La chiamavano Granny, “Nonna”. Dawn Fraser si fingeva offesa, ma poteva facilmente ridere dell'insolenza delle sue compagne di squadra. Era ormai qualcosa di affettivo piuttosto che una mancanza di rispetto. Certo che a ventisette anni comincia la terza età del nuoto, eppure lei era lì, longeva al vertice, a respingere le nuove ambizioni di una grande rivale americana, Sharon Stouder, anni sedici.
Dawn Fraser apparve in corsia quattro del Yoyogi National Gymnasium di Tokyo il 13 ottobre 1964. Era la finale olimpica dei 100m stile libero, la distanza su cui cui la nuotatrice australiana portava in carica due medaglie d’oro olimpiche: Melbourne 1956 e Roma 1960. Era ancora lì, e le sarebbe bastato meno di un minuto per diventare una leggenda.
Nessun atleta olimpico aveva mai vinto tre medaglie d’oro consecutive nello stesso evento: figurarsi nel nuoto, dove il ricambio generazionale avviene sempre in maniera molto rapida. Dawn Fraser aveva a Tokyo un appuntamento col destino, eppure non pareva preoccupata dei suoi tempi, dei record o del primato. Pensava alla madre, morta in un terribile incidente stradale. Avrebbe tanto voluto rivedere mamma Rose sugli spalti. Avrebbe certo nuotato in sua memoria e con la sua fede nuziale.
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Sette mesi prima, Dawn Fraser riposava con la sua famiglia a Sydney, appena rientrata dai Campionati nazionali con il pass olimpico. Una sera partecipò a una cena di raccolta fondi con sua madre Rose, una delle sue sorelle e un'amica, Wendy Walters. Terminata la serata benefica, come racconta nella sua autobiografia Below the Surface del 1965, Dawn guidò verso casa della sorella:
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«Guidavo a circa 40 miglia all'ora. Avevo la patente da dieci anni e sapevo che quello sarebbe stato il mio limite con mia madre a bordo, sempre un po’ preoccupata della velocità. Stavamo percorrendo una curva in autostrada quando ho visto quella che sembrava la cabina di un camion davanti a me, mentre Wendy seduta accanto mi diceva: “Attenta, Dawn”. Ricordo solo di aver sterzato il volante verso destra e frenato con forza».
Nonostante quel tentativo, l’auto urtò violentemente il camion, ribaltandosi fuori strada: «I miei ricordi dell'incidente sono vaghi: un enorme primo piano davanti ai nostri fari, lo stridore degli pneumatici e un terribile schianto». L’autista aveva posteggiato l’autocarro per andare a pescare nel vicino Cook’s River.

Il relitto dell'auto che guidò Dawn Fraser il 9 marzo 1964 e nella quale fu uccisa sua madre.

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Una verità nascosta per 37 anni

Wendy Walters si ferì al volto senza gravi conseguenze, mentre Dawn e sua sorella persero conoscenza per i traumi subiti, ma non furono mai in pericolo di vita. Risvegliandosi al suo arrivo in ospedale, la Fraser vide l’amica e la sorella sdraiate sui letti vicini e udì uno dei medici dire «Tre feriti e un DOA», “Dead on arrival”, morto in arrivo.
«Ricordo di aver visto mio fratello e gli chiesi: “'Kenny, cosa significa DOA?” e lui disse: “Non preoccuparti adesso, sorellina”. “Ma la mamma sta bene?”, domandai, e lui mi rispose: “Ne parleremo più tardi”.
La madre morì sul colpo e Dawn lo seppe solo due giorni dopo l'incidente. Con gravi lesioni alla schiena e al collo, la campionessa olimpica dovette tenere per due mesi uno scomodo tutore che le teneva il busto immobile. Non potè nemmeno partecipare al funerale di sua madre, mentre il dolore e il senso di colpa la gettavano nella depressione.
«Incolpavo me stessa per non aver evitato l’incidente. Mia madre aveva 68 anni e io le ero completamente devota. Non credo di aver capito quanto fossimo vicine fino alla disgrazia, poi fu troppo tardi».
Prima che venisse dimessa dall’ospedale, i fratelli le dissero più volte che non aveva avuto colpe, ma Dawn non seppe elaborare il lutto: «Durante il ricovero, cercai di riordinare la mia vita e di adattarmi all'idea che mia madre non ci fosse più, ma non riuscivo a credere che fosse davvero successo a me».
Per aiutarla a stare meglio, la famiglia di Dawn le disse che sua madre era morta di attacco cardiaco causato dallo spavento e non per le conseguenze del tremendo impatto. Fu solo nel 2001 che seppe tutta la verità e fu quasi un sollievo, ma solo 37 anni dopo, sentirsi dire ciò che in fondo aveva sempre saputo.
Scrisse Fraser nella sua seconda autobiografia, What I Leaned Along The Way (2013): «Oggi so finalmente di aver cancellato quel grosso punto interrogativo. Nel corso degli anni, ho capito che puoi contorcerti di notte, perdere il sonno... Ma di certo non puoi cambiare il passato. Anzi, furono proprio i miei genitori a insegnarmi ad accettare le cose per come vengono e a imparare dai miei errori».

