Morrow passa a Silk, restano cinque secondi di gioco! Credete nei miracoli? SI!

Con queste parole il popolare telecronista della ABC Sports Al Michaels scandiva gli ultimi istanti della partita di hockey sul ghiaccio tra Stati Uniti e Unione Sovietica passata agli annali come Miracle On Ice: un manipolo di studenti universitari capitanato dal figlio di immigrati napoletani Mike Eruzione e guidato dall'indimenticato Herb Brooks era sul punto di superare l’invincibile armata sovietica alle Olimpiadi di Lake Placid. Correva l'anno 1980 e il presidente Jimmy Carter meditava proprio in quei concitati giorni di boicottare i Giochi estivi di Mosca in segno di protesta contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Tra tutte le espressioni sportive del celeberrimo episodio biblico inerente la vittoria del re giudeo Davide contro il gigante filisteo Golia, il Miracolo sul Ghiaccio ne incarna la quintessenza: all'apogeo della Guerra Fredda i ragazzi di Team U.S.A. non sconfissero una squadra qualunque, bensì il primo vero Dream Team della storia.

Hockey su Ghiaccio
Hockey ghiaccio, rinviati al 2021 i tornei di qualificazione olimpica
06/05/2020 A 20:09

L'ipocrisia del dilettantismo: il confronto con la NHL

L'exploit statunitense di Lake Placid ha i crismi dell'impresa irripetibile: la Nazionale sovietica, che si era aggiudicata le quattro precedenti edizioni delle Olimpiadi, tornerà a imporre la sua legge marziale dopo l'incidente di percorso in suolo statunitense dettato con ogni probabilità da un eccesso di sicurezza. Lo scenario, del resto, è paradossale: i giocatori sovietici più rappresentativi vengono retribuiti dall'esercito per i loro servizi militari anziché sportivi e dunque considerati alla stregua di atleti dilettanti in un'epoca dove ai professionisti era preclusa la partecipazione alle Olimpiadi. Le impari sfide con gli studenti universitari ai Giochi Olimpici invernali non possono rappresentare la cartina di tornasole per appurare i reali valori in campo: urge un banco di prova credibile...

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Alba degli anni Settanta: di comune accordo tra le federazioni sovietica e statunitense nascono, dopo infinita gestazione, tornei ad hoc che oppongono i professionisti "mascherati" dell'URSS alle stelle d'Oltreoceano. L'elite dell'hockey nordamericano esce con le ossa rotta dal confronto con la scuola sovietica: l'Armata Rossa asfalta le All Star della NHL con il tennistico punteggio di 6-0 nella Challenge Cup del 1979 al Madison Square Garden, per poi concedere il bis due anni più tardi superando per 8-0 Team Canada al Montreal Forum nella vetrina della Canada Cup. Dalle ceneri della nazionale sovietica sconfitta dagli States nel 1980 nasce la squadra dei sogni destinata a signoreggiare sull'hockey mondiale. Linea difensiva composta dagli inseparabili Viacheslav "Slava" Fetisov e Alexei Kasatonov, unità d'attacco formata dalle ali Sergei Makarov e Vladimir Krutov e dal versatile centro Igor Larionov: la Russian Five sciorinerà l'hockey più spettacolare della storia.

Tarasov e i germogli del Dream Team

Le radici della squadra dei sogni affondano nell'Urss del secondo dopoguerra. Individuandolo come strumento di propaganda utile a dimostrare la superiorità sovietica, il previdente segretario generale del Partito comunista Joseph Stalin nel 1946 assegna ad Anatoli Tarasov il compito di creare ex novo un movimento hockeystico nella nazione. Lungi dall'imitare pedissequamente il modello canadese, il padre dell'hockey russo attinge dal retroterra sovietico per forgiare una via alternativa alle individualistiche e violente derive nordamericane. Riconoscendo un'affinità strategica tra i due sport, interpella il Grande maestro internazionale di scacchi Anatoly Karpov e per conferire grazia e fantasia al suo hockey Tarasov studia le prove dei migliori coreografi del teatro Bolshoi. Da tale variopinta miscela scaturisce un gioco organizzato e al contempo armonico, dove il collettivo è preponderante ma la creatività del singolo ugualmente incoraggiata.

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Alternando pugno di ferro e cure amorevoli Tarasov plasma con occhio paterno una nidiata di campioni. Uomo onesto, libero pensatore, tecnico illuminato: troppo per i canoni di quell'Unione Sovietica. Restio ad "aggiustare" un incontro contro l'amica Cecoslovacchia, il Maestro viene sollevato dall'incarico di selezionatore della Nazionale e rimpiazzato da Viktor Tikhonov, inflessibile uomo del regime detestato dai giocatori per il burbero temperamento e i metodi inumani. All'hockeista Andrei Khomutov viene addirittura impedito di accorrere al capezzale del padre morente: "No, devi prepararti per la prossima partita", la laconica spiegazione addotta dal "dittatore" Tikhonov. È la fine di un'era in seno all'Armata Rossa.

