Da sempre, il Tour of the Alps (ex Giro del Trentino) è la corsa più importante in preparazione al Giro d’Italia. Quella sparsa tra Trentino-Alto Adige e Tirolo, con diverse salite alpine, è la settimana che permette agli scalatori di testare le proprie gambe in vista della corsa rosa. L’edizione 2022, dopo cinque tappe veramente scoppiettanti (sotto il sole e sotto l’acqua), è stata vinta da Romain Bardet, che sul podio di Lienz (ultima tappa) ha preceduto Michael Storer e Thymen Arensman. A circa due settimane dalla grande partenza di Budapest, proviamo a capire cosa ci hanno lasciato questi giorni di gara e chi potrà essere il successore al trono lasciato vacante da Mr. Egan Bernal.
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Landa e Pello Bilbao: chi fa il capitano?

Il giudizio sulla Bahrain-Victorious, al termine del TotA, va diviso in due. Da un lato c’è la gestione delle prime quattro tappe, più che discreta visto e considerato l’effort di Mikel Landa in versione-gregario e la leadership – conquistata il secondo giorno – di Pello Bilbao, ma dall’altro c’è il fracaso dell'ultima giornata. La squadra del DS Franco Pelizzotti, sulla salita di Stronach, in un colpo solo ha perso sia la maglia di leader che il podio finale: che crollo! In ottica Giro d’Italia, i dubbi sono tanti: cosa conviene fare? Tenere Landa come gregario (ruolo in cui peraltro eccelle) e confermare Pello come capitano? Sì, può essere un’idea, però il basco di Guernica non ha mai dimostrare di avere il physique du role per vincere un grande giro, trovando la consacrazione come gregario (vedi l’anno scorso al fianco di Caruso). Invertire i ruoli e promuovere Landa capitano? Anche questa può essere un’opzione, ma nel palmares dell’ex Movistar, soprattutto quando la pressione sale, sono più le delusioni che le vittorie. Forse, alla squadra di matrice araba, converrebbe portare entrambi e lasciar decidere alla strada, con la consapevolezza di maneggiare una bomba ad orologeria pronta ad esplodere (per informazioni chiedere alla Movistar).

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Miguel Angel Lopez: Superman ha bisogno di costanza

Su Michelangelo, come lo chiama affettuosamente Riccardo Magrini, da tanti anni ci ritroviamo a dire sempre le solite cose. Il talento in salita è sotto gli occhi di tutti - altrimenti non vinci tappe su tappe nei grandi giri -, però, allo stesso tempo, c’è anche una snervante irregolarità. Il colombiano, in carriera e in questo TotA, è stato capacissimo di far saltare il banco e di infliggere distacchi importanti (leggi arrivo sul Großglockner e sul Col de la Loze nel Tour del 2020), ma è stato altrettanto capace di perdere le ruote dei migliori e di gettare al vento ogni "scalata al milione". In ottica Giro, bisogna dire – e di conseguenza scrivere – una sola cosa: se il nativo di Pesca, Colombia, trova la costanza e si fa aiutare da quel maestro che è Vincenzo Nibali, forse può ambire al podio, altrimenti, come abbiamo visto in questo Tour of the Alps (chiuso al 27° posto), dovrà "limitarsi" alla ricerca delle tappe.

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Dietro alle sagome dei tre big (Carapaz, Almeida e Yates) spunta Romain Bardet

Di Romain Bardet si deve dire una cosa importante: quando nessuno più ci credeva, lui è rientrato sulla cresta dell’onda e si è regalato una seconda giovinezza. Dico questo perché il classe 1990, nei primi anni '10, era atteso come la next big thing in Francia, al pari di Thibaut Pinot, poi però non è mai riuscito a confermare quelle attese (nonostante due podi al Tour). Oggi, dopo aver spento 30 candeline, il nativo di Brioude è tornato ad essere un corridore molto solido, completo (discesa/salita) e capace di rimanere connesso per tutte le tappe. L’anno scorso, al Giro d’Italia (chiuso al 7° posto, alla prima partecipazione assoluta), ce ne ha dato un saggio, e quest’anno, al Tour of the Alps, si è ripetuto, terminando la corsa in crescendo. Guardando al percorso del Giro 2022, viene da pensare che (forse) il francese sia il quarto grande favorito alle spalle di Simon Yates, Richard Carapaz e Joao Almeida. Anche se non ha le qualità in salita dei primi due, o la caparbietà e la freschezza del terzo, può fare affidamento sulla regolarità e giocarsela a cuor leggero senza dover sopportare il titolo di "favorito".

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Porte-Sivakov: gli scudieri della locomotiva

Anche qua, come nel discorso su Pello Bilbao, il giudizio è semplice. Per circa quattro giorni, Richie Porte e Pavel Sivakov si sono comportati molto bene in Trentino, passando tanto tempo nelle prime posizioni del gruppo e rispondendo "presente" agli attacchi degli avversari. Spesso hanno anche provato a fare la corsa, cercando l’azione giusta per impossessarsi della maglia verde. Nell’ultima tappa, però, entrambi i capitani hanno "preso le botte", subendo l’azione dei DSM e chiudendo rispettivamente al 7° (Porte) e al 10° (Sivakov) posto in classifica generale. Per quanto riguarda il Giro d’Italia, non ci sono dubbi: Pavel e Richie dovranno lavorare come scudieri di Richard Carapaz, la locomotiva del Carchi.

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Carthy, Valter e Felix Gall: gli outsider

Dopo il TotA, Felix Gall e Attilva Valter escono con il vento in poppa, con nuove sicurezze e con l’idea – bellicosa – di infastidire i top rider classifica generale. Sicuramente non partono favoriti, e forse nemmeno per finire tra i primi 10, però stanno attraverso un buon periodo forma e hanno dimostrato di saper tenere le ruote dei migliori sulle salite alpine. In un Giro 2022 più che mai incerto, con tanto spazio per sorprendere, potrebbero essere proprio loro due – l’ungherese e l’austriaco – a centrare una clamorosa top5. Per quanto Hugh Carthy, invece, il discorso è simile a quello fatto per Miguel Angel Lopez. Se il prodotto della Rapha Condor rimane sul pezzo per tre lunghissime settimane, come alla Vuelta del 2020, allora può dare molto fastidio ai favoriti (ricordiamo che ha domato l’Angliru due anni fa), mentre se dovesse mancare anche solo un centesimo per arrivare all’euro, il britannico dovrà limitarsi a cercare un successo di tappa.

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