Si sentì confusa. Credeva di esser stata dimenticata e i suoi successi chiusi dentro scatole polverose, insieme alle sue medaglie sotto mucchi di foto in bianco e nero. Il suo paese era cambiato. Il fantasma di Nicolae Ceauşescu, fucilato il pomeriggio di un giorno di Natale, stava finalmente svanendo dai ricordi di un popolo oppresso per troppo tempo. Erano già trascorsi cinque anni da quando Nadia Elena Comăneci fuggì dalla Romania a piedi verso il confine. Fu un’alba gelida di novembre e il Muro di Berlino era da poco crollato sotto i colpi della Rivoluzione.
«Tornai per la mia famiglia, finalmente nella mia vita potevo prendere una decisione personale. Non pensavo che il mio paese fosse ancora interessato a me – scrisse Nadia nelle sue “Lettere a una giovane ginnasta”, autobiografia pubblicata nel 2003 – ma mi sbagliai». Un mite giorno primaverile del 1994, la Comăneci scese dall’aereo che la riportava per la prima volta a casa: «C’erano migliaia di persone che agitavano bandiere e lanciavano mazzi di fiori». C’era all’aeroporto di Bucarest una folla di gente devota alla Fata di Oneşti, l’atleta simbolo di un tempo di speranza che in russo si chiama come lei: nadežda. Accolta da un primo ministro, Nicolae Văcăroiu, finalmente carne della democrazia sociale, la piccola comunista che non sorrideva mai stava proprio per commuoversi dolcemente: «In Romania, nella mia prima vita da ginnasta, non mi ero mai sentita così felice».
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Eppure ci fu un giorno in cui, nell'estate del 1976, le parallele olimpiche la consegnarono alla storia, il giorno del 10 perfetto ai Giochi di Montréal, ma in Romania Nadia era solo una pedina a cui la Securitate, la polizia segreta del dittatore Ceauşescu, negò l’adolescenza: «Provai qualcosa di sinistro mentre mi acclamavano alle Olimpiadi, ero poco più che una bambina». Diciotto anni dopo tornava a casa da adulta in un paese libero. Diciotto anni dopo non era più la fredda pedina vincente di uno scacchiere politico. Diciotto anni dopo era una donna forte che dava luce a un tetro passato. Era pur sempre Nadia Comăneci, la più grande ginnasta di tutti i tempi.

Nadia Comaneci e l'esercizio che ha fatto la storia

Capitolo 1 - «Chi sa fare la ruota?»

Nadia Elena Comăneci è nata il 12 dicembre 1961 a Oneşti, un municipio romeno nella regione storica della Moldavia, dove una ciminiera di mattoni rossi sovrasta la città alzando spirali di fumo nel cielo bruno. Da tre mesi l’Europa è divisa dal Muro di Berlino e un rigido inverno veste le strade di ghiaccio lucente.
Sei anni dopo, un uomo saldo dagli occhi buoni e le basette folte s’aggira tra i cumuli di neve in cerca di giovani talenti. Si chiama Béla Károlyi, è un ex-pugile e discobolo di venticinque anni, viene dalla Transilvania e ha appena aperto una palestra con la moglie Márta nell’ambito di un programma comunista di formazione centralizzata.
«Chi sa fare la ruota?» Una fredda mattina del 1967 alla scuola elementare di Oneşti, nell’ora di ginnastica, si alzano due mani: una è quella della piccola Nadia e la sua vita è cambiata per sempre.
Sette giorni su sette per tre ore al giorno sotto il severo controllo dei coniugi Károlyi, Béla e Màrta si dividono le responsabilità come l’allenatrice spiega nel documentario “La ginnasta e il dittatore”: «Io la seguivo alla trave e nell’esercizio artistico del corpo libero, mentre Béla le insegnò il volteggio e la mise sulle parallele asimmetriche, curandosi più nello specifico della sua preparazione fisica».
A sei anni, la ginnastica è già l’unica prerogativa della piccola Nadia, che fin da subito mostra una straordinaria versatilità sugli attrezzi, nel quadro rigido di allenamenti sempre più duri: «La mia infanzia ha dimostrato che l’obbedienza funziona. Mi dissero di allenarmi, mangiare sano e spegnere le luci dopo cena, pronta per il giorno successivo. Vigevano solo due parole: regola e disciplina». La piccola Nadia non conosce ancora i prezzi da pagare.