Per Donny, il suo caro fratello

Non fu quella la prima tragedia nella vita di Dawn Fraser. Quattro anni prima suo padre, un maestro d'ascia emigrato dalla Scozia, era morto di cancro, ma il suo primo giorno di dolore risaliva all’infanzia. Dawn era la più giovane di otto figli, quattro sorelle e tre fratelli, ed era il primogenito Donald a cui si sentiva più vicina. In un'intervista alla ABC del 2007, Dawn parlò della natura gentile e protettiva del fratello maggiore, Donny, descrivendolo affettuosamente come il suo eroe d'infanzia.
«Era quel tipo di ragazzo che si offre sempre di aiutare senza aspettarsi niente in cambio. Ricordo che, se facevamo qualcosa di molto sbagliato, nostro padre ci dava delle frustate sul sedere con la cintura di cuoio, e Donny se le prendeva anche per me dicendogli, “No papà, ero io a fumare sul divano, non Dawn”. Era buono, protettivo e mi difendeva sempre: anche quando non è che proprio me lo meritassi».
Fu Donny a introdurla al nuoto e ad arrabbiarsi coi fratelli se la chiamavano Dawn the Prawn: “Il Gambero”. Aveva tre anni quando Donny la portò per la prima volta in una piscina pubblica: «Avevo l'asma - ricorda la Fraser - così i medici dissero a mia madre di farmi fare sport. Scelsi il nuoto perché non eravamo una famiglia ricca e per nuotare mi sarebbero serviti soltanto un costume e un asciugamano… Certo che avrei preferito andare a cavallo!»
Quando Donny morì di leucemia, lei aveva undici anni e prima di lasciarla le fece promettere di dedicarsi completamente al nuoto: «Dawnie, allenati duramente, fallo per me. Hai un dono per l’acqua». Così, molto prima di tuffarsi a Tokyo in memoria di sua madre, la Fraser nuotò per il suo caro e compianto fratello.
Dawn crebbe a Balmain, nel Nuovo Galles del Sud, in una vecchia casa bifamiliare di fronte a una miniera di carbone abbandonata, che descrisse come "Il tetro e stanco sobborgo di fronte al porto di Sydney". Tredicenne, Fraser fu notata da Harry Gallagher mentre nuotava nella baia: l’istruttore che sarebbe diventato parte intrinseca del suo futuro di enorme successo, l’uomo a cui dovrà tutto. Subito convinto del potenziale di un’adolescente determinata ma distruttiva, accettò i suoi sbalzi emotivi offrendosi di allenarla gratuitamente.

Dawn Fraser con suo padre e sua madre nel 1956.

