Pino Maddaloni e la differenza tra essere atleti e allenatori

Vi hanno emozionato durante i Giochi Olimpici e non solo, poi li avete persi di vista, ma loro continuano a lottare e sognare: sono i nostri "Eroi Dimenticati". Questa settimana vogliamo ritrovare un campione olimpico di judo che ora fa l'allenatore, con tutte le difficoltà che incontra da tecnico un uomo che prima di tutto è stato atleta e che ora deve vedersela con una federazione

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I più giovani forse non se ne ricorderanno, ma dovremo fare un salto indietro di 15 anni per tornare a uno dei momenti più emozionanti della storia olimpica italiana. Correva infatti l'anno 2000 e a Sydney si stavano svolgendo le Olimpiadi del Millennio. Tra i tanti atleti partiti con la delegazione italiana, ce ne fu uno che, molto più di altri, incarnò sul podio la rappresentazione del patriottismo: Pino Maddaloni.
Giuseppe Maddaloni, per tutti Pino, vinse infatti l'oro nella categoria -73 kg con un grandioso ippon che lo fece prima esplodere di gioia sul tatami, poi scoppiare in lacrime sul podio. Il pianto di Maddaloni fu un vero balsamo per l'orgoglio italiano: l'Inno di Mameli suonava e il suo labbro inferiore andava su e giù, a dimostrare quanta emozione ci fosse dietro quei momenti, emozione che commosse insieme a lui tutta la nazione. Ora, dopo tantissime altre medaglie e qualche anno in più sulle spalle (è del 1976), Maddaloni è il direttore tecnico della Nazionale italiana, ma al momento naviga in cattive acque.
E' sorto infatti un dissidio tra lui e la federazione (la FIJLKAM) che mette in luce tutte le differenze che intercorrono tra l'essere un atleta e l'essere allenatore. Il caso nasce infatti dai prossimi Mondiali di Astana, dove il tecnico federale avrebbe voluto portare molti più atleti di quelli poi effettivamente scelti. A partire per il Kazakhstan, infatti, saranno soltanto nove (tra cui anche Giulia Quintavalle, altra campionessa olimpica): la federazione, a luglio, ha stabilito che venissero scelti solo gli atleti effettivamente competitivi, vista la maggiore attenzione mediatica che l'evento richiama rispetto ad alte competizioni in cui anche gli atleti non convocati potranno comunque guadagnarsi la qualificazione olimpica. Ebbene, Maddaloni non era de'accordo e non ha partecipato allo stage di preparazione a Tel Aviv. La Federazione ha quindi deciso di sospenderlo dalla guida della squadra maschile e Pino non sarà con la squadra, in attesa di ulteriori provvedimenti.
Ed è proprio qui che si vede il cuore dell'ex atleta, di quello che vuole bene ai ragazzi che allena e che non vorrebbe scontentare nessuno. E' comprensibile che un uomo che ha dimostrato di avere un grande cuore possa ritrovarsi in una lotta interna tra ragione e sentimento, ma è anche comprensibile il punto di vista della FIJLKAM: la voglia di non fare eventuali brutte figure davanti al mondo è più che giustificabile, ma da valutare c'è anche l'aspetto economico: le federazioni piccole, in Italia, non nuotano certo nell'oro e un viaggio medio-lungo comporta comunque dei costi onerosi di base; più atleti si portano, quindi, più il conto sale e nell'ottica di un'amministrazione oculata può anche essere sensato scegliere di portare solo chi può davvero fare risultati.
Noi, comunque, continuiamo a ringraziare Pino (insieme al cognato, il pugile Clemente Russo) per l'impegno costante in prima linea nel tentativo di essere un esempio per i giovani e di togliere anche i cosiddetti "casi difficili" dalla strada. L'emozione che Pino ci regalò quel giorno è ancora impagabile. E speriamo che i dissapori con la federazione si appianino, perché lo sport italiano non può permettersi di perdere personaggi così positivi.
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