riuscito. Ma questo numero è il più bello di tutti. Ed era nell’aria, come le altre volte».
Ullrich arriva stremato a Les Deux Alpes con 8’57 di ritardo, trascinato da Bjarne Riis e Udo Bölts. È una resa incondizionata. Non gli basterà un’altra crono per rivincere il Tour de France perché ai Campi Elisi, sei giorni dopo, la maglia gialla la porta Marco Pantani. Trentatré anni dopo Felice Gimondi, che a Parigi gli solleva il braccio e il Pirata, adesso sì, fa un sorriso stupendo, la Grande Boucle è italiana.

Marco Pantani - Tour 1998

Credit Foto Getty Images

Marc de Triomphe

Era dal 1952, dalla borraccia di Bartali sul Galibier (proprio lì) e l’impresa di Fausto Coppi sull’Alpe d’Huez, che un corridore italiano non vinceva nello stesso anno Giro d’Italia e Tour de France. Il giorno dopo, la Gazzetta dello Sport titola Marc de Triomphe. Coppi, Bartali, Gimondi, Pantani. Ci sono tutte le leggende del nostro ciclismo. Marco pedala sulla strada del mito col suo destino da eroe tragico.
Marco ha riacceso la passione per il ciclismo e infiammato i cuori della gente. Era un campione immenso e fragile, uno come lui non lo rivedrò più. (Felice Gimondi)
Di quel giorno immenso di vent’anni fa, 27 luglio 1998, almeno quattro generazioni di italiani serbano un ricordo nel cuore. I nostri nonni, i nostri padri, grazie a loro, i nostri figli. Quando abbiamo deciso questo articolo in redazione, si sono messi tutti a parlare del "loro" Pirata e i volti sono cambiati. I più giovani, i giornalisti di calcio, quelli che non gli hai mai sentito dire di ciclismo. Poi Luca Gregorio che quell’estate, diciasettenne come me, era in vacanza a Pesaro e tornava di corsa dalla spiaggia per vedere la tappa. E Riccardo Magrini che invece di Marco non parla mai volentieri: lo protegge nel suo cuore. Mi rimprovera ogni volta il Magro, però poi eccoci qui, tutti insieme a ricordare Pantani: vent’anni di vita venuti a chiederci del nostro amore.

Riccardo Magrini

Marco era uno spettacolo perché fermava il mondo. Fermava il normale corso delle giornate. Quando c’era una tappa alpina, stavano tutti lì a guardarlo davanti alla tv. Prima di salire in bici era così meticoloso: s’aggiustava il tacchetto, controllava la sella. Poi invece si levava gli occhiali, la bandana, non aveva nemmeno il fondello nei pantaloni, si sarebbe tolto pure la maglia: voleva sentirsi libero. Essere tutt’uno con la sua bicicletta. Quando s’alzava sui pedali per scattare, era da pelle d’oca. Una sua impresa era sempre possibile. Quando si fermarono tutti per lo scandalo Festina e si tolsero il numero dalla schiena, e Marco si mise seduto sulla strada in segno di protesta, io dissi "No! Non farlo". Avevo paura che venisse squalificato. Quando Gimondi gli ha alzato il braccio a Parigi, per me è stata una gioia fantastica.
Voleva sentirsi libero. Essere tutt’uno con la sua bicicletta. (Riccardo Magrini)

Luca Gregorio

Per me Marco è il ciclismo. Per noi è una testimonianza generazionale. È l’uomo che mi ha fatto innamorare di questo sport, travolto dal suo modo di essere. Aveva un modo unico di scattare in salita e raccontare emozioni. Quel giorno ho pianto: mi ha fatto piangere la sua impresa sul Galibier. Ritagliavo tutte le pagine dei giornali che parlavano di lui, andai pure alla festa in piazza che fecero a Cesenatico e mi comprai la bandana. Pantani ha vinto poco se paragonato ad altri campioni, eppure è stato un’icona dell’Italia. La dimensione che ha avuto in quei pochi anni è stata incredibile: abbiamo avuto l’eroe migliore e per quelli della nostra generazione è stata una grande fortuna. Per questo dobbiamo consegnare ai posteri il mito di Pantani come a noi hanno tramandato Ganna, Binda, Coppi, Bartali… Il passato va conservato e tutelato e quando ci dicono che il ciclismo è noioso, rispondiamo: «Guardate cos’ha fatto Marco vent’anni fa!».
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Giulia Cicchinè

Luglio 1998. Non avevo nemmeno 7 anni e passavo le giornate con nonno Michele, pantaniano d’eccezione. Io non ricordo una piccola me davanti allo schermo a incitare il Pirata, ma ricordo mio nonno farlo. Mi ricordo la sua bici gialla in onore di Pantani e mi ricordo mia nonna che lo prendeva in giro in dialetto: "Si alza dalla sedia quando Pantani si alza sui pedali e scatta in salita. Pantani, Pantani, Pantani!!!". Solo dopo qualche anno ho capito cosa volesse dire Pantani per un amatore degli anni ’50 o per chiunque inforcasse la bici la mattina. Pantani era ed è un mito per i ciclisti, è l’emblema di questo sport e sempre lo sarà. I suoi scatti, il sudore sulla fronte, le spinte sui pedali, le braccia basse sul manubrio in quella posizione che solo più tardi ha preso il suo nome. Ecco cos’è e cos’è stato Marco. Al di là del giallo, delle bandane e della biglia sull’A14 che per me significa già casa. Perchè a casa mia si è sempre mangiato pane e ciclismo, vincisgrassi e Pantani. Adesso, che di anni ne ho 26, mi resta la bici gialla di mio nonno appesa ad un gancio in garage, le foto negli album di famiglia, un cuore gonfio di ricordi in sella e un paio di Vittoria gialle e blu rigorosamente di Pantani. È stato l’ultimo regalo ciclistico di mio nonno, prima che partisse per la Granfondo dei Cieli. Mi ricordo quel giorno al negozio di San Benedetto del Tronto... G: Oh Nonno, quali scarpe devo prendere? M: Quelle di Pantani! G: Ma quelle Sidi super fighe no eh... M: Niente è paragonabile a Pantani, bella de nonno prendi quelle! Adesso mi viene un sorriso. Come quando ridacchiavo e lo prendevo in giro perché era calvo e lui, con l’innocenza degli 80 anni, rispondeva sempre: Io non sono pelato, ho i capelli alla Pantani.