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La bisbetica domata

Il compito di Harry Gallagher fu tutt'altro che semplice. Non solo questo prodigio del nuoto era allergico al cloro, ma anche una ragazzina sfacciata, scurrile e testarda. Dawn Fraser era una specie di Larrikin: che in slang australiano significa giovane arrogante e turbolenta, ma in fondo di buon cuore.
Aveva gli occhi tenebrosi e i capelli corti: «Era un vero maschiaccio che sputava e imprecava come una puttana - ricorda oggi il suo allenatore - e saltava i recinti come un gatto scottato, fumava sigarette, beveva birra come fosse acqua e si pestava coi ragazzi». Per ammissione di Dawn, invece, il nuoto l’ha salvata molte volte: «Ero un’apprendista delinquente, rubavo biciclette, rompevo le finestre, saltavo la scuola… Finché la mia vita non è cambiata in acqua. Avevo quattordici anni e fu per sempre».
Quasi per natura, viste le premesse, il rapporto della Fraser con Harry Gallagher fu tumultuoso. Stabilmente scortese con l'allenatore, malgrado il suo fermo impegno a coltivarne il talento, Dawn si rifiutò perfino di allenarsi con le altre sue allieve: «Non nuoto nella stessa corsia di quelle stronze presuntuose», gli disse, eppure Gallagher aveva il giusto approccio per lavorare con Fraser. Era severo, perfettamente in grado di domare un carattere così aspro, guadagnando la sua fiducia senza mai cercare di cambiarla, anzi si mise soffiare su quella fiamma ardente.
«Mi capì e non fu interessato a educarmi, ma solo a rendermi sempre più forte in acqua, senza cambiare il mio stile»: oggi Harry ha 96 anni e Fraser 83: si parlano almeno una volta a settimana e lei lo chiama ancora “Mr Gallagher”.
«Fu orribile - ricorda l’allenatore - Mi dava dell’incapace, mi diceva di lasciar perdere di sparire, mi mandava a fare in c***, di sparire. Non aveva la minima intenzione di fare ciò che le dicevo. Aveva un'aggressività selvaggia. Era come una puledra indomabile, ma quando decisi di allentare le briglie andò meglio, perché così poteva sentirsi meno maneggiata».
«Le dicevo: “Sai Dawn, nessuna ragazza l'ha mai fatto prima e nemmeno tu ci riuscirai, però almeno potresti provarci”. E lei mi rispondeva: "Cosa c***o vuoi dire? Certo che posso farlo, dannazione". E fu così che fece the whole nine yards», ovvero “tutto il resto” in gergo australiano.

Dawn! L’alba di una nuova era

I notevoli progressi in acqua della Fraser non si fermarono nemmeno innanzi una squalifica di diciotto mesi. Aveva quattordici anni e a un meeting natalizio seminò le sue avversarie, vincendo un premio simbolico in denaro. Si trattava davvero di pochi spiccioli, ma quanto bastò per violare le rigide regole di governance dello sport amatoriale. E la cosa sarebbe anche passata inosservata, non fosse stato per la successiva vittoria della Fraser su Lorraine Crapp (l’altra stellina del nuoto australiano) ai Campionati Western Suburbs del 1951, quando l'allenatore della Crapp presentò un reclamo e la Fraser fu squalificata dalle gare per un anno e mezzo.
Punita per il suo successo, Dawn avrebbe anche potuto rinunciare al nuoto non fosse stato per Gallagher. Così la Fraser tornò ad allenarsi dopo aver lasciato la scuola per lavorare in una fabbrica di vestiti e quando a Mr Gallagher, nel 1955, fu offerto un lavoro ad Adelaide, chiese a Dawn ormai diciottenne di partire con lui. Il padre era contrario, ma quando infine cedette, tutti seppero della giusta decisione.
Perché ad Adelaide la Fraser trovò il perfetto equilibrio tra le dure sessioni d’allenamento, un nuovo lavoro in un grande magazzino e il benessere dei fine settimana trascorsi nella campagna circostante. Era finalmente ed estremamente concentrata sul nuoto e l’estate stessa vinse tutte le distanze femminili a stile libero dei Campionati South Australian: 100m, 200m, 400m e 800m. Il suo duro lavoro e quello di un allenatore lungimirante, capace di sopportare molto programmando una vera e propria operazione di conquista, furono pienamente ripagati. Era l’alba delle Olimpiadi di Melbourne e di una nuova era.

Dawn Fraser: gloria, coraggio e una bandiera rubata all'alba..

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Crazy 1956, l'anno dei record

Il 21 febbraio del 1956, nove mesi prima dei Giochi Olimpici, Dawn Fraser fece il suo ingresso sulla scena mondiale. A Sydney, durante i Campionati australiani, dominò i 100 metri stile libero regolando Lorraine Crapp di un anno più giovane di lei, eppure molto più quotata. Vinse in 1'04"05 battendo il record mondiale dell’olandese Willy den Ouden: un primato stabilito quasi vent’anni prima. Tuttavia, parlando alla stampa, Dawn sembrò quasi delusa dal suo crono: «Posso fare molto meglio di così»… E i media non capirono ancora se fosse una certezza concreta o solo espressa presunzione.
L’Australia aveva già una ricca tradizione natatoria, ma stava vivendo un periodo di stasi che, a metà degli anni Cinquanta, Fraser e Crapp avevano l’onere di fermare a Melbourne, nelle acque delle Olimpiadi di casa, in quello che si sarebbe rivelato l'anno più pazzo nella storia dei 100m stile libero femminile. Perché, inviolabile per due decenni, il record del mondo sarebbe caduto sette volte in dieci mesi.
Appena dieci giorni dopo sotto le bracciate di Cocky Gastelaars, che riportò il primato in Olanda, ma ancora in estate Dawn riprese l'iniziativa e il suo nuovo record resistette due mesi prima di essere migliorato dalla Crapp, che aveva appena compiuto diciott’anni. Furono giorni incredibili di Battle Royale del nuoto in cui, a ogni gara, ci si aspettava un nuovo primato, ma alle Olimpiadi la sfida sarebbe stata fra le sole australiane per il boicottaggio dei Giochi da parte dei Paesi Bassi dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria, privando Gastelaars della grande chance di competere Down Under.