Nadia Comaneci

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Capitolo 2 - La paura di essere normale

Nella sua autobiografia, Nadia Comăneci rivela: «Mia madre era estremamente ordinata e a casa odiava vedere cose fuori posto. Ho preso da lei. A scuola, ogni mattina, dividevo le penne dall’astuccio: blu da una parte, nere dall’altra. Molti mi trovavano strana, ma credevo che fare cose normali non potesse portarti ad essere una persona speciale».
Lei lo è. È speciale, ha uno straordinario talento e un’estrema dedizione al lavoro di cui Béla è testimone: «Se dicevo “Ragazze, dieci flessioni!”, lei ne faceva venti. Questa è Nadia, una combattente nata per eccellere». Comăneci conferma: «Ho sempre voluto fare più di quanto Béla o Márta mi chiedessero, volevo essere perfetta, ero una ragazza estremamente determinata». I Károlyi ne plasmano la tempra ricavando il massimo.
Nelle sue assolute richieste, Béla rasenta il sadismo e molte allieve non reggono la pressione degli allenamenti, ma non la sua predestinata: «Se una bambina vuole giocare, questo non è il suo posto, ma se vuole sparare alla luna, va da Béla. So che sono state dette molte cose sul suo conto, ma sappiate che è una brava persona. È importante avere nella vita qualcuno che riesca a trarre il meglio, spingendoti al limite. Béla l’ha fatto con me e sono lieta che i nostri destini si siano incontrati».
La loro relazione si basa sulla fiducia reciproca: «Nadia ha tre qualità fisiche: forza, rapidità, agilità. E tre mentali: coraggio, intelligenza e una straordinaria capacità di concentrazione». Col passare dei mesi l’addestramento della Comăneci diventa estremo, ma Károlyi è lì anche per supportarla: «La mia vita era nelle mani di Béla. È vero quando dite che mi ha spinto oltre ogni limite, però poi mi ha impedito di spezzarmi il collo». I Károlyi sono molto esigenti, ma è Nadia la più severa con sé stessa, tormentata da ogni minimo errore. La sua ampiezza energetica ha la forza compulsiva di una supernova.
A nove anni la Comăneci vince la sua prima competizione internazionale a Lubiana, in un meeting che oppone Romania e Jugoslavia. Seguono stagioni di doti straordinarie e sempre più intensi allenamenti: nel 1975, a tredici anni, Nadia vince i suoi primi quattro titoli europei (individuale, parallele, trave e volteggio) ma non trattiene le lacrime quando, seconda al corpo libero, viene battuta dalla sovietica Nelli Kim. L’avversaria di una vita.

Nadia Comaneci

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Capitolo 3 - Comăneci e le stelle sovietiche

Ai Giochi Olimpici di Montréal 1976, Nadia Comăneci si sarebbe misurata con l’avanguardia della ginnastica mondiale incarnatasi nell’Unione Sovietica. Avrebbe gareggiato contro la mitica Olga Korbut, il Passero di Minsk, vincitrice di 3 medaglie d'oro a Monaco 1972. Contro la regina dell’all-around Ludmilla Tourischeva e contro Nelli Vladimirovna Kim, l'ultima piccola meraviglia della scuola russa. Un’armata di stelle rosse che non brillano nello stesso cielo perché fra Korbut e Tourischeva c’è una rivalità viscerale, che si specchia in quella dei loro allenatori, mentre l’astro nascente della Kim s’accende ai recenti Campionati Europei per un sempre più conteso oro individuale.
Ai Giochi canadesi, come quattro anni prima sulla cortina di ferro, le sovietiche sono obbligate a vincere tutto. «Le russe erano atterrate come delle star mentre nessuno s’accorse del nostro arrivo», rivela Károlyi: «Non ero invidioso di tutte quelle roboanti attenzioni, temevo solo che i media potessero influenzare il pubblico di casa, ma soprattutto la giuria. Ero molto teso quando mia moglie mi disse di osservare Nadia il giorno prima del debutto olimpico. Fu allora che pensai: “Questa bambina non conosce la paura”, convinto per la prima volta che il nostro tempo stesse ormai giungendo».
Un tempismo perfetto. Come quello mostrato da Béla di corsa all’ingresso dell’Olympic Park, dove le guardie di sicurezza non vogliono far entrare la Comăneci scambiata, senza tuta da ginnastica, per un’adolescente curiosa. Il ricordo dell’attentato di Settembre Nero a Monaco 1972 è ancora tragicamente intenso, «Ma credetemi se vi dico che, tra qualche giorno, la riconoscerete».

