Deborah Compagnoni, la leggenda che ha saputo trasformare la sfortuna in ori alle Olimpiadi Invernali

Dalle numerose cadute ai tre ori in tre edizioni consecutive: la storia della sciatrice italiana più vincente di sempre alle Olimpiadi Invernali, che ha affascinato il mondo dello sport con le sue gloriose imprese dopo essersi rialzata dal grido di dolore di Albertville 1992.

Deborah Compagnoni: la più forte di tutte, anche della sfortuna

Video credit: Eurosport

Le Olimpiadi Invernali disegnano un cerchio perfetto attorno alla storia di Deborah Compagnoni, una campionessa che trascende oltre l’eccellenza sportiva. È la storia del talento più cristallino nello sci femminile italiano che deve infrangersi sin da giovane con la più crudele realtà dello sport. Ma che alla fine con grande determinazione ha sempre saputo rinascere più forte di prima dai tanti infortuni che hanno inevitabilmente segnato la sua carriera.
Nel lungo viaggio che conduce da Albertville 1992 a Nagano 1998, le Olimpiadi le concedono un lampo di gloria effimero, che le viene sottratto quasi subito; ma diventano il luogo in cui, alla fine, ogni caduta trova riscatto e ogni sforzo per rialzarsi viene totalmente ripagato. Una trama da leggenda che la vede insignirsi di tre medaglie d’oro in tre edizioni consecutive (più un argento, di cui spesso ci si dimentica), prima e unica sciatrice a riuscirci finora. Ma ciò che l’ha resa una delle campionesse più amate va, appunto, oltre i risultati: è il suo intero percorso, una continua sfida a ostacoli, ad aver umanamente avvicinato Deborah Compagnoni al pubblico più di molti altri eroi sportivi del passato.
Forse anche perché in tutto questo Debby ha saputo mantenere la stessa semplicità di una "ragazza di montagna", come a lei piace definirsi. La stessa ragazzina classe 1970 da Santa Caterina Valfurva che sognava di vincere le gare ma non voleva farlo per lavoro, come scrisse in un tema delle elementari. Umiltà e idee chiare, gli ingredienti che le hanno permesso di mettere in bacheca tutto ciò che poteva negli anni Novanta. Ma soprattutto di incarnare un modello d’ispirazione per l’attuale generazione della valanga rosa che si presenta al cancelletto di Milano Cortina 2026 alimentando le stesse ambizioni d'oro. Nelle varie Goggia, Brignone, Bassino e le altre azzurre che circa trent’anni dopo stanno contribuendo a riscrivere i record dell’Italia femminile dello sci alpino da lei fissati, c’è tanto che si può rintracciare all’interno del percorso di Deborah Compagnoni: il talento sconfinato, i successi memorabili, la capacità di reagire agli infortuni e domare le intemperie. Il giusto momento per celebrare dunque un’atleta che ha regalato agli italiani alcune delle emozioni più indimenticabili nella storia dei Giochi Olimpici Invernali.
"Da grande vorrei sciare, fare le gare, ma non è un mestiere, vorrei dipingere quadri veri, grandi e venderli"
[Deborah Compagnoni in un tema delle elementari scritto a 9 anni, tratto dal suo libro "Una ragazza di montagna"]