La corona di Melbourne

Fu Fraser contro Crapp, e la medaglia d'oro parse proprio inevitabile. Intanto, il record del mondo dei 100 metri stile libero cadde due volte in pochi minuti, ma il giorno prima della finale, Dawn faticò a dormire: fece un incubo tanto inverosimile quanto spaventoso: «Allo sparo dello starter, i miei piedi erano incollati al blocco di partenza, ricoperti di miele denso. E quando finalmente sono riuscita tuffarmi, al posto dell’acqua erano spaghetti. Cercavo di districarmi nuotando, ma gli spaghetti si legarono intorno ai miei piedi come una corda, quindi potevo usare solo le braccia e alla virata non sono più riuscita a riemergere da sott’acqua. Mi svegliai sentendomi soffocare».
Fu l’incubo peggiore che potesse fare, ma il giorno dopo la sua gara diventò un sogno a occhi aperti. Parve ancora spaventata quando, dal suo blocco, si chinò appena avanti per guardare di sotto, e quando vide l’acqua decise che era il momento di dare spettacolo. C’erano anche i suoi genitori per la prima volta sugli spalti… Anche se lei non lo seppe fin dopo il suo trionfo.
Sì, a Melbourne 1956 fu un vero trionfo per lei e per l’Australia, che mise tre atlete di casa sul podio dei 100m stile libero: Dawn Fraser e Lorraine Crapp, oltre a Faith Leech. La Crapp virò per prima e dopo 75 metri era ancora in testa, ma qui la sfida diventò colpo su colpo, bracciata dopo bracciata, spalleggiandosi fino all’arrivo. A occhio umano, toccarono il muro insieme, ma il nuovo record del mondo fu della diciannovenne Dawn Fraser, campionessa olimpica in 1'02"00.
«Fu “Our Dawn”, la nostra alba», ricorda Mr. Gallagher. L’alba di un giorno lunghissimo perché per quindici anni, da questo storico 1° dicembre 1956 fino alla fine degli anni Settanta, la Fraser fu regina indiscussa dei 100 stile libero.
Medaglia d'argento nei 400m, dietro alla Crapp, e leader dell’imbattibile staffetta australiana 4x100m, quella ragazzina irriverente di Balmain divenne un tesoro nazionale: The Golden Girl, una star dei media per tutto il corso degli anni Cinquanta.
Dopo le Olimpiadi di Melbourne, sono stata messa su un piedistallo, ma non è stato facile avere tutti gli occhi puntati, ogni giorno fu qualcosa con cui fare i conti
lo fece molte volte, perché a Melbourne 1956 la sua età dell’oro era appena cominciata. Tre anni dopo, ai Campionati nazionali, Dawn Fraser guarì da un’epatite e dalla conseguente perdita di 6 chili di peso, battendo quattro record del mondo in due giorni: l’ultimo a farfalla, in una gara a cui partecipò per capriccio di Harry Gallagher. «Avete appena assistito alla migliore performance sportiva di una donna, la più grande che il mondo abbia mai conosciuto!», urlò il presidente dell’Australian Swimming Union incitando la folla. Dawn Fraser era una super-star.