-100 a Tokyo: Nadia Comaneci e il 10 perfetto a Montreal 1976

Capitolo 4 – Qui dove tutto è libero

Capitalismo è una parola estranea a Nadia e avversa alle stelle sovietiche. Dall’altra parte del pianeta terra, la Comăneci sta scoprendo un mondo nuovo di cui, immersa nella sua palestra di Oneşti, non aveva mai nemmeno sentito dire. Del ricordo di quegli strani giorni scrive nella sua biografia: «Quando arrivai a Montréal fui sbalordita. Le dimensioni del Villaggio Olimpico mi sembrarono enormi, con atleti e preparatori di ogni sport che, giunti dappertutto, parlavano lingue così diverse dalla mia. Quello che mi colpii maggiormente era che tutto fosse gratuito: avevo un badge con cui potevo andare al cinema e bere bibite, e io non avevo mai bevuto una Coca-Cola! Mi portavano abiti, borse, cappelli e spille abbinate, e ciò per me era tutto assolutamente meraviglioso. Tanto che il primo giorno nemmeno dormii per non perdermi niente».
Károlyi deve però tenerla con i piedi per terra e alla vigilia delle Olimpiadi le proibisce di uscire dalla sua stanza e guardare la televisione. Impedisce inoltre a tutte le sue atlete di sfilare alla cerimonia di apertura, perché il giorno dopo inizia il programma di ginnastica. Era il suo modo di proteggerle e ha funzionato: Nadia Comăneci sta per sdebitarsi col suo nuovo favoloso mondo, trasformando il Forum de Montréal in un luogo leggendario.
Domenica 18 luglio, dove l’hockey è sport nazionale e i Montréal Canadiens giocano le loro partite di NHL, Nadia Comăneci è sola contro l’armata russa nella competizione a squadre, ma le basta un volteggio per rompere il ghiaccio e cominciare la sua rivoluzione. Perché la ginnastica entra in un una nuova era nel giorno in cui la RAI trasmette per la prima volta un mondo a colori.

Comaneci

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Capitolo 5 - Montreal 1976: il primo 10 perfetto

