È capitato a tutti, fa parte della natura dell’essere umano. Esiste una soglia, in ognuno di noi, oltre la quale non permettiamo alle delusioni e le sconfitte di intaccare i ricordi e i sentimenti che si provano verso la ragione che alimenta la propensione al sacrificio, a lottare. “Non posso pensare di aver smesso di nuotare piangendo”. Pronunciò questa frase Federica Pellegrini dopo l’eliminazione dalla finale della staffetta 4x200 alle Olimpiadi di Rio 2016, scongiurando l’idea di un ritiro dalle gare a soli 28 anni. In quel caso si era avvicinata parecchio la Divina a quella soglia. Lo aveva urlato al mondo – tramite un post su Instagram – dopo la finale dei 200 stile libero conclusa senza medaglia per soli 26 centesimi.
È tempo di cambiare vita…o forse no…certo che un male così forte poche volte l’ho sentito. [Federica Pellegrini, 9 agosto 2016]
Nuoto
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Tuonava così la campionessa di Spinea e, sinceramente, a leggerlo oggi fa sorridere, e non poco. A Gwangju - in Corea del Sud - è arrivato il quarto oro Mondiale, il secondo consecutivo dopo quello di Budapest nel 2017 dove aveva dichiarato che non avrebbe più nuotato i 200 sl nella sua carriera. Il 5 agosto Federica spegnerà 31 candeline, senza dimenticare che in Brasile dovette arrendersi all’australiana Emma McKeon, la svedese Sarah Sjöström e l’americana Katie Ledecky, all’epoca rispettivamente 22, 23 e 19 anni contro i suoi 28. Il vortice del ricambio generazionale fa paura a tutti: il rischio di sentirsi meno competitivi per colpa dell’età che avanza e del sopraggiungere di nuove leve rampanti alla fine garantirebbe una motivazione piuttosto valida a suffragio di un cambio di vita, lontana dall’agonismo.
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C’è solo un dettaglio che non avevamo considerato, forse nemmeno Federica. Resta una sorta di solco nella vita di quelli che possiamo annoverare nella cerchia degli sportivi vincenti, scavato dalle rinunce, dalle sveglie all’alba, dai muscoli sollecitati fino all’esasperazione, il tutto per mettere un dito davanti a tutti. Tutto viene vissuto con una consapevolezza diversa, e per tutto si intende quell’insieme di piccolezze che noi, comuni mortali, chiamiamo quotidianità. I secondi, i centimetri, le lacrime.
Dopo l’oro a Gwangju ha pianto la Pellegrini, come a Rio. Questo dimostra una cosa, banale ma allo stesso tempo intramontabile: nel pianto si accarezza la voglia di mollare tutto ma è anche vero che, sempre dal pianto, si può trovare la forza di non arrendersi. Tutte le volte, quindi, che la sconfitta non riesce a scalfire l’amore per quello per cui si lotta si diventa più forti. Proprio come Federica Pellegrini, la migliore nuotatrice della storia.
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