Infortuni, operazioni e un ricovero d’urgenza al pronto soccorso

E pensare che la storia olimpica di Deborah Compagnoni, atleta polivalente capace di giocarsela con le migliori in tutte e quattro le specialità sin da giovane, ha rischiato di non venire mai scritta. Non tanto per quel primo grave infortunio in sé, rimediato a un mese da Calgary 1988, quando all’epoca non aveva ancora compiuto 18 anni ma si era già fatta conoscere nel circo bianco: un sogno olimpico rinviato ma un’intera carriera davanti ancora da costruire, a partire dal crociato del ginocchio destro devastato da una rovinosa caduta nelle prove di discesa a Zinal, in Svizzera. Operazione che purtroppo diventa l’inizio di un lungo calvario che si propagherà per gran parte del successivo quadriennio, durante il quale Compagnoni medita persino il ritiro da giovanissima.
Il percorso di recupero non procede come previsto, quel ginocchio non flette bene (non lo farà mai del tutto per il resto della sua carriera) e oltre a questo si aggiungono alcuni problemi di salute. Torna in pista diciassette mesi dopo l’incidente, nell’estate del 1989, ma già durante la preparazione verso la nuova stagione il ginocchio rioperato continua a subire ricadute. La gara successiva la disputa a fine gennaio del 1990: il dolore è lancinante ma non vuole saltare a nessun costo la tappa di casa, termina al sesto posto il gigante di Santa Caterina e subito dopo vola a Lione per ritornare sotto i ferri. Un intervento più complesso e strutturato, ma che finalmente può offrirle maggiore stabilità: il "vecchio" legamento artificiale che le era stato impiantato male viene sostituito con uno nuovo prelevando un pezzetto di tendine vicino alla rotula.
Superato il periodo di crisi più difficile, grazie anche al costante supporto del padre che la incoraggia a proseguire la sua carriera agonistica, sembra tutto pronto per il rientro definitivo. Ma in una giornata di ottobre del 1990, Deborah improvvisamente si sente male: portata d’urgenza in ospedale per un blocco intestinale, viene ricoverata in pericolo di vita ("Aveva ancora venti minuti" le parole dei medici riportate sulle cronache dei quotidiani) subendo una grossa asportazione. Un’altra stagione saltata quasi per intero a causa degli antibiotici, prima che la sua stella possa finalmente brillare nella coltre bianca.
Il palmares di Deborah Compagnoni
Il palmares di Deborah CompagnoniCredit Foto Eurosport

Albertville 1992: dall’Olimpo all’incubo in 24 ore

Per Deborah Compagnoni infatti l’aver cominciato a sciare per gioco a due anni e mezzo - spinta dalla voglia di imitare il fratello maggiore Yuri che si allenava, sulle orme del padre Giorgio istruttore e del nonno fondatore della scuola di sci del posto - si è rivelato come imparare una lingua straniera a quell’età: la si apprende con una naturalezza tale che ci si porta dentro per tutta la vita, mantenendo per sempre una scioltezza disarmante. Anche dopo che una carriera molto promettente a livello giovanile, campionessa del mondo juniores a soli 16 anni e subito quinto posto all'esordio in Coppa del Mondo l’inverno successivo, venga frammentata così tante volte al momento del salto tra le grandi da rischiare di tarpare le ali. Dopo tutti quegli stop si comincia a temere che la carriera della valtellinese non riesca mai a spiccare mai il volo, che non possa più ritrovare la stessa facilità di prima che la contraddistingueva e le dava un vantaggio tecnico sulle altre coetanee.
Ma il 1991/1992 segna la stagione della svolta di Compagnoni, grazie a una preparazione estiva senza intoppi, allenandosi persino accanto ad Alberto Tomba e al suo clan per un certo periodo. Arrivano i risultati, e i primi podi, con costanza. E soprattutto arriva la prima vittoria proprio alla vigilia delle Olimpiadi di Albertville 1992. Un’edizione alla quale, confessa al giorno d’oggi, non avrebbe voluto prendere parte: una Deborah poco più che adolescente aveva provato a scappare dal raduno preolimpico della nazionale che si svolgeva nella sua città d’origine, cercando nascondiglio nella mansarda del rifugio della nonna. Anche in questo caso fortunatamente la storia prende un risvolto diverso.
Quelle Invernali del 1992 sono Olimpiadi dislocate in varie località della regione della Savoia, un modello pionieristico simile a quello che vedremo a Milano Cortina 2026, dal punto di vista logistico. In quel 18 febbraio 1992 in cui Deborah Compagnoni entra tra le grandi per la prima volta in carriera, in realtà le attenzioni degli appassionati italiani sono concentrate principalmente una settantina di chilometri più in là, dove sul muro di Val d’Isere Alberto Tomba è chiamato a difendere l’oro nel gigante maschile. A Meribel invece, località in cui si svolgono le gare femminili, un meteo capriccioso aveva costretto a spostare di un giorno il supergigante femminile. E poi Deborah non parte di certo favorita, nonostante nella non tanto lontana Morzine l’azzurra avesse conquistato l’ultima prova in questa specialità prima dell’appuntamento a cinque cerchi. Rimane una promessa di 21 anni e mezzo ancora da forgiare, ma le fuoriclasse della disciplina sono altre.
A cominciare dalla beniamina di casa Carole Merle, che risente della forte pressione addosso sbagliando linee per buona parte del tracciato, ma rimane comunque in testa dopo che sono scese tutte le altre principali pretendenti. Il pubblico francese comincia a pregustare il sapore del trionfo di casa, ma la prova perfetta non l’ha ancora realizzata nessuna e col pettorale numero 16 sta per partire Deborah Compagnoni. La bambina che sciava con leggiadria e sognava da grande di realizzare quadri dipinge un capolavoro giù dalla Roc de Fer, esaltando le innate doti di scorrevolezza e agilità mentre percorre ogni piega. Il distacco al traguardo è abissale: un secondo e 41 centesimi che gelano le tribune a metà tra la costernazione e lo stupore. Così come esterrefatta è la stessa Compagnoni che non si rende conto di aver vinto l’oro in mezzo a un clima surreale al traguardo.
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SuperG Albertville 1992, il primo oro olimpico di Deborah Compagnoni

