Cosa si può dire di Valentino Rossi che non è stato ancora detto? Probabilmente nulla, parliamo di uno di quegli sportivi così iconici di cui è stato detto tutto e i fan - specie quelli che in tutte le parti del mondo si sono avvicinati ed appassionati al motociclismo grazie alle sue gesta - conoscono vita, morte e miracoli. In 26 anni di carriera però tanti aneddoti e innumerevoli episodi hanno scandito la vita del pilota di moto più conosciuto del mondo e così in suo onore vi proponiamo un articolo tributo con 46 storie o frammenti di vita – in ordine il più possibile cronologico - che (forse) ai più non sono conosciute. Buona lettura!
1- La prima volta sul motorino... a 2 anni – Figlio di un pilota del motomondiale come Graziano Rossi, le moto hanno scandito l’esistenza di Valentino sin da piccolissimo. Come ricorda proprio papà Graziano nel libro 'Dottor Valentino Rossi', "Vale è prima salito su un motorino che su una bicicletta: a meno di due anni è stato subito chiamato a montare su un motorino, un Malaguti 50, il più piccolo”.
2- Quando Graziano Rossi ha capito che Valentino era portato – “La prima volta che cominciò a guidare ‘sto arnese eravamo in casa. Ricordo che in cucina, c’erano le mattonelle e il pavimento era molto scivoloso e lui già dalla prima volta che ci è salito, ha fatto una frenata, ha appoggiato giù il piede e messo la motina di traverso. Quella derapata mi rimase impressa e mi fece dire: magari con questo qui vale la pena provarci...” (tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
MotoGP
L'addio di Rossi a Misano: "Tutto bello, mi verrebbe quasi da..."
24/10/2021 A 16:00
3 - L’inizio coi kart e il "magheggio” del documento per affrettare i tempi – Nonostante questo primo approccio in tenerissima età con la moto, Valentino a quattro-cinque anni inizia ad approcciarsi alle corse su un "kart fuorilegge” elaborato da suo papà Graziano, con un motore da 100 cc da corsa adattato sul telaio di un go-kart da bambino. Qualche anno dopo Graziano, impaurito dal farlo correre in moto, sceglie di iscriverlo al campionato kart nella categoria 60. Ma per farlo gareggiare dovette usare uno stratagemma: L’età minima da regolamento era 10 anni, così mamma Stefania – che lavorava in Comune – truccò il documento per farlo cominciare prima... (tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
4 - Quando mamma Stefania capì che il figlio avrebbe potuto fare il pilota – "Aveva 6 anni quando in TV ha visto Randy Mamola fare un numero da rodeo a Misano, riuscendo a rimanere aggrappato alla sua Honda 500 che cercava di mandarlo gambe all’aria. Vale rimase colpito da quella manovra e da quel giorno ha cominciato a sporgere il ginocchio a destra e sinistra in curva guidando la bicicletta. Penso fosse destino che diventasse pilota”. (tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
5 - Cattolica, la minimoto e il ritorno al primo amore – La parentesi coi go kart è destinata ad arginarsi presto, questione di soldi. Dopo due bei campionati coi kart 60 cc, per passare al passo successivo servono 100 milioni di lire. Soldi che la famiglia Rossi non possiede... Vicino a Tavullia, sulla circonvallazione di Cattolica però da qualche mese aveva inaugurato un Moto Park, una pista per le minimoto. E Valentino ci mise poco a capire che la sua carriera si sarebbe sviluppata in sella a una moto: “Fu fulminato dalle minimoto. Andavamo là anche tre volte a settimana, affittavamo la moto e via a girare. Capii subito che gli sarebbe piaciuto correre con le moto, che sarebbe stato il passo successivo. La moto diventò la passione più grande di tutto il resto. E il kart finì per non usarlo più”.