Armata Rossa in azione nella Challenge Cup del 1979: stelle dell'NHL incapaci di opporre resistenza

La NHL corteggia i campioni sovietici

L'avvicendamento in panchina non influisce sui risultati: la Big Red Machine - epurata dei senatori per editto di Tikhonov e affidata ai ragazzini prodigio dell'URSS - lava l'onta di Lake Placid conquistando le medaglie d'oro ai Giochi di Sarajevo 1984 e Calgary 1988. Nel frattempo, dall'altra parte della cortina di ferro, la NHL ha già cominciato a selezionare i campioni sovietici nei draft. Non poteva essere altrimenti. In cuor loro Fetisov e compagni ambirebbero eccome al trasferimento nei dorati lidi d'Oltreoceano, ma il governo dell'URSS - preoccupato dall'effetto a cascata di un'eventuale diaspora - risponde picche, arrivando al punto di occultare ai giocatori l'interessamento delle franchigie americane. Frustrato dai ripetuti niet del partito e dall'ostruzionismo di Tikhonov, Fetisov abbandona la nazionale in segno di ribellione dopo l'ennesima fumata grigia con i New Jersey Devils. Ostracizzato dal regime, bandito dai palazzetti del ghiaccio e rinnegato persino dall'amico fraterno Kasatonov, l'impavido Slava conduce a testa alta la sua crociata.

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Wind of change: il pioniere Fetisov apre la strada

Piccola digressione: nel giorno del suo insediamento il general manager dei Devils Lou Lamoriello chiese al proprietario del club John McMullen il motivo per cui i giocatori sovietici venissero sistematicamente selezionati al draft pur sapendo che non avrebbero ottenuto il lasciapassare per l'NHL:

Presto o tardi, Lou, questo sarà un mondo libero

Gli rispose il facoltoso e lungimirante ingegnere navale. La profezia di McMullen coglie nel segno: il vento del cambiamento comincia davvero a spirare, come testimoniato dalle aperture del nuovo corso politico di Mikhail Gorbaciov, promotore dei processi di riforma e di apertura all'occidente legati alla perestrojka e alla glasnost.

Al termine di un'estenuante trattativa diplomatica caratterizzata dai perentori dinieghi di Fetisov alle richieste di devolvere percentuali dei suoi futuri contratti al governo, nel 1989 il difensore della nazionale sovietica ottiene il congedo dall'esercito: per la prima volta nella storia l'Unione Sovietica garantisce a un suo cittadino il diritto di lasciare il Paese e lavorare come un uomo libero. Scollinata una disagevole fase di iniziazione in NHL - pubblico e avversari non riservarono un trattamento di comodo ai giocatori russi, per usare un eufemismo - Slava svolta grazie al trasferimento ai Detroit Red Wings del leggendario head coach Scottie Bowman. Ai nastri di partenza della stagione 1996/1997 Detroit vanta ben cinque russi a roster: assieme ai centri Larionov e Fedorov, all'ala sinistra Kozlov e al difensore Kostadinov, Fetisov compone una temibile linea di Russian Five di sovietica memoria. La nefasta congiuntura dei Dead Wings - nomignolo affibbiato dai tifosi avversari per ironizzare sugli oltre 40 anni di astinenza da successi della franchigia del Michigan - aveva i giorni contati.

Showtime per i giocatori russi, ribattezzati Wizards of Ov dai tifosi di Detroit per i numeri di magia realizzati sul ghiaccio.

L'altro miracolo: i Red Wings dei Russian Five

Quando i Russian Five erano sul ghiaccio, potevi preparare i pop corn perché sicuramente qualcosa di meraviglioso stava per succedere. Non si limitavano a giocare a hockey: creavano capolavori sul ghiaccio (Of miracles and men, ESPN)

Lo scafato Bowman era solito gettare nella mischia il quintetto russo tra secondo e terzo periodo allo scopo di mettere a soqquadro i piani tattici degli avversari. In un campionato contraddistinto dalla strategia del Dump and Chase (sorta di equivalente hockeistico del "palla lunga e pedalare") non esistevano ancora gli anticorpi per la tipologia di gioco basata su possesso del puck e sofisticate combinazioni in velocità dei precursori russi. Il contributo di Larionov e compagni alla conquista della Stanley Cup 1997 - la prima dal 1955 per i Red Wings - è fondamentale: Detroit torna a essere la Hockeytown statunitense per eccellenza e alla Joe Louis Arena non è raro scorgere l'effigie di falce e martello sulle t-shirt dei tifosi.

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Il veterano Fetisov, appena calato il sipario sulla risolutiva gara-4 delle Finals contro i Philadelphia Flyers, chiede al commissioner Gary Bettman il permesso di portare la Stanley Cup nella "sua" Mosca. Dapprima riluttante, Bettman accoglie infine la richiesta: il mastodontico trofeo sulla cui base sono incisi, tra gli altri, i nomi del quintetto russo compie il suo trionfale ingresso nella Piazza Rossa di Mosca 17 anni dopo gli accadimenti di Lake Placid. Dei due qual è il vero miracolo, l'inaspettata vittoria del Team U.S.A. ai Giochi del 1980 oppure l'approdo di uno dei simboli dello sport stelle e strisce nella capitale russa? L'interrogativo è legittimo, la foto che immortala la Stanley Cup sollevata al cielo di Mosca mentre le inconfondibili cupole a cipolla della cattedrale di San Basilio si stagliano all'orizzonte è storica.

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Viacheslav Fetisov, l'allievo prediletto di Anatoli Tarasov, è l'uomo simbolo di questa formidabile storia di uomini e miracoli, perché se il padre dell'hockey russo contribuì a rendere grande questo sport il fenomenale difensore lo rese libero.

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