Fin dalla sua adolescenza Enzo Ferrari ne ha passate tante, dalla scomparsa del padre a quella del fratello maggiore, e il suo percorso nel mondo delle corse non lo ha sicuramente aiutato. Certo, la morte, soprattutto nei primi tempi delle gare, era qualcosa di "normale", bisognava farci "il callo" e il Commendatore si è abituato sin da subito alle fatalità. Ma alcuni episodi lo hanno veramente segnato, portandolo quasi a mollare tutto. Riviviamole insieme.

I primi anni

Dall'inizio della sua prima carriera, quella di pilota del 1919, vide sparire innumerevoli colleghi. La morte di Giuseppe Campari, nel settembre 1933 all'autodromo di Monza, fu la prima che lo sfidò davvero. "Non era solo un pilota di eccezionale destrezza, ma anche un lottatore indomabile, un uomo che, per vincere, non scappava da alcun rischio", ricorda Enzo Ferrari nel suo libro di memorie. Questa è la definizione di "Garibaldino", casta suprema di piloti che, per sua stessa definizione, non avevano senso di moderazione al volante né spirito di subordinazione di fronte alle avversità. Un termine che il modenese userà spesso nel corso della sua carriera, per descrivere i piloti prediletti da lui.
Formula 1
La nascita e le origini del mito della Ferrari
07/04/2021 A 11:15
Dopo aver rinunciato alla carriera di pilota per assumere il ruolo di capo della Scuderia e nel corso di quei primi anni, ha visto gradualmente scomparire uno a uno tutti i grandi piloti della prima generazione pre bellica. Queste morti erano un segno del tempo, un rintocco che risuonava nel profondo come "la fine di un ciclo", ma anche l'avvento di una seconda generazione di piloti ancora più forte.
Ma anche questa seconda generazione andò incontro a crash fatali, uno di questi però finì per favorire la Ferrari: nel 1949 i piloti Alfa Romeo Jean-Pierre Wimille e Felice Trossi morirono in pista all'improvviso, e il glorioso team milanesese si ritrovò sprofondato in un abisso di disperazione, senza i suoi due piloti di punta, a un anno dalla nascita della F1. Così la Scuderia del biscione decise di lasciare momentaneamente il motorsport e il ruolo da protagonista alla Ferrari. Su un terreno deserto quindi la squadra di Maranello colse l'occasione per firmare le prime vittorie sportive. La nascita del Mito.

La morte del figlio e la Mille Miglia

Italian race car driver and businessman Enzo Ferrari (1898 - 1988) at work in his office, circa 1958.

Credit Foto Getty Images

Tante morti ha vissuto il Commendatore, tuttavia nessun dolore fu più grande per Enzo Ferrari di quello della scomparsa del suo amato figlio nel 1956. Lui aveva i più grandi progetti per Dino, che però morì di miopatia all'età di 24 anni. È qui che per la prima volta pensò di molare tutto, dopo anni di lotte contro la malattia del figlio. Per questo, nel 1952 e nel 1953, non godette delle sue prime due vittoriose campagne mondiali in Formula 1.
Ma Dino aveva lasciato un motore V6 in cantiere a Maranello e bisognava portare avanti il suo progetto. Così Enzo proseguì a Maranello, ma le tragedie continuarono. Il 14 marzo 1957, Eugenio Castellotti a Monza fece un incidente pauroso, sbalzando fuori dalla sua Ferrari per schiantarsi contro un muretto. Meno di due mesi dopo un'altra tragedia, molto più grave: negli ultimi chilometri delle Mille Miglia, Alfonso de Portago ed Eddy Nelson uscirono di strada a 250 km/h a bordo della loro Ferrari 335S. La vettura finì in mezzo ad alcune persone: ci furono nove vittime, tra cui cinque bambini. Da questo momento in poi si decise di non effettuare più prove di vetture ad alta velocità su strade aperte al pubblico.

Collins, il secondo figlio

Enzo Ferrari, Peter Collins, Grand Prix of Italy, Monza, 02 September 1956. Enzo Ferrari and Peter Collins.