6 - "Non ti preoccupare, lasciami fare” – L’esperienza di Valentino con le minimoto dura tre anni, in cui si forgia e impara come una spugna. I sorpassi sono le sue specialità ma a stupire è anche il temperamento. Già perché nonostante possa avvalersi di un padre pilota, Vale in pista sente di potersela anche senza le dritte di Graziano. "In una delle prime gare a Cattolica, fece la pole position. La prima curva era a destra e c’era molto spazio, così andai sulla linea di partenza e gli dissi ‘Guarda che se ti metti a sinistra, anzichè a destra, stando esterno hai più possibilità di uscire davanti a tutti’. Mi rispose secco: ‘Non ti preoccupare’. Capii subito che dovevo lasciar fare a lui”. (tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
7- La tartaruga ninja, portafortuna – Nei suoi anni in minimoto Valentino Rossi si faceva notare non solo per i sorpassi ma anche perché correva con un peluche di una tartaruga ninjia appiccicata al suo casco. Quel peluche ancora oggi è uno dei portafortuna a cui il ‘Dottore’ è più affezionato ed è immancabilmente sempre in valigia in ogni viaggio come ha raccontato in un’intervista di qualche anno fa a Sky: “Era il 1989 e a me piacevano le tartarughe Ninja, mia mamma me la comprò alla Coop di Pesaro e me la regalò poco prima di iniziare con le minimoto. E’ una tartaruga di peluche con le ventose che io attaccavo sul casco. Oggi non ha più le ventose ma viene sempre alla gara. Lei c’è sempre, si chiama Michelangelo, come il personaggio”.
8 - L’approdo in Cagiva grazie all’aiuto di Virginio Ferrari – "Claudio, il figlio di Graziano vuole correre in moto ma non ha una lira. Dobbiamo aiutarlo”. A 14 anni Valentino è pronto a fare il salto su una moto vera. I soldi però scarseggiano e Graziano si rivolge a Virginio Ferrari, ds della Cagiva e pilota con cui Rossi senior corse per anni negli anni di motomondiale. L’idea è quella di affidargli una Cagiva Mito 125 e fargli correre il Campionato Italiano Sport Production nel team di Claudio Lusuardi.
9- Il primo test a Magione e le cadute a raffica – "La prima volta a Magione con la Cagiva 125 è successa una cosa meravigliosa: Vale partì, fece il rettilineo, arrivò alla prima curva a sinistra e cadde. Al box qualche sorriso forzato, Lusuardi rimise a posto la moto,Valentino tornò in pista, rifece il rettilineo e alla prima curva cadde ancora. Io andai a recuperarlo e ci incontrammo a metà strada mentre lui tornava verso il box. Ci guardammo senza parlare, un dialogo muto nel quale entrambi ci dicevamo, ma siamo sicuri che è questo quello che dobbiamo fare?”. Poi però è ripartito, non è più caduto ed è andato sempre più forte” (Graziano Rossi, Gazzetta dello Sport 19/10/2021)
10 – La prima gara vinta con il 26 – A 15 anni, dopo un anno d’apprendistato sulla Mito del team Lusuardi, Valentino Rossi coglie il primo successo a ruote alte. Un successo in volata ottenuto sul mitico tracciato di Monza, la particolarità è che sul cupolino della sua moto non c’è appiccicato l’iconico 46 bensì il numero 26. Un numero che qualche anno dopo sparirà dai radar ma che quell’anno gli permetterà di portarsi a casa svariate vittorie e il campionato italiano Sport Production.
11 – Virus, il primo soprannome - La curiosità e la voglia di apprendere non hanno fatto mai difetto a Valentino che sin da bambino tempestava di domande qualunque pilota (o persona che lavorava in ambito corse) che gli capitava a tiro. Marco Lucchinelli, ex campione del mondo della classe regina, lo battezzò con un soprannome ‘virus’ perché sapeva tutto, rompeva le scatole, domandava tutto a tutti.
