Quando quel sabato 8 maggio 1982 Enzo Ferrari, a Fiorano, ricevette dal Belgio la notizia della morte di Gilles Villeneuve, pianse. Pianse a dirotto e disse al suo autista Dino Tagliazzucchi, nell'ufficio insieme a lui, che non avrebbe mai più voluto bene a un pilota. "Mai più". L'investimento emotivo, in un certo senso, era lo stesso che aveva fatto l'Italia intera, anche quella che poco si interessava di motori. E il dolore fu forte e lacerante, amplificato dalle immagini di quel volo fuori dall'abitacolo che stanno lì, insieme a tante altre altrettanto tragiche e dolorose, a raccontare la spietata epica delle corse. Un dolore che colse il popolo ferrarista in piena luna di miele, proprio mentre lui, deluso e tradito dai fatti di Imola di due settimane prima, iniziava a pensare ad un futuro lontano da Maranello. Un'apparizione ed un tormento non più replicabili, che quarant'anni dopo fanno del canadese quasi un'icona pop del Motorsport.
Luglio '79, Digione: il momento in cui scoppiò la Febbre Villeneuve

L'amore del Drake

Formula 1
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27/01/2022 A 10:50
Perché quel giovane minuto e dai lineamenti delicati, venuto dal Quebec a misurarsi con l'Europa, piaceva istintivamente a chiunque lo approcciasse. Aveva il fascino, talvolta irresistibile, del paradosso: physique du role da perfetto genero di campagna eppure un temperamento da supereroe tormentato, alla disperata ricerca del limite. Perché sul piano tecnico questo era Villeneuve: uno che si avvicinava come nessuno al limite della macchina, talvolta superandolo. E ponendosi invece, fuori dalle piste, con una dolcezza ed una semplicità disarmanti. Attraente anche per uno come Enzo Ferrari, che si era tiepidamente appassionato giusto a Tazio Nuvolari, poiché per lui la macchina, la Sua macchina, veniva prima di tutto. Altro che i piloti. Villeneuve, invece, gli era entrato nel cuore. Ne parlò anni fa ad Autosprint il suo braccio destro Franco Gozzi, rievocando proprio le parole del Drake:
'Gilles! Sì, c’è chi lo ha definito aviatore e chi lo valutava svitato, ma con la sua generosità, con il suo ardimento, con la capacità distruttiva che aveva nel pilotare le macchine macinando semiassi, cambi di velocità, frizioni e freni, ci insegnava cosa bisognava fare perché un pilota potesse difendersi in un momento imprevedibile, in uno stato di necessità. È stato campione di combattività e ha regalato tanta notorietà alla Ferrari. Io gli volevo bene”.

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L'aviatore, dal Fuji a Zolder

L'Aviatore, come da tempestivo soprannome, si presentò e se ne andò volando. La prima volta al Fuji, il 23 ottobre 1977, alla seconda gara in Ferrari, decollando sulla Tyrrell di Petterson e finendo in una zona che doveva essere sgombra, ma in cui persero la vita un commissario ed un fotografo. L'ultima a Zolder, con quell'agghiacciante piroetta che lo catapultò fuori dall'abitacolo, chiudendo per sempre il sipario. In mezzo, una serie di folli avventure che ne fecero l'idolo di folle festanti a dispetto di soli 6 Gran Premi vinti. Uno più bello, mitico, iconico e significativo dell'altro. Su tutti i due capolavori del 1981, con la potentissima ma inguidabile Ferrari turbo. Che Gilles portò al successo, sempre per paradosso, sulla pista più lenta del Mondiale, Montecarlo, dove guidò da fuoriclasse dal primo all'ultimo giro per marcare la prima vittoria assoluta di un motore turbocompresso fra i muretti del Principato. E poi in Spagna, a Jarama, dove tenne disperatamente dietro fino alla bandiera a scacchi un trenino di quattro macchine che tagliarono poi il traguardo nell'arco di un secondo, alle sue spalle.
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Passione popolare

Fuor di vittorie, altra benzina sul fuoco della passione popolare: l'arrivo in parata a Monza, nel '79, per non mettere pressione al compagno Jody Scheckter nonostante Gilles fosse a sua volta in corsa per il titolo, convinto che ci sarebbe stato tempo per venire ricompensato da Enzo Ferrari per questo suo gesto di lealtà. La cocciuta serie di passaggi su tre ruote a Zandvoort prima di arrendersi all'evidenza, le sbandate senza ala anteriore in Canada, il duello più avvincente di sempre con la Renault di Renè Arnoux, a Digione, che fece scoppiare davvero e per sempre la Febbre Villeneuve. E i sorpassi impossibili e le difese possibili, le frizioni demolite e i cambi massacrati, la famosa foto dei pezzi della sua Ferrari distrutta in Giappone stesi su un telo, nel cortile di Maranello. Un romanzo cavalleresco.

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La rottura

Fino al 25 aprile 1982, quando in riva al Santerno si consuma la rottura con Ferrari e la Ferrari proprio nell'anno buono per vincere finalmente il Mondiale Piloti. Con i team inglesi in boicottaggio e le Renault turbo arrosto dopo pochi giri, le rosse si involano per una doppietta che apre la strada al titolo. Gilles è davanti, dal box indicano di mantenere le posizioni, il compagno Didier Pironi ingaggia invece una serrata lotta che lo porterà a beffare il canadese all'ultimo. Gilles, convinto che fosse arrivato il momento di riscuotere, sale sul podio cupo e rabbioso. Si sente tradito, l'amore con Maranello è finito, alcune proposte di manager svizzeri e milanesi per costruire un team si fanno strada nella sua mente. E due settimane dopo, a Zolder, quell'ingresso in pista negli ultimi minuti di prove, con gomme usate, senza possibilità pratiche di migliorarsi. Un volo mortale innescato dalla folle idea di provare a stare davanti a Pironi, e che finisce per coinvolgere il povero Jochen Mass, che se lo vede arrivare come un proiettile alle spalle finendo per chiudergli tragicamente la traiettoria buona.
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Villeneuve oggi

Gilles Villeneuve come Ayrton Senna, come Ronnie Petterson, come Jim Clark, è destinato a restare per sempre nel cuore degli appassionati. Che l'abbiano visto correre o meno, che abbia vinto tanto o poco. Perché si tratta di storie diverse ma con un comun denominatore: quello di un talento che, a differenza di quelli che emergono soltanto, letteralmente luccica. E perché lo spessore dei personaggi, pur diversissimi fra loro, è fuori dal comune. Nella città in cui è cresciuto Gilles, Berthierville, c'è un piccolo museo che ne racconta bene le gesta dei primi tempi. Quelli in cui nugoli di ragazzini del paese si appostavano sulle curve giuste per vederlo derapare mentre andava a prendere la futura moglie Johanna. Quelli in cui passò dalle gare sulle motoslitte direttamente alle monoposto, per vincere la Formula Atlantic sia in Canada che negli Usa, da campione e da vincente vero, prima di approdare alla Formula 1. Quelli in cui proprio lì, in Quebec, ricevette la chiamata da Enzo Ferrari, rimasto privo di Niki Lauda passato alla Brabham. Quel Ferrari che, proprio in virtù dell'addio del "grande" Lauda, volle sulla sua gloriosa macchina un ragazzino con pochissima esperienza in Formula 1. E che finì invece per creare il mito Gilles, cui persino lui volle davvero bene.

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