Credit Foto Getty Images

Enzo Ferrari fu particolarmente colpito dalla disgrazia della Mille Miglia, ma anche qui decise di continuare. Il Commendatore, insieme alla moglie Laura Ferrari iniziarono ad amare come un figlio Peter Collins, giovane pilota rampante. L'inglese era un campione in divenire, di animo buono, come dimostrato dal bel gesto durante il 1956. Collins era compagno di squadra di Fangio in Ferrari, che in quell'anno vinse il mondiale. L'argentino trionfò nella gara conclusiva a Monza grazie all'aiuto di Collins: a metà gara durante un pit stop, Peter cedette volontariamente il volante della sua auto all'argentino, che era fermo ai box per un problema allo sterzo. In quel momento, il car pooling era ancora autorizzato e Fangio potè vincere il mondiale.
Enzo Ferrari fu enormemente sorpreso da questo gesto spontaneo, sacrificale, magnifico di sportività, entrato nel mito della sua squadra e di tutta la storia della Formula 1. Fangio tra l'altro aveva già annunciato di lasciare la Ferrari l'anno dopo, per cui Collins non aveva motivo di aiutarlo. Ma lo fece, per lealtà verso la squadra.
Ferrari da quel gesto adorò Collins alla follia, non come i vari piloti del passato venerati come divinità, ma come un ragazzo buono, di animo nobile, come era il figlio Dino. Ma Collins finì contro un albero al Nurburgring e perse la vita poco tempo dopo a soli 26 anni. Il secondo figlio morto per Enzo. Un altro colpo duro da digerire. L'ingegnere rendette omaggio al pilota con queste parole: "Avevo una stima profonda per lui, sia dal punto di vista sportivo che umano"

Tre piloti in un anno

Un romanzo noir. Si perché solo un mese prima della morte di Peter Collins, anche Luigi Musso, pilota italiano della Ferrari di quel tempo, morì in Francia. L'unica gioia per il Cavallino fu la vittoria del mondiale del 1958 con Mike Hawthorn, che però si ritirò dalle corse alla fine di quell'anno, scosso dagli episodi negativi. Il problema è che lo stesso Hawthorn morì due mesi dopo in una gara illegale corsa con una Jaguar. Una follia: in meno di 12 mesi la Ferrari vide scomparire i suoi tre piloti di un anno prima. Ma la cosa più terribile è andare avanti, cosa che Enzo Ferrari fece.
L'anno 1959 fu almeno l'occasione per il capo di Modena di prepararsi al meglio per il futuro, testando al meglio due ottimi piloti come Phil Hill e Wolfgang von Trips, prima di ingaggiarli come titolari per gli anni sccessivi. Nel 1961 la Ferrari era l'unica Scuderia italiana iscritta al mondiale, dato che Maserati si ritirò l'anno prima. La macchina era buona, la 156 F1, il motore addirittura disponibile in due versioni, per circuiti lenti e veloci. Le Rosse dominarono la stagione, con i due piloti in lotta per il titolo, sino alla gara di Monza.

Quella dannata Monza

Wolfgang von Trips (Ferrari) - Grand Prix of Italy 1961

Credit Foto Getty Images

Da festa a enorme tragedia. Quello che successe nel "Tempio della velocità" nel 1961 rientra tra le pagine più nere di questo sport, diventando il peggior incidente della storia della Formula 1. Entrando in Parabolica, Wolfgang von Trips, al secondo giro della gara, andò in contatto con la Lotus di Jim Clark: la macchina del tedesco decollò tra il pubblico, togliendo la vita a sé stesso e ad altri 14 spettatori. Mentre i carabinieri cercarono di fare luce sull'incidente, Hill tagliò il traguardo primo e vinse il mondiale.
"Mi chiedevo cosa fare. Non ero sicuro che Von Trips fosse morto, ma lo temevo. Ero stato a Le Mans nel 1955. Avevo già vissuto questi momenti e tutto ciò che li circonda. L'evento aveva distrutto tutta la felicità che un titolo mondiale poteva portare". Phill Hill, 1959