12 – Scooter o Apecar, sempre in bagarre - "Quando a 14-15 anni scendevamo a Cattolica o Riccione, dove c’era la movida, il gruppo capitanato da Vale arrivava con gli Apecar. Quando loro ci vedevano arrivare dal paesino ci chiamavano i ‘contadini’. Noi però non ci siamo vergognati perché nel nostro gruppo di 15-20 coetanei, tutti avevano lo scooter con la marmitta e in seguito anche l’Ape ‘truccato’, col quale fare le bagarre e le gare intorno al Castello di Tavullia. Era il mezzo ideale perché l’inverno non soffrivi il freddo e potevi uscire e andare dove volevi a scorazzare”. (Mattia Bartolini, titolare Osteria Da Rossi e amico d’infanzia, Repubblica)
13 – Il primo contratto con Aprilia - “Nel 1995 Graziano mi aveva veramente frantumato le palle, telefonava un giorno sì e l’altro pure: io lavoro in Aprilia, vuole che veda il suo Valentino per poi fargli un contratto. Un pomeriggio mi recai a Misano a vederlo in una gara dello Sport Production. Mi ricordava Kevin Schwantz, piegava la moto come una bicicletta. Pensai subito che uno così non potevo farmelo scappare. Presi il padrone di Aprilia, Ivano Beggio, per sfinimento e convinsi la famiglia a firmare un contratto triennale: 30 milioni di lire per il 1996, 90 per il 1997 e 180 per il 1998”. (Carlo Pernat, “Belin che paddock”, Mondadori)
14 – Il primo rivale in pista ‘diventato amico’ – Se chiedete a Graziano Rossi chi sia stato l’avversario più ostico di Valentino Rossi nella sua carriera sportiva vi risponderà Paolo Tessari. Un pilota brianzolo ai più sconosciuto, ma che negli anni della Sport Production contese gare e campionato al golden boy di Tavullia. Rivali in pista ma amici fuori, come ha raccontato lo stesso Tessari (per Valentino ‘Brillantina’) in un’intervista a Sky: “Non credo di essere stato l’avversario più tosto, di sicuro sono stato il primo avversario vero che si è trovato nella sua strada. Per quello forse siamo così legati e siamo rimasti così amici. Nel ’94 prima dell’ultima gara, eravamo in testa a pari punti, abbiamo dormito insieme nel mio camper e ci siamo detti ‘domani vinco e ti dedico il titolo, no no Tex vinco io e ti dedico il titolo’, ci addormentammo così... E alla fine vinse lui”.
15 – L’origine del n° 46 – “Vale si è avvicinato a quel numero guardando una gara di Suzuka del 1990-91, non ricordo il nome ma si trattava di un pilota giapponese, una wildcard, che aveva il 46, era velocissimo e un po’ suonato e passava tutti. Poi dopo vide una vecchia gara del papà Graziano col 46 (con questo numero Graziano vinse la prima gara nel mondiale nel 1979 con la Morbidelli 250, ndr) e così sommando la wildcard alla coincidenza del numero del padre disse: ‘Sarà questo il mio numero’". (Alessio Salucci, Repubblica)

Graziano Rossi e Valentino Rossi

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16 – Il giallo, marchio di fabbrica – “Valentino nelle minimoto correva con un casco disegnato da me e che indossava Kevin Schwantz, il suo eroe. Al centro quel casco aveva una caratteristica ‘botta’ di colore giallo. Il giallo a metà degli anni ’90 era sparito dal motomondiale e l’avevo recuperato fluoresciente sul casco di Kevin, quando Schwantz smise di correre il giallo passò a Valentino Rossi”. (Aldo Drudi, Repubblica)
17 – Il sole e la luna – Insieme al colore giallo, uno degli iconici simboli che hanno accompagnato la carriera di Rossi sono stati il sole e la luna. Un’idea balzata in mente a Valentino in un modo particolare come ricorda il designer Aldo Drudi, nel libro ‘Dottor Valentino Rossi’: “L’idea nacque una sera d’estate in discoteca. La ragazza di un amico si era fatta disegnare una luna intorno all’ombelico e Valentino quando vide quel disegno impazzì: ‘Dobbiamo fare sole e luna’ mi disse subito e quella luna diede l’ispirazione del tratto grafico a tutto il resto”.