Marco Castro

Il 1998 è il primo anno della mia vita di cui ricordo quasi tutto. Esperienze, amici e ovviamente anche lo sport, di cui mi restano impressi due eventi: i Mondiali di Francia e la doppietta Giro/Tour di Marco Pantani. Avevo sentito parlare tanto del Pirata, ma credo di essermene innamorato nella cronometro di Trieste, a casa mia, quando lo vidi in carne ed ossa per la prima e unica volta. Dopo il trionfo rosa, non potevo non seguirlo anche al Tour, la corsa più importante del mondo. Guardai tutte le tappe a casa dei miei nonni al mare, mentre i miei amici giocavano in spiaggia. Il Galibier fu il "premio" alla mia fedeltà e probabilmente la prima volta in cui mi sono davvero emozionato per un'impresa sportiva.

Stefano Dolci

Pantani, per chi è nato in Romagna come me, è un mito, una leggenda che non si discute ma si ama. Come i cappelletti in brodo il giorno di Natale o la piadina salsiccia e cipolla consumata alla sagra di paese. Il mio ricordo più nitido di quel Tour de France è senza dubbio l'elettricità e l'estasi che si respirava sul divano di casa mia il giorno dell'impresa sul Galibier. Le urla e l'entusiasmo di mio padre davanti al televisore, lo scatto implacabile del Pirata che tramortì ogni velleità di Ullrich, l'arrivo in solitaria a braccia aperte ed occhi chiusi. Un'impresa epica che nonostante gli anni resta intramontabile.
Pantani, per chi è nato in Romagna, non si discute. Si ama (Stefano Dolci)

Alberto Coriele

Ero piccolo, era estate e giocavo fuori a pallone, ma ogni tanto andavo dentro a chiedere a mio papà come andasse la tappa. Lui mi ha raccontato tutto di Pantani e il giorno dopo la vittoria del Tour de France ha portato a casa il giornale. C’era scritto: Marc de Triomphe.

Enrico Turcato

27 luglio 1998. Data indimenticabile. Pomeriggio storico. Avevo 13 anni, non mi ero ancora totalmente ripreso dal rigore calciato sulla traversa da Gigi Di Biagio contro la Francia qualche settimana prima. Seguivo il Tour con la passione e l’amore che mi aveva trasmesso mio papà per questo splendido sport chiamato ciclismo. C’era Marco Pantani al Tour. C’era il Pirata. E mio padre si era preso il pomeriggio libero per vedere quel tappone tanto atteso. "Oggi si fa la storia - mi aveva predetto a pranzo. Quasi se lo sentisse - ma è di un altro livello il pirata, ce la può ancora fare", insisteva convinto babbo. Ricordo l’attacco fulmineo, in piedi sui pedali, leggiadro ma potente. Quegli scatti che solo Marco sapeva fare. Quegli scatti che ti facevano alzare incredulo. L’azione maestosa, la discesa perfetta, il vantaggio che aumentava, il crollo del rivale teutonico. La gioia all’arrivo e l’abbraccio con mio padre."“Te l’avevo detto che Pantani ci avrebbe fatto godere". Si, lo aveva detto. Quel pirata non tradiva mai. Quel pirata era una leggenda vivente. Quel pirata era semplicemente parte di noi.

Andrea Tabacco

Divano, coppa del nonno e tanti brividi. Così ricordo il pomeriggio del 27 luglio del 1998. Avevo 15 anni, tanti sogni e un grande eroe: Marco Pantani, che quell’estate rese il ciclismo sport nazionale. Le mani basse sul manubrio, l’attacco sul Galibier e la picchiata in discesa, quindi di nuovo sui pedali lungo l’ascesa di Les Deux Alpes: un’impresa folle e meravigliosa, che mai verrà dimenticata. Ma è proprio lì, dove aumentano le difficoltà, che prende forma la leggenda. E Marco Pantani leggenda del ciclismo lo sarà per sempre. Non è più tra noi (e quanto ci manca!), ma ciò che ha fatto per il ciclismo vivrà in eterno. Vederlo correre in bicicletta era uno spettacolo: riusciva a fare la differenza anche scattando davanti a tutti. Era uno scricciolo gigante, con un cuore grandissimo. Per questo è stato tanto amato dal pubblico del ciclismo, che dopo di lui non è più stato lo stesso. Durante i suoi attacchi avevo i brividi, appoggiavo la coppa del nonno e mi alzavo dal divano. Perché mi veniva da correre con lui, fino ad alzare le braccia sotto il traguardo. Come quel giorno in cui tutti capimmo che avrebbe vinto il Tour de France.
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