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"Regina e re" titola la prima pagina della Gazzetta dello Sport. In una delle giornate più gloriose nella storia azzurra, cominciata con un argento nello sci di fondo e infine condita nel pomeriggio dal tris olimpico di Tomba, l'attesa promessa dello sci alpino femminile è finalmente sbocciata. Ma la sua prima avventura olimpica non è finita qui. Sospinta dalla medaglia d’oro in SuperG, il giorno successivo punta al bis in gigante, specialità che sente più sua. Comincia la prima manche in totale fiducia, il primo intermedio la vede davanti di circa un decimo, ma dopo sette porte l’azzurra si inclina troppo e nel tentativo di recuperare per rimanere dentro al cambio di direzione si stende sul fianco sinistro. Mentre tenta di fermarsi si lascia andare a un urlo di dolore talmente forte da trafiggere i teleschermi e rimanere impresso nelle menti degli appassionati, stringendo in gola il cuore di un’intera nazione.
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Deborah Compagnoni giace a terra durante lo slalom gigante femminile ai Giochi Olimpici di Albertville 1992. Credit: Steve Powell /Allsport

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A cedere stavolta sono i legamenti dell’altro ginocchio, quello sinistro, quello su cui si era sempre fatta forza. Staff e soccorsi formano un cerchio attorno a lei, possono coprire le lacrime dell’atleta ma non la disperazione da cui si intuisce il peggio. Dietro quelle grida strazianti si nasconde di più oltre al dolore: l’immediata consapevolezza di quanto le sia accaduto, la paura di ritornare sotto i ferri e ricominciare nuovamente da zero, il tunnel di un altro lungo calvario e un futuro che ritorna a farsi tremendamente buio. La favola della 21enne valtellinese appena cominciata, dopo sole 24 ore pareva già spezzata in maniera quasi definitiva. Invece si tramuterà nell’inizio di un racconto che commuoverà tutto il Paese.
"Non è vero che se non mi fossi fatta male avrei vinto di più: questa è la mia storia, ho vinto proprio perché mi sono fatta male e avevo voglia di lottare e prendermi quello che mi è stato tolto"
[Deborah Compagoni al Festival dello Sport 2021]