Sta spiccando il volo. Quattordici anni di ferro, trentanove chili di dinamite gentile, un metro e cinquanta di grazia artistica: la piccola Nadia ha la coda di cavallo, un body in lycra bianca come la magnesia, il numero 73. Segue mezzo minuto di pura perfezione: Nadia vola leggiadra tra le parallele, s’inchina ai giudici e attende il punteggio che sta cambiando la ginnastica per sempre. Un uno, 1.00, splende sul tabellone del Forum in una delle immagini più iconiche nella storia dei Giochi Olimpici e certamente il simbolo di Montréal 1976.
«Il pubblico era silenzioso, confuso», ricorda la Comăneci: «Nessuno sapeva cosa significasse quell’1.00 luminoso. Nemmeno Béla, che voleva già scagliarsi contro tutti e invece vide il giudice svedese alzare dieci dita. Il tabellone non era stato programmato oltre il 9.99 perché nessuno prima aveva mai ottenuto un punteggio perfetto. Quando Béla venne da me io gli chiesi: "Era davvero un 10?” Lui sorrise raggiante come non l’avevo mai visto e mi disse di sì. Era raro che mostrassi emozioni durante le gare, ma in quell’istante ho sorriso e sono andata su richiesta dei giudici a salutare il pubblico. Volevo fare in fretta, dovevo dimenticare subito quel 10 e passare alla trave».
Per dovere di cronaca, la Romania sta per vincere la sua prima medaglia d’argento nella storia della ginnastica olimpica. L’oro a squadre, il plurimo, è dell’Unione Sovietica, ma sul podio nessuna delle sue stelle rosse sta sorridendo: sono nebulose di polvere nel cielo di Montréal. Lassù dove la Fata di Oneşti ha spiccato il volo, dipingendo un firmamento di passione. È “solo” il primo 10 perfetto nella storia dei Giochi Olimpici. È “solo” il primo 10 perfetto di Nadia Comăneci a Montréal 1976, che sta per ripetersi alla trave e bissarlo alle parallele.
Alla Fata di Oneşti il pubblico riserva uno stato di ammirazione unica e collettiva e solo a lei risparmia quel tipico sibilo nervoso che precede l’esercizio. Perché lei, è molto semplice, non sbaglia mai. Non sbaglia mai e sorride poco, perché «Un sorriso poteva farmi perdere un millimetro di equilibrio, rischiando una penalità». Nadia Comăneci è poesia in movimento in uno stato di variazione continua. È l’opera d’arte che sublima l’esercizio ginnico. Vola “Sopra la città” come in un dipinto di Marc Chagall e Il suo silenzio è il mio, i suoi occhi i miei. È come se lei sapesse tutto della mia infanzia, del mio presente, del mio futuro, come se mi potesse vedere attraverso. Nadia è l’artista che fa della ginnastica un’invenzione costante, schiudendo una nuova dimensione alle parallele con il salto Comăneci.
Per la prima volta nella storia dell’attrezzo, la Fata di Oneşti stacca la presa con le mani dallo staggio alto per eseguire un salto frontale in avanti a gambe divaricate. Un movimento unico nel suo genere e senza tempo: il Salto Comăneci infatti è ancora oggi una difficoltà che poche atlete al mondo riescono ad eseguire. Un altro elemento epocale è l’uscita: Nadia mette i piedi sulla parallela più alta, fa scivolare il corpo sotto lo staggio e completa l’esercizio con un mezzo avvitamento e salto indietro. E il giornalista sportivo tedesco Joseph Goehler è il primo a farsi avanti per scrivere che «Da un punto di vista biomeccanico, ciò che abbiamo appena visto è inconcepibile». E il segretario generale della Federazione Internazionale, Max Bangerter, cercherà invano di vietare quel movimento per l’altissimo coefficiente di pericolosità del salto. Che invece sarebbe divenuto l’uscita standard per le prossime tre Olimpiadi… E mai più nessuna avrebbe replicato con la grazia immensa di Nadia Comăneci.

Nadia Comaneci 1976

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Capitolo 6 – La stella polare della ginnastica

