Mentre dibatte sul proprio futuro tecnico, dai regolamenti sportivi a motorizzazioni in grado di sposare innovazione e nuovi ingressi, la Formula 1 può dire di aver raggiunto un livello di sicurezza non indifferente da quel 1° maggio 1994 che portò via con sé Ayrton Senna e Roland Ratzenberger e sancì l'esigenza di alzare ulteriormente l'asticella sul piano dell'incolumità dei piloti. Le corse restano pericolose, i casi Bianchi e Hubert sono lì a ricordarcelo. Ma il terrificante incidente di Grosjean certifica che il lavoro effettuato in questi venticinque anni, specie sulla scocca e sulla cosiddetta cellula di sopravvivenza, ha raggiunto standard altissimi. Come ha giustamente ricordato anche Lewis Hamilton nel dopo gara.
Qualche anno fa ho detto di essere contrario all'Halo, ma senza di lui oggi non sarei qui a parlare con voi... Grazie alla FIA, agli steward e ai medici che mi hanno assistito sul circuito e qui in ospedale. Spero di vedervi presto. (Romain Grosjean)
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La scocca ha tenuto

Il primo dato è evidentemente questo: la macchina era spezzata in due - condizione che ha innescato il fuoco e probabilmente dovuta al fatto che la barriera abbia trattenuto la monoposto invece che farla rimbalzare - ma la scocca era intatta, la cellula di sopravvivenza ha resistito più che bene, al netto ovviamente di qualche cedimento all'altezza delle gambe del pilota. Se così non fosse stato, Grosjean non avrebbe mai avuto la possibilità di restare cosciente ed uscire dall'abitacolo. La prima e imprescindibile condizione in situazioni di questo tipo è rimanere il più possibile illesi, il ventennale lavoro sui crash test lo ha reso possibile.

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L'importanza dell'Halo

Se la scocca ha tenuto, proteggendo il corpo di Grosjean, l'Halo gli ha letteralmente salvato la testa, dando la prima grande dimostrazione della sua imprescindibilità. Il sistema era stato criticato per l'impatto visivo, e da qualcuno per una utilità tutta da dimostrare. L'incidente di Grosjean ci dice che l'Halo, per brutto che sia, avrebbe probabilmente potuto salvare la vita anche al povero Jules Bianchi in Giappone. Ed era anch'esso privo di deformazioni una volta spente le fiamme intorno alla Haas.

La sicurezza del circuito

Detto che l'intervento sia della medical car che dei commissari è stato celere e all'altezza, le condizioni di sicurezza generali del circuito hanno invece lasciato parecchi dubbi. Quella barriera, pur in un punto non particolarmente delicato vista l'uscita in accelerazione sul dritto, si è rivelata pericolosissima. Al netto della qualità delle vie di fuga, è necessario che le barriere attutiscano il più possibile l'impatto ma senza 'trattenere' la macchina, come accaduto alla Haas di Grosjean che infatti si è spezzata e si è incendiata per non aver scaricato l'energia dell'impatto. Fortuna che nemmeno la terribile decelerazione sia risultata fatale al francese. E fortuna che Lando Norris abbia visto il folle addetto che ha attraversatro la pista nel finale per la macchina di Perez, scene da Kayalami anni '70 inaccettabili nel 2020.

Fattore fortuna

Poi, per l'appunto, per uscire indenni da un incidente del genere serve anche e soprattutto una buona dose di fortuna. Pochi centimetri da una parte o dall'altra e probabilmente tanti discorsi sulla sicurezza verrebbero azzerati. Nel Motorsport è così, lo sa chi lo segue e lo sa a maggior ragione chi lo pratica. In questo 2020 funesto per tutti, le corse hanno paradossalmente visto due sorte di miracoli neutralizzare due possibili tragedie: la MotoGp in Austria e la Formula 1 in Bahrain. Fin dove si può si lavori sulla sicurezza, il resto sarà sempre in buona parte in mano alla sorte.

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