Lillehammer 1994, la rivincita: portabandiera e oro in gigante

Il destino per una volta le dà una mano, o meglio due. Trasportata in ospedale a Lione, lì reincontra il professor Chambat che le aveva rimesso a posto il crociato destro, permettendole di tornare in gara già dall’inverno successivo. L’opportunità di riscatto infatti si presenta a soli due anni di distanza anziché i canonici quattro tra un’Olimpiade e l’altra, dato che a partire da Lillehammer 1994 si decide di spostare i Giochi Invernali negli anni pari non bisestili, per evitare la concomitanza con quelli estivi.
La stagione del recupero dall’infortunio è già pazzesca e dona speranza: Deborah Compagnoni rientra con tre podi consecutivi, raggiunge un picco di forma dopo i suoi primi Mondiali in Giappone nel 1993 e torna a vincere nel SuperG di Morzine, gara che aveva già conquistato l’anno precedente, quando con quel successo aveva riportato un’italiana alla vittoria in Coppa del Mondo dopo sei anni di digiuno. La rincorsa perfetta per poter darsi lo slancio nell’annata olimpica. Ottiene come riconoscimento per la sua determinazione il ruolo di portabandiera nella cerimonia d’apertura dei Giochi norvegesi, ma non può bastarle. Il titolo in SuperG non viene difeso, ma il cerchio rosso nel calendario è su quel "maledetto" gigante, prova in cui si presenta forte di tre vittorie consecutive e quattro podi a cavallo tra dicembre e gennaio, con un sesto posto come peggior risultato.
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Deborah Compagnoni col pettorale numero 14 nel gigante femminile delle Olimpiadi Invernali di Lillehammer 1994. Credit: Simon Bruty/Allsport

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Sulla collina di Hafjell la concorrenza è tostissima: dalle più giovani Martina Ertl e Katja Seizinger a Vreni Schneider sono presenti tutte le grandi campionesse del tempo, in un tracciato pieno di dossi e insidie coperti da un velo di nuvole grigie in cielo. Per un curioso rovescio del caso, Deborah sceglie di indossare il pettorale numero 14, lo stesso del crac alle Olimpiadi di Albertville. Non è scaramantica, si sente in grande forma e mostra assoluta rilassatezza anche dopo essersi ferita a un dito nel riscaldamento urtando un palo. La prima manche è già dominante, scia con la leggerezza di una pattinatrice su un manto ghiacciato che causa problemi a tutte le altre favorite. Nella seconda completa l’opera realizzando ancora il miglior tempo di manche. Con un sussulto a sei porte dall’arrivo, quando sul dosso che due minuti prima aveva messo out una neomaggiorenne Hilde Gerg (a metà gara era la più vicina a Compagnoni, a 63 centesimi di ritardo) subisce il rimbalzo e plana per un istante che sembrano secondi eterni, atterra sbilanciata e rischia un’inforcata che avrebbe del beffardo. Al passaggio alla fotocellula del traguardo la smorfia della tedesca Martina Ertl (capace di rimontare dalla quinta posizione, ma staccata di 1"22) dice tutto. Il gigante che le aveva tolto il sorriso diventa un gigante d’oro, le pungenti lacrime di dolore lasciano il posto a un dolce pianto di gioia. Quanto è bello il sapore della rivincita.
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La rivincita di Deborah Compagnoni in gigante: l'oro di Lillehammer 1994

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Nagano 1998: un finale da leggenda