18 – Il tocco goliardico sul primo casco – Sul primo iconico casco con cui disputò la prima annata nel motomondiale, oltre al concept sole e luna. Valentino evidenziò subito il proprio lato irriverente e goliardico, che lo avrebbe poi reso popolare al grande pubblico anche negli anni a venire: “Nel retro del casco con Valentino si decise di disegnare un fumetto con un preservativo che si lamenta della situazione ed esclama: ‘Questa calma non mi piace’. Era un modo per scherzare sul fatto che a quei tempi con le donne andava un po’ magra”. (Aldo Drudi, Repubblica)

Il fumetto sul casco di Valentino Rossi per la stagione 1996, Credit Photo video Youtube La Repubblica "Valentino Rossi, il più grande di tutti: viaggio a Tavullia tra i segreti del Dottore"

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19 – Tribù dei Chihuahua – Uno degli adesivi che sin dal giorno zero nel motomondiale, ha campeggiato sulla visiera del casco di Rossi è stato ‘Tribù dei chihuahua’. Un omaggio agli 11 amici di gioventù che ancora oggi fanno parte della vita di Valentino. Ma da dove ha origine questo nome? Lo ha raccontato Mattia Bartolini, titolare dell’Osteria "Da Rossi" a Tavullia, in una video intervista a Repubblica: “Eravamo un gruppo di 5-6 persone che suonavano degli strumenti e avevamo fondato una band musicale che avevamo intitolato ‘La tribù dei Chihuahua’. Provavamo in un garage e Valentino, non suonava ma veniva lì a mangiare le castagne e bere il vin brulé, come tutti quasi. Perché alla fine finiva sempre che si suonava mezzora e poi ci si ubriacava col brulè e basta”.
20 – Uccio, l’amico fraterno sin dall’asilo – "Cosa avrei fatto se non l’avessi conosciuto? Mio papà aveva un negozio di generi d’alimentari, forse sarei finito lì a volte me lo chiedo anch’io...”. Miglior amico di Rossi, negli anni Alessio Salucci è stato spalla, autista del suo motorhome prima di diventare ds della Riders Academy oltre che fido braccio destro di Rossi in ognuno degli oltre 430 GP corsi nel mondiale: “Il primo ricordo che ho di me e Vale è all’asilo, avevamo 4 o 5 anni. Gli altri giocavano a calcio, io e lui andavamo sempre sul triciclo e facevamo la gara, pedalando a tutta anche in discesa. Avevamo questa comune passione per le moto e quella è stata alla base del nostro rapporto”. (Interviste tratte da Motorsport.com e Secolo XIX)
21 – Tavullia – Il paese dove è nato, dove vive, dove hanno sede tutte le sue attività e dove, per omaggiarlo, il limite di velocità non è come nel resto dell’Italia fissato a 50 km/h bensì a 46 km/h. Un omaggio doveroso per il campione che ha reso celebre in ogni parte del mondo questo borgo di neanche 8.000 abitanti, a cavallo fra le Marche e la Romagna.
22 – Rossifumi – Il primo soprannome cucito sulla tuta nel motomondiale. Un omaggio a Norifumi Abe, il pilota giapponese che in una gara corsa da wild card a Suzuka nel 1994 lo aveva stregato e convinto a farsi chiamare Rossifumi. Scattato dalla settima casella in griglia, Abe con una tuta e una Honda viola, contende la vittoria a Mick Doohan e Kevin Schwantz sino a quando al terzultimo giro, nel tentativo di restare incollato agli scarichi della Suzuki di Schwantz, ruzzola nella ghiaia con la moto che si schianta contro le barriere. Abe mezzo stordito ed ammaccato dalla violenta botta, rientra ai box tra gli applausi scroscianti del pubblico giapponese. Valentino davanti alla tv, nonostante fosse l’alba in Italia, sa di aver trovato un nuovo idolo e un nuovo soprannome che scandirà le vittorie nel mondiale 125.