Mercoledì 21 luglio 1976 il Forum è diventato l'epicentro delle Olimpiadi: sono tutti lì per vedere gli ultimi volteggi di Nadia, voli leggiadri, come la materia dei sogni. A Montréal, la Comăneci ottiene altri sei 10 vincendo 3 medaglie d’oro nel concorso generale, alla trave e, naturalmente, alle parallele asimmetriche. A quattordici anni, è la più giovane atleta di sempre a vincere un titolo olimpico: con lei sul podio le figuranti russe - Nelli Kim e Ludmilla Tourischeva - la precedono solo al corpo libero, mentre s’eclissano nell’all-around: Nadia Comăneci è la nuova stella polare della ginnastica.
Se le parallele asimmetriche sono il suo esercizio preferito perché «Richiedono molto pensiero metodico e io amavo la precisione, gli angoli e la complessità», è alla trave che la Fata di Oneşti può mostrare tutta la sua magnifica grazia. Eleganza, leggerezza, velocità d’esecuzione, abilità tecnica e tenuta fisica sono le eccellenze di un’atleta senza eguali. Tanto che il grande cronista sportivo Antoine Blondin scrisse: «La Lolita olimpica è una silfide ballerina che salta dagli staggi come un parrocchetto e danza alla trave come una colomba sul bordo del tetto. E il suo tocco trasforma il cavallo della ginnasta in un Pegaso alato».
Ai Giochi di Montréal, la Comăneci ha solo quattordici anni e ciò spiega il grado di separazione con cui sta vivendo il suo trionfo olimpico, presagendo il dolore che la aspetta in Romania dopo aver danzato libera sulle note di That’s My Baby. Nonostante la sua tenera età, Nadia è già una femmina che resiste e se può scegliere, non si concede. Non parla inglese, conosce solo qualche parola di francese e nell’ultima conferenza stampa, ai giornalisti che le chiedono il suo più grande desiderio, risponde «Tornare a casa». Se potesse rifare non direbbe così, ma la Fata di Oneşti sta diventando una fonte d’ispirazione per molte ragazze un minuto dopo esser stata la ginnasta più forte di sempre. Nadia Comăneci è già una donna alla ricerca della libertà.
Dalle sue “Lettere a una giovane ginnasta”, pubblicate ventisette anni dopo Montréal: «Non ti avvisano di avere un appuntamento con la storia, non c’è un manuale d’istruzioni su come gestire il momento. Avevo già ripetuto molte volte quell’esercizio da 10 alle parallele perché allenarmi per vincere medaglie d’oro era il mio lavoro. Vincerne tre ai Giochi del ’76 è stato storico per tutti, ma per me meno sorprendente… Perché era ciò che dovevo fare».
In fondo furono quei 10 perfetti, più delle 5 medaglie olimpiche, a spingere Nadia sotto i riflettori perché mai, come a Montréal 1976, la sfida della ginnastica si spinse oltre ogni limite. Di fatto Nelli Kim, che senza la Comăneci avrebbe dominato, ha fatto segnare i primi 10 perfetti della storia al volteggio e al corpo libero con l’inedito doppio salto indietro, vincendo le stesse medaglie d’oro della Fata di Oneşti. Ma la prima volta dell’1.00 non si scorderà mai: solo le parallele di Nadia Comăneci avranno per sempre un posto speciale nella purezza del mito.

Capitolo 7 – La perfezione del dolore

Prima di Montréal, nel medagliere olimpico della ginnastica romena c’è solo un bronzo a squadre a Melbourne 1956: edizione dominata dalla sovietica Larisa Latynina vincitrice dei suoi primi 4 ori, che saranno 9 per un totale di 18 medaglie, fino a Tokyo 1964. Se i successi atletici dell’U.R.S.S. hanno una fortissima spinta sociale, e solo nel 1976 Nikolaj Andrianov domina con 4 titoli il concorso maschile, quelli di Nadia Comăneci stanno generando una propulsione rivoluzionaria.
Nell’attesa di salire sull’aereo che li riporterà in patria, Béla Károlyi mostra a Nadia le cover dei giornali: She’s Perfect, Time Magazine; She Stole The Games, Sports Illustrated; A Star is Born, Newsweek. È decollata. Lei non capisce quelle parole e prova uno strano effetto a vedersi in copertina, ma ancora niente a che vedere con l’atterraggio a Bucarest: «Fu spaventoso, nessuno s’accorse della mia partenza e invece adesso, all'improvviso, tutti che spingevano e mi tiravano per cercare di toccarmi». In una cerimonia ufficiale, è insignita del titolo di Eroe del lavoro socialista dal presidente Nicolae Ceauşescu, al cospetto di migliaia di persone. Nadia Comăneci è diventata il simbolo della Romania, ma la Romania è una dittatura.
La Fata di Oneşti non ha paura di volare e le Olimpiadi di Montréal hanno fatto da spartiacque, perché Nadia è partita bambina e tornata adolescente: «Stavo spiegando le ali, stavo crescendo! Volevo finalmente prendere quelle decisioni che gli altri avevano sempre preso per me: avere delle amiche coetanee, andare al cinema, guidare una macchina. A sedici anni mi sentii attratta da tutte queste cose, ma così la mia carriera avrebbe rischiato di finire subito invece che presto. E quel giorno in cui per la prima volta e unica volta arrivai tardi all’allenamento, litigai con Béla».
Un anno dopo, agli Europei di Praga, la Comăneci splende ancora sulle sue parallele e alla trave, ma la delegazione rumena, per ordine governativo, ritira la squadra per un punteggio che, al volteggio, le costa la terza medaglia d’oro. Le prossime Olimpiadi saranno a Mosca e Ceauşescu vuole già mettere pressione all’apparato oltre a portare la Comăneci a Bucarest, in una palestra privata lontano dai Károlyi, tacciati di “sporche origini ungheresi”, sotto gli sguardi viscidi del figlio del Conducător. Si chiama Nicu ed è un uomo tossico e violento che sta per rovinare la vita di Nadia, forzata a diventare la sua amante in un baratro di abusi sessuali e violenze fisiche. Le voci che circolano intorno alla prigione sono terribili: Nicu le avrebbe rotto una mano minacciando di strapparle le unghie, Nadia avrebbe tentato il suicidio bevendo della candeggina. Niente a che vedere con le presunte diete ipocaloriche di Béla.