Grande abbastanza da sapere quando andare a letto

Dawn Fraser fu amatissima dal pubblico australiano, ma anche oggetto di critiche quando il lato oscuro della sua persona riemerse in qualche occasione. Non seppe mai accettare certi compromessi, volle sempre conservare la sua piena indipendenza, fatta di gesti libertari e onestà intellettuali, malgrado la sua nuova straordinaria fama. Aveva la pelle spessa, riluttante a ogni forma di autorità.
Come quando ai Giochi Olimpici di Roma 1960 festeggiò molto apertamente la sua medaglia d’oro malgrado il divieto della federazione, alla vigilia della staffetta mista 4x100 dove l’Australia fu “solo” argento. Il suo rifiuto di schierarsi in prima batteria, selezionata per nuotare a farfalla, aprì una crepa fra lei e le sue compagne di squadra. Brecce comportamentali, clamorose come certi tuffi, che per fortuna l’acqua seppe (quasi) sempre nascondere sotto superficie.
Volevano che andassi a letto tassativamente alle 21.30, ma avevo 23 anni e non ero più una bambina. Ero un'adulta capace di prendere le proprie decisioni, abbastanza grande da sapere quando andare a letto.
«Il suo rifiuto ha messo in imbarazzo l'intera squadra», scrisse il manager Roger Pegram nel suo rapporto annuale all’Australian Swimming Union, ma c’erano altre ragioni molto fondate. Dopo il successo a farfalla dei Campionati nazionali, Dawn Fraser soffrì di fortissimi crampi allo stomaco e al punto che un medico le consigliò apertamente di rinunciare a quello stile. E nonostante fosse detentrice del record del mondo, disse a Pegram che non avrebbe gareggiato a farfalla alle Olimpiadi.
Così, scelta in batteria proprio per la frazione Butterfly, la Fraser festeggiò invece fino a tarda notte l’oro dei 100m stile libero, fotografata a bere birra. Dicono che poi in stanza finì a cuscinate in faccia tra lei e le altre Water Babes: di fatto lei e le sue compagne di squadra non si rivolsero più la parola per tutto il corso delle Olimpiadi romane. E l’intenzione di proseguire anche oltre fu assolutamente reciproca.

Dawn Fraser (a sinistra), con Lorraine Crapp al suo fianco dopo la doppietta nei 100m stile libero a Melbourne.

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Oltre la barriera del minuto

Peccato per l’accaduto a Roma 1960, perché in acqua Dawn Fraser fu poesia in movimento. Niente poteva arginare il suo dominio, che dai Giochi di Melbourne 1956 assunse proporzioni senza precedenti.
Proprio a Roma, Fraser divenne la prima atleta olimpica a confermare un titolo nel nuoto, vincendo i 100m stile libero in 1'01"20, e due anni dopo, nell'ottobre del 1962 a Melbourne, scrisse una nuova pagina di storia acquatica rompendo per prima il mitico muro del minuto. Fu un’altra impresa senza precedenti che le valse una fama enorme, perfino invitata a pranzo dalla regina Elisabetta II sullo yacht reale Britannia.
Il 29 febbraio 1964 a Sydney, Dawn Fraser batté il primato del mondo dei 100m stile libero per l'undicesima e ultima volta in 58"90: un record incontrastato per altri otto anni e stabilito agli Australian Championships & Olympic Trials dieci giorni prima della perdita della madre.
I suoi genitori non avevano potuto raggiungerla a Roma nel 1960: era un viaggio troppo costoso per una famiglia operaia, ma dopo la morte del padre, Dawn si ripromise che avrebbe portato mamma con sé ai Giochi Olimpici di Tokyo, nel 1964. Risparmiò per molti mesi e la comunità di Balmain organizzò campagne di raccolta fondi per pagare il biglietto aereo, l'alloggio, e le spese di viaggio della signora Fraser: «Soldi che andarono poi tutti in beneficenza», afferma Dawn, per cui le Olimpiadi di Tokyo rischiarono di diventare insignificanti, perfino assurde, di fronte al dolore per la perdita della madre.

Tokyo 1964: una tripletta leggendaria

Dawn Fraser soffrì a lungo di depressione e dovette affrontare le conseguenze fisiche dell'incidente a soli sette mesi dai Giochi Olimpici. Trascorse un mese e mezzo paralizzata in un tutore ortopedico prima di tornare ad allenarsi, ma con certe limitazioni.
«Ero molto preoccupata dal fatto che non potessi immergermi sott’acqua, perciò ho trascorso molti mesi senza tuffarmi né virare». Così fu a Tokyo che si tuffò per la prima volta da prima dell’incidente, eppure non aveva perso la sua celebre e potente partenza in immersione.
Gestendosi tra i suoi problemi fisici e il rumore di una nuova generazione di atlete, Dawn Fraser giunse in Giappone in condizioni ancora piuttosto precarie o almeno presunte tali, visto che molti cronisti trovarono praticamente inverosimile una sua tripletta senza precedenti. I nuovi favori dei pronostici erano infatti tutti per Sharon Stouder, sedicenne statunitense, astro nascente del nuoto mondiale, ma fu proprio questo scetticismo diffuso specialmente tra gli australiani a spingere la Fraser oltre i suoi limiti.
Così Granny rimise subito le cose in chiaro: vincendo la sua batteria in 1'00"60 e la semifinale in 59"90, migliorando addirittura il suo record olimpico. La finale fu molto combattuta fra Stouder e Fraser, che dopo 75 metri sembrava sconfitta, ma l’ultima bracciata della campionessa fu un feroce atto di forza: 59"50. Per la terza Olimpiade consecutiva, Dawn Fraser vinse i 100 metri stile libero e nessuno saprà più ripetere tale incredibile impresa.
La terza medaglia d’oro fu la più bella, la più storica, la più inattesa. Perché aveva ventisette anni e s’era allenata così poco, senza potersi immergere, al cospetto della migliore avversaria della sua carriera, di undici anni più giovane in uno sport da sempre così precoce come il nuoto. Per questo Dawn Fraser uscì dalla vasca della finale olimpica con un sorriso raggiante e pianse appena, tirando un sospiro di sollievo. Fu la sua ultima gara, si ritirò da imbattuta. Uscì dalla vasca dicendo orgogliosa: «Ora posso andarmene serena».