Valentino Rossi appoggiato a uno scuolabus con l'iconico adesivo Rossifumi, Getty Images

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23 – Interista? No la prima squadra del cuore fu la Samp – “Da ragazzino Valentino non solo odiava la Ferrari, ma era pure tifoso della Sampdoria. Porca p****a. Quando l’ho scoperto ormai l’avevo già fatto firmare con l’Aprilia. Altrimenti saltava tutto. Credo si fosse innamorato dell’aria scanzonata della squadra blucerchiata, con i giocatori che dopo aver vinto lo scudetto del ’92 erano scesi in campo coi capelli ossigenati e l’orecchino. O forse lo faceva solo per dispetto per i miei confronti. Mi rompeva le balle alla vigilia del derby col mio Genoa. Per fortuna Uccio e Paolo “Tex” Tessari, che erano molto amici, a forza di prenderlo in giro gli fecero cambiare idea: ‘Cosa fai la domenica, vai a festeggiare tutto solo in piazza a Pesaro?’. E così Valentino ha poi scelto l’Inter”. (Carlo Pernat, Belin che paddock, Mondadori)
24 - Il quadernino degli appunti – "Valentino il primo anno ne combinava sempre una. Era difficilissimo da gestire, pure troppo estroverso, un piccolo diavolo che faceva sempre casino coi suoi amici. Lo salvavano il talento e quella voglia di imparare, una passione che era già ossessione, piacere e supplizio: aveva un belin di quadernetto su cui prendeva nota di tutto, risultati e tempi, scelte tecniche e caratteristiche delle piste. Trovava sempre il tempo di prendere appunti e rileggerseli" (Carlo Pernat, Belin che paddock, Mondadori)
25 – L’adesivo di Biaggi staccato dall’auto di Giampiero Sacchi – La prima stagione di Rossi nel motomondiale, si sviluppa nel team Aprilia AGV di Giampiero Sacchi che a quei tempi era ancora anche il manager di Max Biaggi, bicampione del mondo della classe 250. Un pilota che non ispira grande simpatia in Valentino che ci mette poco a farlo capire al suo futuro team manager: “Qualche settimana dopo aver firmato il contratto per l’esordio in 125 nel 1996 andai a Tavullia a trovarlo: ero ancora il manager di Max Biaggi e avevo un suo adesivo attaccato sulla macchina. ‘Bella’, esclamò girandole intorno. Poi, senza dire una parola staccò l’adesivo, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Se dobbiamo lavorare insieme questo qui non ci può stare....”. (tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
26 - Il primo battibecco con Max Biaggi – "Il primo litigio accadde la prima volta che si trovarorono faccia a faccia. Successe durante la prima gara del mondiale ’97 a Suzuka, da Campanella, il ristorante italiano all’interno del circuito. Credo che Max l’aveva apostrofato con sufficienza, dicendogli una cosa tipo: ‘Quando parli di me, prima sciacquati la bocca...’. L’apoteosi. Lì scattò la scintilla di una rivalità senza fine”. (Mauro Noccioli, capotecnico di Rossi dal 1995 al 1997, tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
27 - Claudia Skiffer, l'idea all'origine della prima gag - L’origine della prima gag – La rivalità con Biaggi diventa anche il pretesto per la prima delle irriverenti scenette post vittoria che negli anni a venire, faranno esplodere in maniera vertiginosa la popolarità di Valentino: il giro d’onore con la bambola gonfiabile. Un ripiego, perché l’idea iniziale di Rossi e del suo gruppo era ben altra come ricorda Carlo Pernat: "Nel 1997 mi chiese di portargli al Mugello Claudia Schiffer. In quel momento si parlava di una storia fra Max Biaggi e Naomi Campbell, e lui voleva rispondere in quel modo al romano. Mi informai ma voleva 50 milioni. Beggio quando sente la cifra salta dalla sedia: ‘Sei scemo, niente da fare’. Torno da Valentino e glielo spiego. Ne parliamo anche con Uccio che esclama: ‘Certo, che 50 milioni per una bambolina così sono veramente troppi’. La parola bambolina fa scattare il lampo di genio. Flavio Fratesi del Fan Club, compra per 20.000 lire la bambola gonfiabile, che indossa pantaloncini verdi, camicia rossa e sulla schiena ha il nome Claudia Skiffer. Lo scherzo diventa un trionfo mediatico. E invece di 50 milioni bastarono 20.000 lire”.
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28 – Vale ‘Robin Hood’ - Per festeggiare la decima vittoria nel motomondiale (la 9a del 1997), Valentino Rossi si presenta sul podio travestito da Robin Hood con tanto di arco, frecce e berretto verde. Siamo in Inghilterra e la pista di Donington Park si trova fra Nottingham e Derby, le terre del celebre eroe che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Un omaggio che gli permette di conquistare anche i favori del pubblico britannico.
29 – Alle origini del Fan Club – Se l’anno di fondazione dell’Official Fan Club Valentino Rossi risale al 1997, VR46 ha avuto un folto seguito di tifosi di Tavullia sin dai suoi primissimi anni, capitanati dal presidente Rino Salucci (papà di Uccio) e il braccio destro Flavio Fratesi. Il primo nome scelto dall’allegra comitiva però non è direttamente legato a Valentino ma è un più anonimo ‘Supporters Tavullia”. Tempo un anno però il nome finisce in cantina e il Fan Club oggi può contare oltre 15.000 tesserati da 88 paesi nel mondo.
