Pollice alto a salutare la sua gente, sorriso che da furbesco diventa fiero, occhi che si illuminano mentre risuona la Zdravlijca, l’inno nazionale. La sagoma rossa di Primoz Roglic risplende sotto il cielo crepuscolare di Madrid mentre gli vengono tributati i giusti onori. Lo sloveno ha appena vinto la Vuelta di Spagna, primo corridore del suo paese a riuscire nell’impresa in una corsa del genere.

Roglic, Valverde, Pogacar: il podio finale della Vuelta 2019

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Vuelta di Spagna
A Jakobsen la volata di Madrid: Primoz Roglic è il re della Vuelta 2019!
15/09/2019 A 17:56
Sono venuto in Spagna e non voglio pensare a un risultato diverso dalla vittoria

Non c’è boria né arroganza nella voce di Roglic quando dichiara i suoi intenti alla vigilia della Vuelta. Ambizione, quella sì, e voglia di rivalsa da un terzo posto al Giro che gli ha lasciato in eredità un retrogusto agrodolce. Perché il primo podio in un Grand Tour non si butta mai via, ma può non essere sufficiente se hai un cervello progettato per primeggiare. Come Primoz faceva a Kisovec, città di 1700 anime nel cuore collinare della Slovenia. Dove lui cresce con un sogno: diventare il migliore di tutti nel salto con gli sci. “Solare nella vita privata, glaciale in gara”, dicevano di lui. Che sulla strada della grandezza in questa disciplina si era già avviato, con il titolo iridato juniores conquistato a Tarvisio nella gara a squadre. Prima che un incidente di gara a Planica offuscasse il suo astro nascente, svelandogli al contempo un amore incondizionato per la bicicletta.

La mia prima gara si corse vicino a casa, una gara in montagna. Ricordo che avevo una bici che avrà avuto 100 anni, me l’aveva prestata un vicino di casa. Avevo comprato una maglia ad un villaggio vicino e da lì ho iniziato a correre. Ho venduto la mia motocicletta e con i soldi guadagnati mi sono comprato la mia prima bicicletta.

Dall’esperienza nel suo primo sport, Primoz si porta dietro il coraggio. A questa dote unisce il rispetto per la disciplina, componente che – come da lui stesso sottolineato – gli faceva difetto quando saltava. Il resto lo fa la testardaggine e l’innata mentalità vincente. Che lo porta dall’anonimato al firmamento nel giro di 8 anni. Dagli esordi alle gare amatoriali, alla candidatura spontanea su internet per trovare una squadra – con la slovena Adria Mobil che lo accoglie ignara del tesoro che si ritrova tra le mani. Fino alla chiamata tra i “grandi” del World Tour nel 2016, quando la Lotto NL-Jumbo si accorge e si innamora di lui, che si dimostra presto un satanasso a cronometro ma sembra capace di tutto. “Ad ogni gara c’è qualcosa che ci fa capire che questo ragazzo è speciale, ha il motore di una Ferrari” ripetono i dirigenti gialloneri. Che con lui ora tornano a vincere una Grande Giro: non accadeva dal Giro 2009, quando la squadra si chiamava Rabobank e l’alfiere era Denis Menchov.

Primoz Roglic festeggia con i suoi compagni la vittoria della Vuelta

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La Vuelta, dicono alcuni, rappresenta a volte una seconda occasione. Un appello per chi ha fallito al Giro o al Tour. Ma anche una corsa per dimostrare di aver capito i propri errori, risolto alcune lacune. È successo nel 2018 con Simon Yates, si è ripetuto – pur con crismi molto diversi – questa volta con Roglic. Che in Spagna ha limato qualche carenza tattica e trovato linfa vitale anche nella squadra. Esaltandosi sul suo terreno di caccia migliore e respingendo ogni attacco quando – sulla carta – avrebbe dovuto pagare il conto. Primoz ha sigillato il suo trionfo nella cronometro di Pau, alieno tra gli umani. In salita non ha mai avuto bisogno di attaccare. Ma ha dimostrato una solidità disarmante, arrivando al traguardo sempre al fianco dell’avversario di giornata. Valverde, Pogacar, Lopez. Che al massimo hanno avuto il lusso di scortarlo all'arrivo, incapaci di mettere spazio e secondi tra la loro bicicletta e quella dello sloveno. Al Giro, Rogla aveva avuto giornate buie tra Como, Ponte di Legno e Monte Avena. Stavolta neanche qualche caduta di troppo ha minato la sua leadership, fisica e mentale. Onnipresente e la vittoria della classifica a punti sta lì a dimostrarlo.

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Primoz Roglic nei Grandi Giri

2016Giro58°
2017Tour38°
2018Tour
2019Giro
2019Vuelta

Roglic è l'ultimo figlio vincente di una nazione di appena 2 milioni di abitanti che quando lui nasceva - 29 ottobre 1989 - si chiamava ancora Jugoslavia. E che negli ultimi anni, dal punto di vista sportivo, non smette di stupire. Tina Maze nella stagione da record 2012/13 e l'oro europeo 2017 della nazionale di basket guidata da Luka Doncic ne sono altri due meravigliosi esempi. Alla soglia dei 30 anni non può dirsi parte della nuova generazione dei fenomeni che sta sorgendo, quella di Evenepoel e Bernal, van der Poel e lo stesso Pogacar, van Aert e Higuita. Ma dal punto di vista ciclistico è fresco e rampante quanto loro. Questa Vuelta ci ha detto che Primoz non è più soltanto il fenomenale corridore da brevi corse a tappe di primavera. Pronto per dichiarare guerra a nuovi obiettivi, sempre più grandi. Pronto a spiccare di nuovo il volo.

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