Finale 100m stile libero dei Giochi di Tokyo: Dawn Fraser, sulla corsia numero 4, parte per la sua terza incoronazione di fila.

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L’ultima Olimpiade della ribelle Fraser

Certamente Dawn Fraser non avrebbe gareggiato quattro anni dopo alle Olimpiadi di Città del Messico, e non per ragioni apertamente sportive, ma per decisione delle autorità australiane. Perché Tokyo confermò il suo status irrevocabile di leggenda del nuoto, ma la vide però scontrarsi con i nuovi organigrammi federali fino alla rottura inevitabile.
A tutti gli effetti, ai Giochi di Tokyo l’atmosfera fu tesa fin dal primo giorno, quando alla Nazionale australiana di nuoto fu proibito di partecipare alla cerimonia di apertura per l’inizio delle gare già la mattina successiva. Ma Fraser, con tre sue compagne di squadra, ignorò il divieto sfilando in prima fila con un bel paio di occhiali da sole.
Anche Bill Slade, succeduto a Pegram come manager della squadra di nuoto australiana, disse di essersi sentito «molto deluso dal comportamento delle ragazze, che hanno infranto un accordo preso prima che il team partisse per Tokyo», ma la Fraser non era mai stata una che segue le regole, anzi per la gara dei 100 metri rincarò la dose, indossando un costume che lei stessa aveva cucito invece di quello ufficiale, che riteneva poco aderente. Un danno per gli sponsor, una cannonata contro la federazione all’inizio di una giornata campale, anche per i media australiani.
Per la sua storica e impareggiabile terza medaglia d'oro nei 100m stile libero, Dawn Fraser fu scelta come portabandiera alla cerimonia di chiusura delle sue ultime Olimpiadi: sabato 24 ottobre, dopo aver trascorso qualche giorno da turista in Giappone e bevuto le sue solite birre.
Lo scandalo definitivo, quello per cui sarebbe stata ricordata per sempre, fu la notte prima dell’ultimo commiato quando Fraser fu invitata a un party per la conquista delle medaglie australiane (18, di cui la metà nel nuoto) all'Imperial Hotel, dove già stava soggiornando avendo lasciato il villaggio olimpico al termine delle sue gare. Fu una grande notte di festa… E le cose sfuggirono di mano.

Il mistero del furto della bandiera del Palazzo Imperiale

Mentre la festa stava per concludersi a notte fonda, a una dozzina di ore dalla cerimonia di chiusura di Tokyo ‘64, Fraser andò “in spedizione” con Desmond Piper, uno dei giocatori di hockey su prato vincitori della medaglia di bronzo, e Charlie Morris, il medico della delegazione australiana. La loro Olimpiade, in fondo, era finita ed era stata un grande successo, perciò ebbero ancora voglia di festeggiare.
La loro missione: rispettare l'antica e un po’ pacchiana tradizione della bandiera olimpica da rubare come souvenir. «Dopo aver camminato a lungo, ci ritrovammo davanti a un gran sventolio di bandiere, di fronte a un enorme edificio», racconta Fraser in Below the Surface: «I pennoni spuntavano come grandi punti esclamativi intorno a noi e abbiamo scelto di prendere una bella bandiera olimpica con i Cinque Cerchi. Io e Doc ci siamo caricati Des in spalla issandolo verso le bandiere, ma abbiamo un po’ tutti perso l’equilibrio e Des, aggrappandosi ai vessilli, ne ha strappati un paio: da lì fischi dappertutto e l’arrivo della polizia, che ha cominciato a inseguirci».
Se non fosse stata Dawn Fraser, l’atleta olimpica più famosa del mondo, sarebbe parsa poco più che una bravata da adolescenti ubriachi, solo che le bandiere rubate dai tre membri della Nazionale australiana sventolavano sulla facciata del Kōkyo, il Palazzo Imperiale, sotto le stanze del dormiente imperatore Hirohito.

