C’era dell’insana follia nella mente di Henri Desgrange mentre disegnava il percorso del Tour de France 1911. Era la nona edizione della corsa francese e l’anno prima il padre fondatore e organizzatore della Grande Boucle aveva sdoganato i Pirenei, inaugurando il mito del Tourmalet. Era ambizioso quell’ex pistard e giornalista francese, sempre alla ricerca di nuovi ingredienti per rendere la competizione più ardua e ambita. Aveva in mente qualcosa che portasse i corridori a sfiorare i propri limiti. Fu così che il Tour conobbe e venne sedotto a imperitura memoria da un amante irresistibile e allo stesso tempo diabolico: il Col du Galibier.
Oh Laffrey! Oh Bayard! Oh Tourmalet! Verrei meno al mio dovere se non dicessi che dinanzi al Galibier siete del vino scadente. Di fronte a questo gigante non posso che togliermi il cappello e salutare [Henri Desgrange]

Henri Desgrange (a sinistra)

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Gli esordi

Desgrange non voleva perdersi quel primo mitico passaggio ai 2642 metri a cui era posta la fine della sofferenza dei corridori. Il patron era lì quando il connazionale Emile Georget e la sua bicicletta da 15 chili sopraggiunsero arrancando prima di tutti in cima alla salita. Fu lo stesso ciclista della squadra La Française a vincere quella quinta tappa: una sfacchinata di 366 chilometri tra Chamonix e Grenoble. Il direttore fu entusiasta di quella prima volta e ne fece un appuntamento fisso del Tour finchè la salute gli permise di dirigere la Grande Boucle, nel 1940. Oggi, salendo dal versante sud, si scorge una statua in sua memoria e il corridore che si prende la vetta riceve un premio che porta il suo nome. Il Galibier non ha dimenticato suo padre.
Il Tourmalet l’avevano inventato nel 1910, il Galibier l’anno dopo. Molti allora salivano a piedi, chi non metteva piede a terra diventava un eroe, per provare il passaggio sulla vetta si stampava sul braccio l’immagine di un’aquila [Domenico Quirico].

La ricognizione di Flecha: "Il Galibier ti mette a dura prova, ti fa capire cosa è la solitudine"

Salita infinita

Il Galibier è una visione. È un luogo ossimorico che può dare e togliere tutto. È una cattedrale austera che va capita e che sa essere letale con chi le manca di rispetto. La affronti tra la gente ma in realtà è un luogo di solitudine, dove vivere un sfida con se stessi. Tra le Alpi Cozie e quelle del Delfinato, sotto lo sguardo severo del Grand Galibier, dove le mappe geografiche si colorano di marrone scuro per l’altitudine che caratterizza questo segmento alpino della Francia sud-orientale. Il Tour ha affrontato l’ascesa da due versanti. Da Nord, obbliga il passaggio sul Col du Telegraphe, per un totale di quasi 35 km di salita, spezzata da un breve tratto di discesa. Da sud (la strada da affrontare nel 2019) si parte da Briançon o da Bourg d’Osains, per passare successivamente su Col du Lautaret: 23 km al 5,1%, gli ultimi 4 sono al 9% e in generale la durezza cresce sempre più verso la cima. Inutile soffermarsi sul ruolo che gioca l’altitudine. A più di 2500 metri, dove il paesaggio è decorato da sprazzi di neve perenne, è tutto un altro sport.

Gli italiani primi in cima al Galibier

Bartolomeo Aimo1924
Francesco Camusso1932
Gino Bartali1937
Mario Vicini1938
Fermo Camellini1947
Fausto Coppi1952
Franco Chioccioli1992
Marco Pantani1998
Stefano Garzelli2003

Gli eroi

Nella sua storia centenaria, il Galibier si è fregiato delle imprese di alcuni dei più grandi alfieri di questo sport. Gino Bartali domò la salita nel 1937 nella tappa trionfale di Grenoble, prima di finire in un torrente e salutare la corsa il giorno successivo. Fausto Coppi si prese la montagna nel 1952, quando la salita fu teatro del gesto più simbolico che il ciclismo avrà mai: il passaggio di bottiglia tra il Campionissimo e lo stesso Bartali. Nel 1955 tocca a Charly Gaul, l’Angelo della Montagna che nulla temeva. Eddy Merckx dominò Galibier e Tour de France nell’edizione del 1969, Lucien Van Impe passò per primo dieci anni più tardi. Nel 1992 fu Franco Chioccioli a spezzare il digiuno italiano che durava da 40 anni. Nel ciclismo dei giorni nostri si staglia la sagoma di Andy Schleck, nelle giornate di gloria ai Tour 2010 e 2011. La linea temporale si chiude con Primoz Roglic, in grado di staccare tutti e arrivare a braccia alzate nel 2017.

Fausto Coppi sul Col du Galibier il 6 luglio 1952, durante l'11esima tappa del Tour de France

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Il volo del Pirata

È il 27 luglio 1998 e quel giorno il mondo si ferma. L’Europa vivacchia oziosa dopo i Mondiali di Francia e sul continente imperversa un caldo torrido. Non dalle parti del Galibier, dove una gelida pioggia e un vento brutale apparecchiano la tavola per una delle avventure più memorabili di Marco Pantani.
Marco deve correre come se l’arrivo fosse in cima al Galibier. Gli ultimi quattro chilometri sono terribili, e lì per me deve attaccare da diavolo, come sa fare lui, e a quell’altro gli viene l’angoscia [Gianni Mura].
Pantani, che a dire il vero, in quelle condizioni là, non era proprio esaltante. Il Pirata viene dal sogno rosa del Giro ed è arrivato al Tour con poche velleità. Ha vinto a Plateau de Beille, ma quel giovane tedesco che risponde al nome di Jan Ullrich sembra inattaccabile. Sembra, appunto. La Croix de Fer, prima asperità di quella tappa, non scalda gli animi di chi lotta per la maglia gialla, ma l’appuntamento con i fuochi d’artificio è solo posticipato al giudizio del Galibier. Dove Ullrich perde i gregari e la Storia bussa nella mente di Pantani, suggerendo a Marco una pazza idea. Da predatore istintivo, il Pirata si alza sui pedali. Mancano 4,5 km alla vetta e 50 al traguardo di Les Deux Alpes. Il Nostro inizia una danza che è un Inno alla Gioia per quanto incanta. Pantani è una macchina da guerra che punta a testa bassa verso l’obiettivo. I cinque fuggitivi di giornata vengono raggiunti e possono solo scortarlo per un breve tratto di quella cavalcata. Lui sbuffa e rilancia, rilancia sbuffa. Mentre Ullrich affonda fragorosamente nel suo calvario bagnato. Come un artista che sta creando, Marco alza la testa solo sulla linea del traguardo, a capolavoro ultimato. La bandana fradicia diventa idealmente una corona, i dentri digrignati si trasformano in un'espressione di mistico sollievo. Le mani si uniscono protese verso il cielo. Marco ce l'ha fatta.
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