Nadia Comaneci a 13 anni

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La Fata Confetto dello Schiaccianoci di Čajkovskij non c’è più. La Comăneci, sorvegliata per tutto il giorno da tre predaci guardie del corpo, costretta a esibirsi in festini privati dal turpe Nicu, è una farfalla cristallizzata in un guscio d’ambra rossa. Se mai era stata anoressica, ora diventa bulimica nel suo stato di profonda depressione. Per non perdere il miglior strumento di propaganda del suo malato regime, Ceauşescu ha bisogno di una sola persona: Béla Károlyi. Come ai “vecchi tempi”, seguono cinque mesi di allenamenti durissimi di almeno sei ore per non oltre mille calorie al giorno: 100 grammi di carne a pranzo e metà per cena, 200 grammi di verdure, tre frutti e due vasetti di yogurt, carboidrati mai, dolci proibiti. Stavolta potrebbe non bastare, ma «Nadia è inarrendevole, Nadia è orgogliosa, Nadia è una combattente nata», dice Béla. E la magia si ripete.

Capitolo 8 – Mosca 1980: la magia si ripete

Nel 1978, ai suoi primi Mondiali di Strasburgo, Nadia Comăneci non è ancora in splendida forma e cade alle parallele, ma incanta alla trave (oro) e vince due argenti al volteggio e a squadre dietro alle nuove russe, Elena Mukhina e Natalia Shaposhnikova, e alla solita Nellie Kim. Questi successi le consentono di tornare a casa staccandosi dal perverso Nicu, ma non dal Conducător Ceauşescu che fa spiare notte e giorno la sua carta vincente.
Nel 1979, agli Europei di Essen, la Comăneci vince per la terza volta consecutiva il concorso generale, per la seconda al volteggio e per la prima al corpo libero, battendo finalmente le ginnaste sovietiche. Si svolgono nello stesso anno preolimpico anche i Mondiali di Forth Worth, ma Nadia si taglia con la fibbia di un fermapolso ed è costretta a saltare tutta la rotazione individuale. Contro il parere dei medici texani, sale comunque alla trave e con un 9,95 regala alla Romania la sua prima storica medaglia d’oro a squadre. Questa è una pagina non meno leggendaria della carriera sportiva di Nadia Comăneci, che dopo il ricovero di una settimana all’All Saints Hospital di Fort Worth per un intervento chirurgico alla mano in ascesso, inizia la sua vigilia olimpica con i capelli a scodella. Di «sette pollici più alta e una pietra e mezzo più pesante», ovvero 15 centimetri e 21 chili in più, ma con lo stesso sguardo vitreo e risoluto di Montréal.
Nell’estate del 1980 la Comăneci ha due nuove grandi rivali, naturalmente sovietiche, nel concorso individuale: la fortissima Elena Mukhina e la coetanea Elena Davydova, ma la prima forza il recupero da una frattura alla caviglia e, allenando un salto Thomas a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, si frattura il rachide cervicale, tetraplegica per il resto della sua vita. Un trauma che la federazione insabbierà per due anni, mentre la Davydova è tenuta a battere la Comăneci sotto il peso della Madre Russia, al Lenin Stadium, nel cuore costruttivista dell’Unione Sovietica.
Mosca 1980. Il 24 luglio la rotazione all-around è intensissima fino all’ultimo esercizio alla trave, dove Nadia ha bisogno di un 9.95 come punteggio per vincere la medaglia d’oro, ma dopo 28 minuti arriva un verdetto contestatissimo: 9.85, penalizzata dai giudici russo e polacco, ed è solo argento: «Vidi Béla correre dappertutto con il dito alzato. Urlava “Vergogna! Vergogna!” - ricorda la Comăneci - e quando tornammo in Romania, tanto per cambiare, passò dei brutti momenti al Comitato per aver insultato i giudici dei nostri amici Sovietici». Ammette Károlyi: «Pensai di essere arrestato, avrebbero potuto incarcerarmi e buttare le chiavi, ma il perché non l’hanno fatto non lo saprò mai. O forse solo perché eravamo troppo famosi».