«Portami passaporto e medaglia d’oro: è sotto il mio cuscino»

I tre “malviventi” olimpici in fuga presero strade diverse. In Below the Surface, Dawn Fraser racconta di aver cercato di nascondersi in un cespuglio del giardino imperiale, da cui però le sbucavano i piedi e la polizia, scovandola, le rifilò una manganellata proprio sulle gambe. Ma la sua fuga maldestra non era ancora finita perché Dawn saltò sulla bici di un poliziotto pedalando al buio… E ruzzolando giù per il fossato del Palazzo, slogandosi la caviglia.
Molti anni dopo al Times, Dawn rinnegò il falso mito di aver nuotato nel fosso del Palazzo Imperiale per sfuggire ai suoi inseguitori: «In quell’acqua così sporca e fangosa? Ma nemmeno per scherzo! Doc e Des erano già stati presi. Io invece uscii dal fossato e mi sdraiai su una panchina. Quando le guardie mi ritrovarono e mi chiesero cosa stessi facendo, risposi che stavo aspettando degli amici con la bandiera sotto la tuta da ginnastica».
Ma la bandiera le spuntò da sotto la tuta e fu finalmente colta in flagrante, trasportata alla stazione di polizia di Marunouchi.
«I am Dawn Fraser and i won the Olympic Games», ma alla stazione di polizia, il tenente faticava a capire la lingua inglese e specialmente a credere che si trattasse della celebre tripla campionessa olimpica. Così, nel cuore della notte, Dawn fu costretta a chiamare il suo amico Lee Robinson, che si trovava in Giappone per girare un documentario sulla più grande nuotatrice del mondo.
  • FRASER: «Ciao Lee, devi venire alla stazione di polizia di Marunouchi. È a due isolati dall'hotel»
  • ROBINSON: «Perché, che hai fatto?»
  • FRASER: «Portami passaporto e medaglia d’oro: è sotto il mio cuscino»
  • ROBINSON: «Sì ma che hai fatto?»
  • FRASER: «Senti, te lo spiego quando arrivi»
E quando Lee Robinson si presentò in commissariato con il documento e la medaglia d’oro dei 100m stile libero, il tenente fu ancora più costernato. Le disse che un reato di furto, per di più dal Palazzo Imperiale, era punibile con il carcere e le fu ordinato di restare a disposizione delle autorità, solo permettendole di tornare in hotel dopo una notte ormai lunga e agitata. E poi non fu più in stato di arresto, ma le autorità australiane vennero presto a saperlo e, in un certo senso, fu anche peggio.

Dawn Fraser e suo marito Gary Ware (a sinistra) nel 1965.

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L’imperatore fu molto divertito… Ma non l’Australia

Dopo così poche ore di sonno, Dawn Fraser si stava già preparando per recarsi allo Stadio Olimpico dove, ebbene sì, avrebbe fatto da portabandiera. Era preoccupata per lo stato della sua caviglia ormai gonfia e si fece fasciare il piede proprio da Doc Morris mentre bussavano alla sua porta, come raccontò il medico della Nazionale alla ABC:
«Era il tenente di polizia ed entrò in stanza con un altro paio di agenti. Pensammo di essere nei guai, invece il tenente mise sul letto di Dawn una grande scatola dicendole «Apri, prego, apri» nel suo inglese stentato. C’erano dentro un bellissimo bouquet di fiori, la famosa bandiera rubata e un biglietto che diceva: “Con i complimenti della Polizia”».
Pare che il centoventiquattresimo imperatore del Giappone, informato dell’accaduto a colazione, si fosse molto divertito, chiedendo espressamente che la bandiera sequestrata venisse offerta in dono a Dawn Fraser, che dopo poche ore guidò la squadra australiana durante la cerimonia di chiusura di Tokyo 1964. Claudicando vistosamente mentre i primi rumors sul tentato furto cominciavano a circolare nelle redazioni di tutto il mondo.
E le ripercussioni furono piuttosto gravi. Il 2 maggio 1965, quattro nuotatori olimpici furono puniti con sanzioni senza precedenti: Linda McGill, 19 anni, fu bandita da tutte le competizioni per quattro anni; Nanette Duncan, 17, e Marlene Dayman, 15, per tre stagioni: contrariamente agli ordini di squadra, avevano partecipato alla cerimonia di apertura insieme a Dawn Fraser, che fu sospesa dieci anni per aver aderito all’Opening di Tokyo ‘64, essersi rifiutata d’indossare il costume ufficiale della squadra e aver tentato di rubare il drappo olimpico dell’imperatore Hirohito, anche se l’ormai celebre furto della bandiera non appariva fra i motivi squalifica nella lettera di notifica della federazione australiana.
Molti anni più tardi, la Fraser ha detto alla ABC che la bandiera fu battuta a un’asta di beneficenza per 75mila dollari, anche se più avanti venne resa alla figlia di Dawn come risarcimento per la carriera troncata a sua madre. Una condanna, come sostenuto da molti, di una ragazza d’estrazione operaia da parte di un establishment sportivo elitario: «Sì, avrei potuto proseguire per un anno o due», disse l’impudente dei sobborghi di Balmain.
E anche se la squalifica fu revocata pochi mesi prima delle Olimpiadi del Messico, Dawn Fraser, ormai trentenne, non ripensò mai più al suo ritiro. La sua carriera s’era conclusa a Tokyo sotto un arco di trionfo, fino al varco del Palazzo Imperiale.

