"Stare qui sul gradino più alto del podio è incredibile, non lo avrei mai immaginato”. Non c’è grande poesia nelle parole di Tadej Pogacar il 20 settembre 2020, giorno in cui il palco degli Champs-Élysées lo incorona nuovo re del Tour de France. Ci sono sicuramente della sincerità e un meraviglioso disorientamento, però, in quel discorso, visto che meno di ventiquattrore prima la maglia gialla era sulle solide spalle del connazionale Primoz Roglic, prima che a La Planche des Belles Filles si verificasse l’imponderabile. Nove mesi dopo, la Grande Boucle torna nella sua abituale collocazione di luglio (con un assaggio di giugno) e la mente del giovane sloveno è focalizzata sul ritrovarsi tra poco più di tre settimane su quello stesso palco, stavolta sì senza sorprese.

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Numero 1

Da Brest a Parigi, tra sessanta salite e due cronometro da affrontare, i miti Ventoux e Tourmalet da scalare (il primo ben due volte) e il solito carnevale di corridori pronti a darsi battaglia dal primo al tremilaquattrocentodiciassettesimo chilometro. Di quella meravigliosa festa che è il Tour, Pogacar è il re e tale vuole rimanere, per dimostrare che nelle corse a tappe il più forte al mondo è sempre lui. Stavolta arriva ai nastri di partenza da favorito, eppure, anche se sarà la strada a svelarlo, il 22enne di Komenda non sembra tipo da lasciarsi sopraffare dalla pressione. Anzi, quel dorsale numero 1 sulle spalle potrebbe essere ulteriore benzina nel motore di un corridore la cui continuità si è fatta davvero impressionante.

L’avvicinamento

Dal magico trionfo di Parigi, i risultati di Pogacar sono stati eccezionali. Tolto un Mondiale di Imola relativamente anonimo, Tadej ha chiuso il 2020 con il nono posto alla Freccia Vallone e il terzo alla Liegi. Prove generali per la Doyenne, che ha messo in bacheca ad aprile con una volata folgorante contro Alaphilippe. Prima, il successo con annessa vittoria di tappa all’UAE Tour e alla Tirreno-Adriatico, poi la recita da padrone di casa incontrastato sulle strade del Giro di Slovenia. L’unico passaggio a vuoto, e fa già ridere così, il terzo posto nella generale ai Paesi Baschi, dove ha comunque conquistato una frazione. Ovunque corra, Pogacar ottiene risultati e spesso dando spettacolo. Rispetto all’anno scorso, ha scelto un avvicinamento diverso: niente Delfinato e tanto tempo trascorso nel suo Paese, dove ha disputato i campionati nazionali su strada e a cronometro. Dove non ha vinto (rispettivamente quinto e terzo), ma senza che questo debba destare grosse preoccupazioni. L’ultima boccata di ossigeno prima di immergersi nell’apnea del Tour.

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Doti e squadra

La fiducia che ti porta vincere il Tour de France è qualcosa di incommensurabile. Ma a parte ciò, Pogacar ha dimostrato di avere pochissimi punti deboli in corse del genere e non. Competitivo, per usare un eufemismo, su ogni tipo di salita, un lampo a cronometro, letale negli sprint ristretti. Caratteristiche che possiede anche il suo rivale numero principale, il dirimpettaio Roglic. Ma Pogi, in più sembra avere una leggerezza mentale e fisica, che a volte difetta a Primoz. Più robotico quest'ultimo, più passionale l'altro. Un corridore moderno e completo Tadej, che non a caso è diventato il quarto ciclista in attività a vincere sia un Grande Giro che una Classica Monumento dopo Alejandro Valverde, Vincenzo Nibali e proprio Roglic. Un'altra buona notizia per l’ultima maglia gialla è che quest’anno la sua UAE Emirates si presenta più competitiva rispetto all’ultima volta. Rafal Majka, Davide Formolo, Brandon McNulty e Rui Costa potrebbero essere risorse fondamentali per lui nelle tappe decisive. Certo, non una formazione al livello della Jumbo Visma e della Ineos Grenadiers, che certamente lo braccheranno fin dal km 0. Ma vi ricordate come è finita l’ultima volta?

Per uno storico bis

Se lo scorso settembre Pogacar diventava il terzo corridore più giovane di sempre a vincere la Grande Boucle, stavolta, a 23 anni da compiere, comincia la sua campagna verso Parigi per uno storico bis consecutivo, riuscito solamente ad altri dodici: i francesi Lucien Petit-Breton, Louison Bobet, Jacques Anquetil, Bernand Hinault e Laurent Fignon, i belgi Philippe Thys ed Eddy Merckx, l'italiano Ottavio Bottecchia, il lussemburghese Nicolas Frantz, lo statunitense Greg LeMond, lo spagnolo Miguel Indurain, il britannico Chris Froome. Mica male.

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