Prima donna italiana a diventare pluricampionessa olimpica, per tutti ora è Debby: un personaggio capace di catalizzare il pubblico dentro e fuori le piste innevate, dando vita a una nuova valanga rosa tutta da coccolare. È un’atleta profondamente cambiata dal punto di vista dell’esecuzione, plasmata dalle intemperie ma più forte e consapevole di sé stessa. Dopo il trionfo di Lillehammer 1994 le viene concesso di costruirsi un team privato, abbandona definitivamente la velocità per concentrarsi sulle specialità tecniche e vive il suo periodo di massimo splendore, come se dopo l'oro olimpico in gigante si fosse alleggerita di un peso. Anche se non si è lasciata del tutto da parte i guai fisici: l’esordio stagionale da campionessa olimpica in gigante è posticipato a causa di un’infezione renale, con conseguente allergia ai farmaci curanti; un anno dopo, nell’autunno 1995, di nuovo il ginocchio destro da sistemare, lesione alla cartilagine e terzo intervento sotto le mani fidate del professor Chambat.
Deborah Compagnoni arriva comunque alle sue terze Olimpiadi Invernali da star assoluta, infliggendo distacchi impressionanti alla concorrenza nelle gare che contano. Conquista tre ori mondiali tra il 1996 e il 1997, quest’ultima edizione a Sestriere da regina incontrastata, realizzando l’accoppiata gigante-slalom che manda in estasi i tifosi italiani ammassati al traguardo, in un’epoca in cui lo sci alpino nel Bel paese è il secondo sport sulla bocca di tutti dopo il calcio. Nel "suo" gigante lascia le briciole alle avversarie in tutto il quadriennio, con tanto di primato di nove vittorie consecutive tra gennaio 1997 e gennaio 1998 - tra cui lo storico successo di Park City con 3"41 di distacco sulla seconda - più in mezzo la tanto agognata sfera di cristallo, vincendo la coppa di specialità.
Insomma, il percorso di avvicinamento verso Nagano 1998 sembra volgere al meglio per una volta. Sembra, appunto. Perché quando si racconta della Deborah Compagnoni atleta, ormai l’abbiamo capito: l’"intoppo" è sempre dietro l’angolo. E si presenta proprio nell’ultimo mese che precede l’appuntamento a cinque cerchi. La striscia record di successi viene interrotta da una brusca crisi di risultati, in più oltre all’apparente stress e un attacco influenzale si aggiunge l’angoscia per la presenza ossessiva di una persona che invade ogni spazio della sua vita, in un periodo in cui in Italia lo stalking non è ancora un tema di dibattito pubblico. Anche il viaggio verso la sede di gara è un’Odissea, tra problemi allo stomaco e otto ore di pullman dalla capitale giapponese per raggiungere il comprensorio di Shiga Kogen.
Ancora una volta il destino decide di giocare con lei: il meteo pazzo tipico del Monte Higashidate costringe a tutta una serie di rinvii, finché la prima gara di Debby ricade in una data speciale, a sei anni esatti di distanza dall’infortunio che le cambiò la vita. È il 19 febbraio 1998 e si disputa finalmente lo slalom speciale: l’occasione perfetta per chiudere un cerchio, oltretutto da campionessa iridata in carica in questa specialità che in realtà poche volte è entrata nelle corde della valtellinese (solo due vittorie in carriera tra i pali stretti). Il copione sembra scritto, dopo la prima manche Compagnoni è prima con sei decimi di margine. Ma nella seconda - disegnata dall’allenatore di Hilde Gerg, prima delle inseguitrici - il calore del sole fa perdere consistenza al manto nevoso e tutto il vantaggio dilapida man mano fino a tagliare il traguardo dietro alla tedesca per soli sei centesimi. Argento che impreziosisce la sua collezione ma beffardo, le darà motivazione extra nel prossimo gigante: il terzo titolo a cinque cerchi è soltanto rimandato.
Il giorno successivo Nagano si risveglia sotto un tempo perfido tra pioggia, vento e un po’ di nebbia, lungo un pendio che non lascia fiato. Un contesto proibitivo per tutte tranne che per una, abituata invece a entusiasmare in condizioni atmosferiche avverse. L’azzurra disegna due manche perfette e ottiene la vittoria più schiacciante nella sua carriera olimpica: 1"80 su Alexandra Meissnitzer argento e poco più di due secondi su Katja Seizinger bronzo, giù dal podio la temuta rivale Martina Ertl con un passivo ancora più pesante. È il canto del cigno su una carriera che aveva rischiato di spezzarle quelle ali piumate di color candido: un volto raggiante sfila sotto l’ombrello mentre va a mettersi al collo il terzo oro in tre Olimpiadi consecutive. Un’impresa che verrà replicata nello sci alpino prima di Milano Cortina 2026 soltanto al maschile da Matthias Mayer (tra il 2014 e il 2022).

Il suo segno alle successive Olimpiadi di casa

Si ritira la stagione seguente all’età di 28 anni, dopo aver dato veramente tutto nei grandi appuntamenti. Le Olimpiadi però le offrono ancora un ultimo grande prestigio a carriera terminata, quello di trasportare la torcia olimpica all’interno di uno stadio gremito durante la cerimonia d’apertura di Torino 2006, prima di far accendere il braciere a Stefania Belmondo. Vent’anni dopo un’altra Olimpiade Invernale in casa, in cui ricopre il ruolo di Ambassador, la sua leggenda resta ancora viva nella sempre più lunga storia a cinque cerchi.
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Deborah Compagnoni: la più forte di tutte, anche della sfortuna

Video credit: Eurosport

Nota bibliografica: alcune informazioni in questo articolo sono tratte dal libro "Oro Bianco" di Gianmario Bonzi e Dario Ricci, Infinito edizioni
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