Dawn Fraser nel 2020

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C’èra una volta una Larrikin

Piuttosto, al momento della sentenza, Dawn Fraser si stava godendo la luna di miele con il suo nuovo marito, Gary Ware, conosciuto poco prima delle terze Olimpiadi e diventato padre di Dawn-Lorraine, in omaggio alla sua antica e gloriosa rivalità con Lorraine Crapp.
Ware era però un allibratore di Townsville dipendente dal gioco e con una certa vena violenta, visto che una notte tentò di strangolarla. Così lei afferrò un coltello da cucina e l’avvertì: «Se non te ne vai ora, ti uccido. Andrò in prigione, ma prima ti uccido» … E Ware se ne andò debitamente.
Fraser rivelò le violenze subite dall’ex-marito solo nel 2014, ospite di Fox Sports Australia, insieme alla verità riscoperta sulla morte della madre per liberarsi di tutte le ombre del passato. Dopo il suo ritiro, diventò una pubblicitaria senza mai più lasciare Balmain, co-gestì un negozio di formaggi e divenne istruttrice di nuoto. Bisessuale, fece outing negli anni Settanta ed ebbe un’incursione politica nel decennio seguente, candidato membro del Parlamento del Nuovo Galles del Sud.
Donna brillante e mutevole, protagonista in Australia di molti lavori narrativi e opere benefiche, purtroppo molto schietta anche nelle sue posizioni anti-immigratorie, da anni simpatizzante pubblica del One Nation Party di estrema destra. Nel 2015, ha apertamente criticato il comportamento “lascivo” dei tennisti australiani Nick Kyrios e Bernard Tomic dicendo loro: «Se non gradiscono le mie parole, tornino pure da dove vengono i loro padri o i loro genitori». Kyrgios le ha risposto dandole della Blatant racist, “Palese razzista”, e chiedendo espressamente le sue scuse per mezzo stampa. Ma malgrado gli scandali e certe sue inquietanti posizioni politiche, niente ha danneggiato l'immagine patriottica di Dawn Fraser.
Dal 1967 Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per i servizi resi allo sport e Ufficiale dell’Ordine dell’Australia in riconoscimento del servizio pubblico dal 1998, anno in cui è stata nominata anche “Più grande atleta australiana della storia” e poi eletta “Più grande campionessa vivente al mondo negli sport acquatici” dal Comitato Olimpico Internazionale. Ai Giochi Olimpici di Sydney 2000 è stata l’ultimo tedoforo e infine due anni fa, per le celebrazioni del Compleanno della Regina, è stata nominata Compagna dell’Ordine dell’Australia.
Fraser sarà per sempre Dawn, “L’alba del nuoto olimpico”, protagonista di un leggendario three-peat dopo di lei riuscito solo a Krisztina Egerszegi nei 200m dorso (da Seul 1988 ad Atlanta 1996) e a Michael Phelps quattro volte oro dei 200m misti da Atene 2004 a Rio 2016. Sarà per sempre Dawn, pioniera di un nuoto senza occhialini e i cui costumi da bagno, in cotone spesso, pesavano oltre quattro chili bagnati. Rozza, insolente, iconoclasta, sarà per sempre Dawn, che ha scolpito nei Cinque Cerchi l'immagine di una campionessa unica nel suo genere, di una donna libera i cui trionfi hanno divorato il tempo, lasciandone i difetti a galla.
Scitto da Maxime Dupuis, tradotto da Fabio Disingrini
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