"A un certo punto anch'o mi dovrò fermare, ma la missione per rendere il motorsport più inclusivo non uscirà mai dalla mia mente, è qualcosa per cui vorrò sempre lottare. Non bastano certo uno o due anni, il problema deve essere attaccato dal basso, la vera chiave è la fase dell'istruzione, guardare ai giovanissimi e incoraggiarli per avere poi più meccanici, ingegneri, donne e di tutti i colori, nei GP". È questo uno dei passaggi più significativi della lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport da Lewis Hamilton. Il pilota britannico della Mercedes, campione del mondo in carica e vincitore del primo Gran Premio del Mondiale 2021 in Bahrain, parla a 360 gradi dei suoi progetti per contrastare e combattere il razzismo nel mondo della Formula 1 e non solo, dei suoi idoli sportivi, del rapporto con i genitori e di tanto altro ancora.
"Mi sono guardato intorno, mi sono chiesto perché il nostro sport avesse questo problema. Non ero soddisfatto della risposta, sembra che nessuno ne conosca il motivo. Serve partire dai dati per scoprire che barriere ci sono all'ingresso. Perché i ragazzini neri, ad esempio, non scelgano di studiare certe materie per finire poi in università e di conseguenza lavorare in F1. Ho messo insieme una commissione, che da 9 mesi sta lavorando con tanta gente impegnata, analisi, incontri su Zoom, conversazioni e discussioni, idee. Per luglio dovremmo essere pronti con qualche risultato solido e informazioni concrete".
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I supereroi di Hamilton

"Muhammad Ali, da quando ero ragazzo, è il mio re: come atleta, attivista, per la grandezza dell'uomo e della sua voce, era il più intelligente e quindi riusciva a farsi sentire. Nessuno è stato come lui. Poi Serena Williams, una delle più grandi persone e sportive che io abbia mai ammirato, un fenomeno. Questi svettano, ma ci metterei anche Tiger Woods. Hanno la pelle come la mia e questo ha inciso".
"Tra la cose che si notano da bambino c'è che le action figures, i modellini, i supereroi, sono tutti bianchi. Superman era il mio preferito ma divevo 'non è uguale a me', quindi nella mia mente non c'erano persone di colore che potessero diventare supereroi. Invece un ragazzino deve essere in grado di immaginare di avere poteri illimitati, di cambiare il mondo. Se ti limitano psicologicamente così, hai bisogno di eroi e allora lo sport ti aiuta. Loro sono stati i miei supereroi".
Muhammad Ali, da quando ero ragazzo, è il mio re. Nessuno è stato come lui [Lewis Hamilton @La Gazzetta dello Sport]

Il rapporto con i genitori

"Il lavoro di squadra fa parte da sempre della mia carriera, a iniziare da mio padre e da mia mamma adottiva. Ricordo quando ero bambino e partivamo in macchina per le gare di kart: lei cercava di tenerci al caldo durante il viaggio, con il mio fratellino in braccio, e si occupava di noi in pista così potevamo concentrarci sulla corsa. Non ce l'avrei mai fatta senza di lei e papà che lavorava per crearmi un'opportunità di vita".

Sui piloti che ha ammirato di più

"Ayrton Senna per come guidava e per l'impatto straordinario che ha avuto sulle persone, non ho fatto in tempo a conoscerlo ma era una persona adorabile. Ne ho apprezzati altri, soprattutto chi ha creato un rapporto unico con il suo team come Michael Schumacher, so quanto è difficile per un pilota. Di base la squadra è come una grande barca con un mucchio di gente che rema, ma hai bisogno di prendere la strada migliore: il pilota è solo un elemento ma è come il radar che indirizza verso la direzione giusta. Chi ha avuto successo a lungo ne è stato capace".

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