Poche gioie, ancora lacrime

Nonostante l'ennesima tragedia, Enzo Ferrari decise di proseguire, sperando in una tregua dalla sorte. Gli diede forza il sapore particolare di essere diventato anche l'unico portabandiera d'Italia nella categoria. Stare in Formula 1 come l'unico baluardo della "meccanica" italiana contro la fortissima compagine inglese, grandiosa per le monoposto, meno per i motori, che infatti dovevano comprare da altri, è un qualcosa che lo portò a svegliarsi ogni mattina con un immenso orgoglio. Per il capo di Modena "un marchio non dovrebbe accontentarsi di assemblare il proprio telaio con un motore di qualche altra marca, deve sforzarsi di fare tutto, sotto il suo tetto, altrimenti non ha senso".
Ma una nuova sfida arrivò per la Scuderia contro i team emergenti BRM, Lotus e Brabham. L'inizio di una nuova era in cui Maranello trovò difficoltà a lottare con le innovazioni. Per quattro anni la Rossa non raccolse nulla, fino al 1964, insieme al "Grande John" Surtees, fenomenale pilota di auto che vinse il titolo in Formula 1 con la Rossa dopo averne vinti sette nel motomondiale, unico individuo a riuscirci nella storia. Sembrava l'inizio di una nuova epopea, invece fu solo una meteora: passarono oltre 10 anni prima di rivedere il mondiale a Maranello, la pausa più lunga sino a quel tempo. Gli inglesi erano nettamente più forti e la Rossa sbagliò più volte progetto. E poi l'ennesima tragedia, quella di Lorenzo Bandini. L'italiano morì a Montecarlo nel 1967 dopo tre giorni di coma: la sua Ferrari 312 F1 si schiantò in gara nel Principato, andando a fuoco. Sono troppe le ustioni su oltre il 60% del corpo e Bandini non riprese mai conoscenza dopo il crash.

Ferrari-Pilot Chris Amon fährt am brennenden Wrack von Lorenzo Bandinis Ferrari vorbei. Drei Tage nach dem Unfall erliegt Bandini seinen Verletzungen

Credit Foto Getty Images

L'incidente, a differenza di quelli del possato, in tutta la sua brutalità e la sua crudeltà, assunse una dimensione universale mai accaduta, perché avvenne in diretta mondiale. Orami nel 1967 la F1 era nelle case di tutto il mondo, e tutti videro bruciare la Rossa a testa in giù, con soccorritori e vigili del fuoco assolutamente inesperti. Insomma, la morte di Bandini ebbe grandissimo risalto e persino papa Paolo VI pronunciò un pubblico messaggio di cordoglio l'11 maggio 1967:
non possiamo non dire la commozione con la quale anche noi abbiamo appreso la notizia della morte di un grande automobilista: Lorenzo Bandini, al quale mandiamo il nostro suffragio e al quale dedichiamo questo nostro incontro.

Il Grande Gilles

Gilles Villeneuve - 1979

Credit Foto Getty Images

Andiamo avanti nel tempo. Per "fortuna" la Ferrari venne risparmiata da nuovi dolorosi incidenti mortali per più di una decina d'anni. Sembra che la cattiva sorte abbia mollato Rossa, purtroppo sino al 1982. E questa è stata forse la morte più dolorosa da sopportare nella carriera del Commendatore dopo il figlio Dino: quella di Gilles Villeneuve. Enzo era affascinato nel vedere questo piccolo e audace canadese alla guida delle sue macchine. Aveva un stima, una ammirazione, un'amore viscerale nei suoi confronti, nel suo carisma alla guida, nella sua immensa personalità.
Enzo fu devastato dalla sua tragica fine a Zolder nel 1982. Un dolore troppo forte da cui uscirne. Ormai 79enne, il Commendatore iniziò a tirarsi indietro, a farsi vedere sempre meno nei circuiti. Troppo vecchio per girare il mondo, troppo anziano per imporsi, si fece da parte, lasciando spazio ai giovani. Solo Michele Alboreto, qualche anno più tardi, gli regalò gli ultimi sorrisi prima della morte, avvenuta a Modena il 14 agosto 1988.

2014, F1, Jules Bianchi, Marussia (LaPresse)

Credit Foto LaPresse

Gilles è l'ultimo pilota Ferrari a morire a bordo di una Rossa. Non si può però non ricordare Jules Bianchi, l'ultima vittima della Formula 1 nel 2015 dopo oltre 9 mesi di coma dovuti al fatale crash a Suzuka. Il francese era pilota della Ferrari Driver Academy, l'accademia dei giovani piloti della Scuderia di Maranello. Aveva fatto diversi test al volante di una Ferrari, che lo aveva "parcheggiato" al team Marussia per crescere e imparare, senza grosse pressioni. Ma il Gran Premio del Giappone fu l'ultimo corso nella sua carriera, prima della morte.
FONTE: Articolo di Stephane Vrignaud

F1: tutti i team e i piloti del Mondiale 2021

Formula 1
Ferrari, la SF21 sarà meglio della monoposto 2020?
24/03/2021 A 10:52
GP Francia
Pagelle: colpaccio Verstappen, Ferrari al buio, 4 a Leclerc
IERI A 16:58