In una lunga intervista concessa al quotidiano tedesco Der Spiegel, Sebastian Vettel parla a 360°, toccando il rapporto con Lewis Hamilton e Charles Leclerc, gli inizi di carriera, il primo titolo e i trionfi in Red Bull, le sue ambizioni attuali in Ferrari e le sue considerazioni sullo sviluppo della F1, che al giorno d'oggi lascia troppo poca libertà ai piloti.

Il rispetto per Lewis Hamilton

Io e Lewis Hamilton ci rispettiamo molto, ed è una cosa che si vede in maniera nitida, anche se non abbiamo niente da spartire l'uno con l'altro nelle nostre vite private. Questo fatto, però, non implica che io sia felice quando arrivo dietro di lui al traguardo. Se non vinco io e vince qualcun'altro, è comunque qualcosa che va rispettato allo stesso modo: passiamo troppo tempo a lamentarci e diamo poco spazio ai complimenti, perché c'è una mancanza di ammirazione per i risultati raggiunti, sia in F1 che in tutte le cose: le nostre vite corrono talmente veloci che non abbiamo tempo per la riflessione, e tutto viene dimenticato molto rapidamente.
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I titoli Mondiali

Quando ho iniziato a correre, rispettavo moltissimo i miei avversari anche semplicemente per i loro nomi: Fernando Alonso, Kimi Raikkonen, Michael Schumacher. Non ero in soggezione, ma ero orgoglioso se riuscivo a lasciarmeli alle spalle. Vincere il primo Mondiale è stato un sogno: quel titolo mi ha permesso di rilassarmi, e quelli successivi mi hanno tolto molta pressione, ma questo non significa che non abbia ancora ambizioni.
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Le ambizioni in Ferrari

La Ferrari è una buona squadra: l'obiettivo mio e di Leclerc è vincere qui, ma soltanto uno di noi due ce la farà. Allora, bisognerà ricordarsi di quello che diceva sempre il patron Enzo Ferrari: 'Nessuna singola persona è più grande della Ferrari'. L'era ibrida ha testimoniato la superiorità della Mercedes. Noi abbiamo sempre lottato, ma non siamo mai stati abbastanza forti per poter vincere, e io odio la sensazione di quel momento in cui capisci che non c'è più nulla da fare. La Mercedes ha aperto il 2019 con quattro vittorie, ma sono ancora sicuro che possiamo batterla. I tifosi della Ferrari sono impazienti, ma non leggo i giornali. Mi interessano soltanto le novità tecniche, e non le storie e i pettegolezzi che sento in giro. Intervengo solo se riguardano la squadra, perché qui lavorano 1.400 persone e non voglio che l'atmosfera venga influenzata. Voglio che il team possa lavorare in pace.

Il fascino degli anni '90

Posso battere tutti, ma so anche di essere battibile. Non mi piace, ma a volte gli altri sono migliori di me. Oggi c'è molta enfasi sulla raccolta e lo sviluppo dei dati, cosa che appiattisce molto il livello perché è possibile copiare la strategia degli avversari. La telemetria è un po' un male: se potessi, darei più potere ai piloti, inserendo più comandi manuali. Ho guidato una Ferrari del 1988, quella di Berger, senza servosterzo, con tre pedali e il cambio manuale. Era molto semplice, un po' più lenta ma più viva di quelle di oggi. Mi sarebbe piaciuto correre negli anni '90, contro Senna e Schumacher, sarebbe stato molto più eccitante.
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