Invero, la Fata di Oneşti era caduta dalle “sue” parallele ammettendo tutto il merito della Davydova, ma la vendetta scorre il giorno dopo sulla stessa trave, dove ottiene il suo ultimo 10 perfetto e la medaglia d’oro, prima del colpo di scena finale. Perché nel corpo libero, con il punteggio di 9.875, sale sul gradino più alto del podio a pari merito con Nelli Kim, la sua più grande e rispettata rivale. È la sua nona e ultima medaglia olimpica, il quinto titolo. A Montréal era solo una bambina. A Mosca, a diciotto anni, Nadia Comăneci è una donna che ha appena smesso di nuotare in un oceano d’aria. E dispensa pochi bellissimi sorrisi.

Nadia Comaneci e l'esercizio perfetto di Montreal

Capitolo 9 - Tutti gli uomini della Comăneci

Nel 1981, con una lunga festa d’addio scandita da 5 medaglie d’oro alle Universiadi di Bucarest, la Fata di Oneşti chiude le ali. È l’anno di una nuova vita per lei e per i coniugi Károlyi che, compiuta la missione a Mosca, traversano ancora l’oceano per un gala di ginnastica a New York, ma stavolta non tornano più. A Béla e Márta, pur coi loro metodi poco liberali, è offerta la direzione della Nazionale statunitense perché le prossime Olimpiadi saranno in California: i Károlyi accettano in cambio dell’asilo politico, prendono Mary Lou Retton e le fanno vincere la medaglia d’oro all-around a Los Angeles 1984.
Quella dei Károlyi è una storia di quarant’anni di successi. Da allenatori “americani” fino ad Atlanta 1996, quando Béla porta in braccio la sua atleta sul podio per ricevere la medaglia d’oro: è Kerri Strug e ha appena chiuso su una gamba l’ultimo decisivo volteggio. Da coordinatori della squadra femminile fino a Rio 2016, quando la ferrea Márta si fonde in un pianto nato all’alba dei tempi transilvani: «Nadia Comăneci è stata la nostra prima campionessa olimpica, Simone Biles sarà l’ultima. È stato un viaggio fantastico».
Diversamente dai Károlyi, Nadia torna a casa, ma la sua seconda vita post-olimpica è un’altra macchia scura di malinconia: «La mia condizione è peggiorata dopo la loro diserzione. Mi ritirarono il passaporto: non mi fu più permesso di viaggiare perché il governo temeva che anch’io potessi fuggire in America. Non potevo avere relazioni, non avevo nessuno con cui parlare perché all'epoca, in Romania, due persone su tre informavano il regime. Ero ancora una prigioniera, solo che stavolta vivevo con cento dollari al mese. Finii in un altro vicolo cieco».
Nel 1984, la Comăneci sposa il calciatore Ion Geolgău, ma il giorno delle nozze si presenta Nicu Ceauşescu con le sue guardie del corpo, scatenando una rissa in cui un invitato finisce accoltellato. Nadia annuncia il suo ritiro ufficiale a pochi giorni da Los Angeles 1984: non gareggia da ormai tre anni, ma ha salvato i Giochi dal boicottaggio del blocco sovietico. Geolgău viene estromesso dalla Nazionale rumena in partenza per gli Europei e la sua carriera naufraga insieme al loro matrimonio.
Il 27 novembre 1989, a meno di un mese dalla condanna a morte di Nicolae Ceauşescu e della moglie Elena, la Comăneci fugge dalla Romania infagottata in una vecchia pelliccia, traversando a piedi per sei ore il confine con l’Ungheria: «Eravamo in sette, abbiamo messo i piedi su un lago gelato, il ghiaccio s’è rotto e siamo sprofondati fino al ginocchio». Con lei, in auto verso l’ambasciata statunitense di Vienna, c’è Constantin Panait che abbandona la moglie e quattro figli, ma non è una fuga d’amore: «Sono Nadia Comăneci e chiedo asilo politico».
Fuggiva da una dittatura ormai esanime o da avverabili rappresaglie degli oppositori al regime? «Potremmo discuterne per anni senza trovare risposte - afferma la cronista romena Luminita Paul - Nadia se n’è andata per qualcosa che sapeva o qualcosa che aveva presagito». Di fatto, il 1° dicembre, dopo uno scalo nella “sua” Montréal, la Comăneci arriva all’aeroporto JFK di New York tra flash e clamori. Poche settimane dopo, Panait sparisce con i soldi, ma non con le medaglie che il fratello di Nadia, Adrian, ha murato nella casa natale di Oneşti.