30 - La polleria Osvaldo, lo sponsor mai esistito – Il 6 settembre 1998, per festeggiare il successo nel GP di Imola in 250, il secondo in una stagione - fino a quel momento contraddistinta da podi e ritiri – Valentino Rossi sfodera sul podio una maglietta brandizzata con uno sponsor inedito ‘Polleria Osvaldo’. La gag ebbe un proseguo, 2 settimane dopo: Vale concesse il bis in Catalogna e per il Giro d’onore, caricò in sella alla sua Aprilia una persona travestita da pollo. La ‘Polleria Osvaldo’, non è però mai esistita come ha raccontato Flavio Fratesi in un’intervista a Gpone.com qualche settimana fa: "La Polleria Osvaldo, nacque nel periodo in cui Vale fu protagonista di ben 4 cadute, l’ultima delle quali a Donington. Era giù di morale e gli erano venuto dei dubbi. Allora noi, scherzando con lui, gli dicemmo ‘non preoccuparti, uno sponsor si trova sempre. Da pollo a pollo, la polleria Osvaldo ci sarà...’”. Valentino nelle interviste del dopogara a Imola, riuscì a far credere a diversi giornalisti che la Polleria esistesse davvero e una troupe della Rai accorse a Tavullia alla ricerca di questo fantomatico Osvaldo, che in realtà era solo un prodotto della fantasia sfrenata di Rossi e dei suoi amici.
31 - Valentinik –Alla vigilia della terza annata in 250, Rossi adottò un nuovo soprannome sulla sua tuta, Valentinik che andava a sostituire Rossifumi. Un’idea che come racconta Stuart Barker nel suo libro ‘Valentino Rossi, la biografia’ nacque a Vale dopo un viaggio in Tunisia: “Durante quel viaggio lessi un fumetto di Paperino che in quest’avventura si trasformava in una sorta di supereroe, Paperinik con tanto di maschera e mantello. Questo personaggio però era sfortunato, non era come Superman, era veramente un disastro e più che risolvere problemi finiva per combinarne di tutti i colori. Mi divertì molto e pensai che sarebbe stato divertente chiamarsi così...”.
32 - La sosta in bagno a Jerez 1999 – "La gag che mi ha divertito di più? Sicuramente quando sono andato in bagno a Jerez”. Ma quale fu la genesi di quell’esilarante siparietto? Tutta farina dell’inesauribile fantasia di Valentino, come ricorda Flavio Fratesi a Gpone.com: Fu una delle poche volte in cui rimanemmo completamente. Se la inventò il sabato, vedendo questo WC chimico davanti a una tribuna. Tra l’altro avrebbe dovuto avere un seguito quella gag ma gli cadde la catena all’ultimo giro in Francia e non potemmo eseguirla. Nel giro d’onore l’avremmo fatto scendere dalla moto e sopra la tuta gli avremmo fatto indossare un grande pannolone con scritto in basso, invece di ‘Valentinik’, Incontenik...”. Quell’escursione nella toilette, riservata ai marshall e commissari di pista, costò a Rossi una multa in direzione gara di 2000 franchi svizzeri (circa 2,5 milioni di lire).
33 – The Doctor, il soprannome definitivo – Dopo la prima annata in 500 in sella alla Honda, Valentino capisce che Valentinik è un alterego che non lo rappresenta più al meglio e così compie la terza mutazione, adottando nel fondoschiena della tuta il nickname che avrebbe scandito tutta la sua carriera ‘The Doctor’. Una scelta che a posteriori risultò perfetta visto che proprio alla fine di quell’anno, Rossi diventò l’ultimo campione del mondo della storia della classe 500: “In Italia si dice che sei un ‘Dottore’ quando sei molto bravo a fare qualcosa. Qualcosa ad alto livello. E’ un modo di dire...” Nel 2005 Rossi, diventò ‘Dottore’ anche de facto, visto che l’Univerità d’Urbino lo onorerà con la laurea honoris causa in “Comunicazione e pubblicità per le organizzazioni”.

