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Ferrari sempre più a fondo: qualcuno salvi il Cavallino dall'abisso

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La delusione di Mattia Binotto, Team Principal della Ferrari dal 2019, Getty Images

Credit Foto Getty Images

DaPaolo Sala
13/07/2020 A 10:39 | Aggiornato 13/07/2020 A 10:40

Indagini umilianti, prestazioni imbarazzanti, pessima gestione dei piloti. Il Cavallino Rampante è in uno dei punti più bassi, se non il più basso, della propria leggendaria storia, e non può permetterselo. Sotto accusa la guida tecnica, ma anche e soprattutto il management.

È sempre facile, e ove possibile da evitare, cercare un colpevole da indicare al pubblico ludibrio. Succede da che il mondo è mondo, specie quando in ballo ci sono passioni forti. Ma qui, senza voler tirare in ballo l'eventuale postura di Enzo Ferrari nella propria tomba, si parla della squadra più importante, più vincente, più amata e leggendaria della storia della Formula 1. Che fra le vicissitudini invernali e ciò che si vede in pista oggi sta esattamente rischiando di scivolare nel ridicolo, ed è ora che qualcuno ai piani alti capisca che il Cavallino Rampante questo non se lo può permettere. Perché si tratta di competizioni al massimo livello e si può vincere come si può perdere. Ma il 'come', quando porti cotanto nome, è dirimente.

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E allora non si può non puntare l'indice verso chi porta le responsabilità di questa situazione imbarazzante e inaccettabile. A partire dalla guida tecnica di Mattia Binotto, promosso frettolosamente da capo tecnico a Team Principal dopo la defenestrazione di Arrivabene e oggi inevitabilmente imputato numero 1. È in Ferrari da una vita, e non c'è motivo di dubitare della sua passione e della sua professionalità. È un bravissimo progettista, forse anche un bravo capo tecnico, ma il ruolo di Team Principal richiede altre capacità, e qui il fallimento, al di là delle sue parole sempre mielose e proiettate al futuro, è oramai oggettivo. Vaso di coccio tra i vasi di ferro, non regge sul piano politico - l'unico 'successo' è stato impedire a Toto Wolff di aspirare alla guida della FIA, cosa che il tedesco ha preso comprensibilmente sul personale - e in buona evidenza non è in grado di coordinare ed elevare un team che aspira a vincere.

Un filotto di inaccettabili brutte figure

Poi però un conto è non vincere, un altro è non competere nemmeno. E per di più inanellare una serie di figuracce politiche e sportive di cui non si ha francamente memoria. Maranello ondeggia dal 2017 fra macchine con ottimo carico aerodinamico ma lente in rettilineo e macchine velocissime in rettilineo ma senza carico, prive di un minimo di continuità tecnica e progettuale fra una stagione e l'altra. Per giungere infine a farsi beccare dalla FIA con le mani nel sacco sul motore 2019 e patteggiare una pena che oggi costa una macchina da metà griglia ad andar bene. Il tutto mentre Maranello perde progressivamente peso politico all'interno del mondo della F1, come dimostra questa stessa vicenda. Sulla quale - per inciso - la Ferrari avrebbe anche il dovere di chiarire e spiegare ciò che è realmente accaduto, per rispetto alla sua gente in primis.

Ultimo capitolo, la gestione dei piloti

Con questo desolante scenario sullo sfondo, l'ultimo capitolo è la pessima gestione dei piloti, emersa già lo scorso anno quando non si è stati in grado di imporre un minimo di disciplina ai due galletti allorché la SF90 trovò, quale che fosse il modo, la competitività necessaria. L'appiedamento di Sebastian Vettel via telefono a pochi giorni dal via della stagione è stata un'altra mossa perfetta per destabilizzare l'ambiente, e l'indimenticabile via del GP della Stiria rappresenta la summa di un'incapacità gestionale evidente: il pilota più indietro che parte con le gomme più performanti - il miglior modo per rischiare di averli vicini alla prima curva - e l'ennesimo incidente fra compagni come accade, effettivamente, nei team da metà griglia.

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La proprietà che dice?

Il pesce, tuttavia, puzza sempre dalla testa. E se Binotto ha tante colpe, a fare particolarmente rumore è l'assordante assenza della proprietà. Che non sembra in grado non tanto di fare scelte forti, ma di fare scelte, semplicemente. Qui non si tratta solo di rimpiangere Marchionne, o Montezemolo. Si tratta di richiamare alle proprie responsabilità chi ha sulle spalle la storia del marchio. Cammilleri pare calato in un mondo che gli è lontano anni luce, John Elkann rivendica il giro più veloce di Leclerc alla penultima tornata quando le Mercedes vanno il doppio (Baku 2019), e i tifosi cercano smarriti una guida cui aggrapparsi. Con la prospettiva di trascorrere due anni in queste condizioni ed ora pure col terrore che il cambio di regolamento nel 2022 possa non essere l'occasione per tornare a vincere. Certo, in F1 non è cacciando la gente che si risolvono i problemi. Ma ora è giusto inchiodare tutti alle proprie responsabilità, e per farlo serve innanzitutto qualcuno al timone. Prima che il rosso diventi quello della vergogna.

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