Nadia Comăneci

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Nel marzo di un anno che fu leggendario, la piccola Nadia partecipò all’American Cup International Gymanstics Competition di New York. È il 1976, l’anno delle Olimpiadi di Montréal, e la Fata di Oneşti incanta il Madison Square Garden insieme all’astro nascente della ginnastica americana, il diciassettenne Bart Conner. Mentre sollevano i loro trofei, un fotografo gli urla di non essere timido e di darle un bel bacio. Lui sorride ed esegue: lei, che ha quattordici anni, sta lì impalata con la sua coppa in mano. Nadia diventerà leggenda pochi giorni dopo, Conner vincerà due medaglie d’oro a Los Angeles 1984: nella gara squadre… E alle parallele.
Vite parallele che si uniscono nel 1994, quando entrambi partecipano a una trasmissione televisiva. L’America è fatta così: ha voluto che s’incontrassero di fronte ai flash e si rivedessero davanti alle telecamere. Nadia volteggia da vent’anni alla ricerca della felicità e finalmente atterra tra le braccia di Bart Conner. Dall’età di sei anni, quando fece una ruota perfetta per Béla Károlyi, la sua è la storia di un’impossibile normalità: «Ovunque nell’Est dell’Europa sbocciavano segni di cambiamento, ma la Romania era ancora dietro le quinte della rivoluzione. Quando ho iniziato a fantasticare sulla mia fuga, la mia mente s’è animata e finalmente ho creduto che ciò fosse possibile. La libertà era lì e venne il giorno in cui fui disposta a rischiare tutto per ottenerla».
A vent’anni dal primo bacio del Madison Square Garden, il 26 aprile 1996 Nadia Comăneci e Bart Conner si sposano a Bucarest nel palazzo presidenziale che fu di Ceauşescu. Cinque mesi dopo il turpe Nicu muore a Vienna, dove è iniziata la vita libera di Nadia. A trent’anni dal primo incontro con suo marito, il 3 giugno 2006, diventa madre di Dylan Paul Conner. Oggi Nadia Comăneci è una splendida donna che mitiga il suo passato proteggendone i segreti: «Sai cosa dicono delle storie? Che ci sono sempre tre versioni: la tua, la mia e la verità». Tre giudici che solo una volta, tanto tempo fa, hanno espresso un giudizio unanime: dieci perfetto.
Scitto da Maxime Dupuis, tradotto da Fabio Disingrini
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