L'adesivo The Doctor, il soprannome che ha più accompagnato la parabola di Valentino Rossi

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34 – I vigili al Mugello – Altra scenetta passata alla storia è stata la multa dei vigili per eccesso di velocità dopo il successo del Mugello. Nei panni dei fantomatici agenti della Municipale, con tanto di paletta e divisa originale dei vigili urbani del Comune di Pesaro, il presidente del Fan Club e papà di Uccio, Rino Salucci e un professore di violino di Tavullia Stefano Franca. Una gag talmente venuta bene che persino mamma Stefania, a fine giornata chiamò il figlio per chiedere se davvero gli avessero fatto la contravvenzione.

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35 - Quando la Dorna e la FIM introdussero il ride through a causa di Rossi – "Nel 2003 a Phillip Island gli diedero 10 secondi di penalità per un sorpasso in regime di bandiere gialle. Era già in testa, ma cominciò a tirare come un forsennato per vincere nonostante la punizione. Ci riuscì e apparve evidente che quel tipo di penalità con lui non bastavano. Da quell’episodio la Race Direction decise di introdurre il ‘ride through’. Mi ricordo che al termine del GP dissi al direttore di corsa che ero molto orgoglioso di avere un pilota così forte da obbligare Dorna e FIM a cambiare le regole". (Jeremy Burgess, capotecnico di Rossi dal 2000 al 2013, tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)
36 - Il sì alla Yamaha davanti a una piadina – "Un giorno mentre stavamo mangiando una piadina in Romagna e parlavamo per l’ennesima volta della possibilità di andare in Yamaha, maturai la decisione. Esclamai ‘Facciamolo’. Volevo cambiare, ma avevo paura. Tutte le sere prima di addormentarmi finiva che mi dicevo sempre: ‘non hai le palle’. In quell’istante in cui dissi quella frase, mi sentii subito meglio. Fu come togliersi un peso”. (Valentino Rossi in un’intervista a Motosprint del gennaio 2004).
37 – La prima frase dopo la vittoria all’esordio con la M1 a Welkom – “Quando mi sono fermato a bordo pista e mi sono seduto accanto alla mia Yamaha, con le gambe incrociate e la testa tra le braccia, non stavo piangendo, dietro la visiera nera io ridevo. Ridevo perché mi sentivo sollevato, orgoglio e felice. E mi ripetevo fra me e me:Avevo ragione io. Li ho fregati tutti, che spettacolo”. (tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021)

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38 - Le scaramanzie da ripetere ogni GP – "Valentino è scaramantico all’ennesima potenza, ha una serie di rituali che segue alla lettera e ripete con precisione certosina. Addirittura se per caso dimenticava di prendere su il suo paradenti chiamava a casa qualcuno che salisse sul primo aereo per portarglielo. Doveva avere quello con la custodia verde e l’adesivo della tartaruga sopra. La domenica, quando arrivava il momento di raggiungere lo schieramento di partenza, io portavo la borraccia, Uccio l’asciugamano e il paradenti. Poi scappavo di corsa in motor-home, era lì che ho guardato tutte le sue corse perché nel 1997 lo avevo fatto una volta e aveva portato bene...”. (Marco Montanari, fisioterapista di Rossi dal 1996 al 2008, tratto dal libro di Stefano Saragoni, "Dottor Valentino Rossi", Pendragon 2021).
39 – La vestizione pre gara – “Nel camion mentre mi vesto prima della gara sono insieme a Uccio e Max (Massimiliano Montanari, l’assistente personale del Dottore dal 2000 in Honda, ndr), nelle gare europee capita che si aggiungono anche Albi (Tebaldi, ad della VR46, ndr) e Carlo (Casabianca, il preparatore atletico di Valentino, ndr). Loro chiacchieranno, io di base sto zitto. Rispetto a 15 anni fa, tante cose sono cambiate soprattutto da quanto abbiamo l’Academy e il team VR46. Capita di parlare dei risultati dei nostri piloti e di fare considerazioni quasi da tifosi. Poi però a un certo si fa silenzio e inizio a concentrarmi”. (Valentino Rossi a Sky Sport)
40 – La Cava – Un deposito di ghiaia in via Lunga a Montelabbate e dove Graziano Rossi insieme ad altri piloti aveva libero accesso per sfidarsi a suon di traversi. “Questo fondo duro ti suggeriva di andare di traverso anche se era bagnato, un’ottima palestra per allenarsi. Con Reggiani, Gianola, Cadalora, Lucchinelli, venivamo qui a girare soprattutto in inverno, poi la gara la notte di Capodanno era la tradizione. È qui che Valentino ha iniziato con il kart, però, dopo un po’ ci hanno pregato di andare fuori dalle scatole. Finché non è stato creato il Ranch Valentino e tutti gli altri piloti giravamo qui...”. (Graziano Rossi, Gazzetta dello Sport, 19/10/2021)
41 – Il Ranch – Su un area di una settantina di ettari a pochi passi da Tavullia, il tracciato da flat track è stato disegnato con l’ausilio di fettucce da Valentino e Graziano Rossi e prima di vedere la luce, fra il 2010 e il 2011, è stato collaudato e messo alla prova da tre piloti del mondiale del calibro di Valentino, Marco Simoncelli e Mattia Pasini. Lunga 2,5 km, larga da 8 a 12 metri, la pista è composta da due ovali che si intersecano l’uno con l’altro. La pavimentazione è tale da favorire la guida di traverso e far acquisire il massimo controllo alle moto.
