Jury Chechi compie 50 anni: da Gagarin al Monte Olimpo

L’11 ottobre 1969 nasceva a Prato Jury Chechi, signore degli anelli e dello sport italiano. Tra trionfi e cadute, infortuni e ritorni, delusioni e trofei, riviviamo la carriera infinita di un atleta straordinario.

Eurosport

Credit Foto Eurosport

Qualche tempo fa, nella redazione di Eurosport, si discuteva degli atleti che hanno segnato la storia dello sport italiano. Per intenderci: non di “sempici” medagliati o campioni del mondo della propria disciplina, ma di quella manciata di fenomeni che possono concorrere per la palma del più grande atleta di sempre del nostro Paese. Tra il mito in bianco e nero di Fausto Coppi e la regalità di Federica Pellegrini – per citarne un paio – non poteva che essere chiamato in causa un ragazzo toscano che qualche soddisfazione se l’è tolta: Jury Chechi.

Gagarin, bicicletta e sacrifici

Un’esistenza fuori dall’ordinario la sua, a cominciare da quel nome di battesimo. Jury, segno tangibile della passione del padre per l’Unione Sovietica e soprattutto della sua ammirazione per l’astronauta russo Gagarin, con cui il ragazzo condividerà anche la capacità di fare cose eccelse con i piedi staccati da terra. Tra due anelli sospesi, appunto, che però non sono stati il suo primo talento sportivo. Meglio la bicicletta, pensava ancora papà Leo, più popolare e virile della ginnastica. E in sella, il piccolo Jury, sembrava destreggiarsi piuttosto bene, tanto da meritarsi gli elogi di un certo Franco Bitossi. Ma lui ha sempre avuto le idee chiare sul suo futuro. “Da grande voglio vincere le Olimpiadi”, scrisse una volta in un tema in classe. Anche il coraggio non gli faceva difetto, quello di inseguire i propri sogni senza paura dei sacrifici. Come l’addio alla Toscana e all'amata Società Etruria a 14 anni per trasferirsi in collegio a Varese - alla Società Ginnastica Varesina - sede di una delle due palestre italiane in cui poter fare davvero sul serio.

Dalle prime medaglie all’infortunio

Tenacia e passione. A Varese quel ragazzo dai capelli rosso fuoco mette le basi per costruire la sua epopea. Sotto la guida dell’ex azzurro Bruno Franceschetti diventa il leader di una nazionale azzurra formidabile. L’11 novembre 1989 cade il Muro di Berlino. È un momento epocale, di fermento e di cambiamenti radicali. È anche l’anno zero dell’Era Chechi. A Stoccarda vince la prima medaglia iridata (bronzo negli anelli), bissata 24 mesi dopo a Indianapolis. In mezzo il titolo europeo a Losanna, sempre nella stessa disciplina. Giusto specificare, perché in realtà Jury se la cavava egregiamente anche negli altri attrezzi della ginnastica artistica. Prima che il destino facesse capolino nella sua vita. Nel giugno del 1992, a un mese dai Giochi di Barcellona, il tendine d’Achille fa crack. Addio Olimpiadi e carriera appesa a un filo.

Sul tetto del mondo

Da ogni problema nasce un’opportunità, diceva Galilei. Chechi ringrazia e fa dell’aforisma un credo: addio al corpo libero, dove non può più competere e all in sugli anelli. Non lo ferma più nessuno. Da Birmingham 1993 a Losanna 1997 vince 5 titoli mondiali di fila – come lui nessuno mai – intervallati da due ori europei. Il soprannome Signore degli Anelli, di cui non sarà il primo né l’ultimo a fregiarsi, è tanto banale quanto spontaneo e doveroso. Da alfiere della sua disciplina diventa ambasciatore dello sport italiano a livello assoluto, come nessun altro aveva fatto prima di lui nella ginnastica. E per riuscirci definitivamente, decide di entrare nella storia dalla porta principale: quella che gli offre Atlanta 1996.
Negli Stati Uniti è favorito d’obbligo, ma il tabu da sfatare è tanta roba. I cinque giorni che passano tra la qualificazione e la finale sono interminabili e in allenamento Jury sembra contratto. Ma al momento della verità non c’è più spazio per ansie e tensioni. Solo con sé stesso per 55 secondi, il suo esercizio è qualcosa di mistico. Nel silenzio del Georgia Dome e di chi lo segue con apprensione a 8000 km di distanza, sui divani italiani, Chechi dipinge il suo capolavoro. A prova terminata, il ghigno è di quelli trionfali. Il bicipite si scuote verso in cielo in segno di esultanza, il gesso si disperde nell'aria all'abbraccio vigoroso con il suo staff. E la conferma della giuria non tarda: è medaglia d’oro! Ce l’hai fatta, Jury.

Ritiro, caduta e ritorno

A 27 anni e da campione di tutto, la voglia di rallentare fa capolino per la prima volta nella vita di Chechi. Il primo ritiro nel 1997 conferma le sue parole post Atlanta: “Alle prossime Olimpiadi non ci arrivo, sarebbe assurdo e impensabile”. Ma il richiamo di Sydney è forte, come la voglia di difendere il titolo. Stavolta a mettersi in mezzo è un altro tendine, quello brachiale, che lo estromette dalla contesa. Sembra finita davvero. Ma l’ultimo capitolo della sua saga sportiva dev’essere ancora scritto e nasce da una promessa al padre malato: “se guarisci torno a gareggiare”. E così è, grazie papà Leo. Ad Atene, culla olimpica per eccellenza, Chechi ha 35 anni ed è il nostro portabandiera. La sera del 22 agosto 2004, in finale, non sembrano esserci i presupposti per una medaglia. Ma nella gara delle polemiche c’è ancora spazio per l’ultima pennellata del rosso di Prato. Un bronzo che vale oro e che mette la parola fine, stavolta per davvero, a un’avventura straordinaria.
Oggi, a 50 anni, la sua vita è meno intensa ma non per questo priva di grandi gesti. Uno degli ultimi, il più bello. Salvare dalla chiusura la palestra in cui tutto è cominciato. Un primo amore così grande da mettere all'asta tutti i suoi trofei. Ci ha pensato la Reale Foundation ad offrire la somma necessaria, 70.000 euro. Le oltre 200 tra coppe e medaglie resteranno lì, alla Palestra Etruria. Ad ispirare ogni giovane ragazzo che voglia tentare di emulare le gesta del grande Jury Chechi.
Più di 3 milioni di utenti stanno già utilizzando l'app
Resta sempre aggiornato con le ultime notizie, risultati ed eventi live
Scaricala
Condividi questo articolo
Pubblicità
Pubblicità