42 – Il seme dell'Academy nato dal Sic – Se il primo pilota ad entrare nella celebre VR46 Riders Academy e a stipulare un contratto con Uccio e l’ad Alberto Tebaldi è stato Franco Morbidelli, l’idea dell’Academy parte dal rapporto che Valentino aveva instaurato con un altro pilota emergente e a cui Rossi era ben contento di fare da ‘chioccia’: Marco Simoncelli. “Vale prima della Riders Academy aveva aperto tutta la sua esperienza accumulata negli anni, tutto quello che per lui è fare il pilota con una sola persona, Marco Simoncelli. Era l’unica con cui si sentiva di condividere come un fratello. Poi Vale ha deciso di dare tutto questo bagaglio ai ragazzi dell’Academy”. (Alberto Tebaldi, Valentino Rossi: The Doctor Series episodio 5)

2010, Marco Simoncelli, Valentino Rossi, Ap/LaPresse

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43 - I servizi offerti ai piloti della VR46 Riders Academy - Oltre all’accesso al Ranch, la VR46 Academy dal 2014 ad oggi mette a disposizione dei giovani piloti italiani che ne fanno parte: moto, nutrizionisti, sostegno legale e manageriale, medici (che effettuano test periodici sui piloti) e un’insegnante di inglese. Nulla è lasciato al caso e Valentino, oltre a fungere da maestro, è colui che nelle varie sedute fa in modo che le sessioni in pista siano sempre ad un livello di competitività alto.
44 - Merchandise di qualità - Fra i rami fondamentali in cui Valentino Rossi ha deciso di investire con la sua azienda c’è il merchandise. "L’idea di fondare la VR46 Racing Apparel è nata nel 2008 – racconta il managing director Gianluca Falcioni, nel documentario Valentino Rossi: ‘The Doctor Series’ - fino a quel momento per produrre i propri gadget e l’abbigliamento per i fan Vale aveva scelto sempre aziende terze. Poi ha deciso di dare una svolta, ricordo ancora uno dei suoi capisaldi, non lesinare mai sulla qualità del prodotto. Ci occupiamo dell’intero processo e siamo presenti in 50 negozi”. Nel 2019 questa società ha avuto ricavi per 15,8 milioni, con un utile di 900mila euro.
45 – 80 dipendenti – La VR46 Racing Apparel dà lavoro a 80 dipendenti, quasi tutti di Tavullia. Una precisa scelta dell’imprenditore Valentino che negli anni ha stretto partnership con grandi brand come Juventus e, più di recente, Lamborghini.
46 - Secret Room, il museo privato – Nel corso dei suoi anni nel motomondiale, Valentino ha tenuto con sè le tute, i caschi, i guanti, le coppe, i cappelli del podio, le moto più iconiche e i premi vinti. Per contenere questo imponente ammasso di cimeli, Rossi nel 2006 ha comprato una vecchia officina in cui ha creato il proprio museo personale. Vi si accede col montacarichi, è costantemente climatizzato, e in ogni armadio sono appese con ordine certosino tutte le tute, con stivale e casco personalizzato, rigorosamente in fila. "Mi piace portarci i miei amici o i piloti dell’Academy o gente che mi viene a trovare e non se l’aspetta. Veniamo su col montacarichi e la cosa più bella è vedere la loro faccia...”.
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