Il sogno americano ha l’età del Nuovo Mondo. Nato quando i Padri Pellegrini misero piede sulle coste del Massachusetts calcando quelle terre sconosciute, il sogno americano è nella linea di sangue dei loro discendenti. Gli sconvolgimenti della storia e della vita hanno gettato degli ostacoli sul suo cammino, ma il sogno americano è sempre vivo ed è il grande tessuto connettivo del popolo di una giovane nazione.
Dalla sua fondazione, l'America è stata costruita su un principio critico e immutabile: che tutto nasce sempre da una speranza immensa. E poiché questa speranza si materializzi, tra slanci mistici e opere attive, il prezzo da pagare può diventare sofferenza. Ma il suo effetto, che sia tragico o felice, senz’altro spettacolare, è la forza narrativa di una nazione cibata dal sogno americano.
Kerri Strug aveva un sogno. Da bambina, voleva diventare una campionessa e per raggiungere i suoi obiettivi non aveva altra scelta che impegnarsi a fondo, credere in loro e inseguirli con estrema determinazione. Ogni giorno doveva sfidare la soglia del dolore. E il giorno in cui ha realizzato il suo sogno, proprio quel giorno ha sofferto come mai prima d’allora, già certa che per vincere bisogna saper soffrire.
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10 perfetto o perfezione del dolore: vite parallele di Nadia Comaneci
08/06/2021 A 07:34
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UNA PER TUTTE, TUTTE PER UNA

Kerri Strug sognava di essere Marty Lou Retton, vincitrice di cinque medaglie ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984. Aveva solo sei anni, ma già sapeva che la ginnastica avrebbe segnato la sua vita, nel bene e nel male, fantasticando voli immensi.
Ciò che Kerri Strug quel giorno non poteva sapere è che molti anni dopo, ad Atlanta 1996, la sua squadra dovrà raschiare periodi di dominii sovietici nella ginnastica. Costi quel che costi, dovranno vincere una medaglia d’oro ideologica e collettiva, fatta di stelle e strisce, caviglie distorte e legamenti strappati, lacrime di dolore e di felicità.
Molte volte nei miei sogni avevo immaginato quel momento. Me l’ero immaginato bello come il sorriso di Mary Lou, invece mi sono ritrovata a piangere dal male, sul podio in braccio al mio allenatore, senza nemmeno i pantaloni della tuta!
La sua impresa è stata simbolica e notevole perché Kerri Strug non era una fuoriclasse. Non era una Biles o una Comăneci, eppure aveva grinta e infine mostrò coraggio. Perché senza di lei il Team USA non avrebbe mai vinto la medaglia d’oro, allora One for all and all for one. Una per tutte, tutte per una.
Il 23 luglio del 1996, una ragazza di 141 centimetri per 39 chili è diventata reginetta. Icona d’America, simbolo di un’impresa indimenticabile, di un’opera qui celebrata a venticinque anni di distanza.
Mai prima d'allora le americane avevano vinto il concorso a squadre, né ai Campionati mondiali né alle Olimpiadi. Resilienza, altruismo e dedizione hanno dato sostanza a questo storico risultato, ma anche certe medaglie d’oro hanno un rovescio, come lo slancio del sogno americano. Questa è la storia della piccola grande Kerri Strug.

«UN GIORNO LA MIA SORELLINA ANDRÀ ALLE OLIMPIADI»

Prima di Kerri c'è stata Lisa, sua sorella maggiore. La più grande delle Strug ha molto talento, eppure capisce presto che è sua sorella più piccola, meno bella, meno dotata, ad avere quel “qualcosa in più”. Così, quando Kerri ha solo nove anni, Lisa si vanta a scuola coi suoi amici, dicendo che «Un giorno la mia sorellina andrà alle Olimpiadi». E quel giorno sarà davvero speciale.
Molti genitori riflettono i successi dei loro figli, ma non è il caso degli Strug, sempre un passo indietro alla carriera di Kerri. Lei che avrebbe voluto seguire le orme del padre cardiochirurgo, o diventare pediatra, mentre la palestra prende il sopravvento dall’arte del sogno al centro dei suoi pensieri.
Kerri Strug accetta molto presto i sacrifici e duplica gli sforzi sottoposti a una disciplina così rigida, rifiutando la normalità dell’infanzia e i piaceri dell’adolescenza:
La carriera di una ginnasta è piuttosto breve. La maggior parte di noi raggiunge l’apice della carriera a quindici o sedici anni. Così, quando avrò finito, avrò il resto della vita per fare tutte quelle altre cose. Questo pensiero significa molto per me
Kerri Strug si dedica alla sua passione, partecipando alle gare fin dall'età di otto anni, ma presto capisce che il suo amore per la ginnastica non può bastare. Per diventare la migliore, deve essere allenata dal migliore.
E il migliore è Bela Karolyi, l’istruttore di Nadia Comăneci che ai Giochi Olimpici di Montreal, nel 1976, ha stravolto la storia della ginnastica eseguendo il primo 10 perfetto: l’esercizio più famoso di tutti i tempi alle parallele asimmetriche.
Alcuni anni dopo, nel 1981, Karolyi disertò il regime dittatoriale di Nicolae Ceaușescu chiedendo asilo politico agli Stati Uniti dove, in un sistema sportivo senza una grande tradizione ginnica, educò subito Mary Lou Retton a vincere l’oro olimpico all-around: «Il resto del mondo rideva della ginnastica americana. Prima che arrivassi io».
Nel 1991, Kerri ha tredici anni quando s’unisce alle file del comandante Bela Karolyi, un mito vivente, nel suo ranch texano di Huntsville. Duemila ettari di spazio a Nord di Houston per un’accademia d'élite della ginnastica mondiale. Mille miglia di distanza da Tucson, in Arizona, dove la famiglia Strug sta vivendo una difficile separazione.

Kerri Strug durante gli Olympic Trials del 1992

Credit Foto Getty Images

UNA VOCAZIONE DEL CORPO E DELL’ANIMA

Lavoro e sacrificio sono i capisaldi che sostengono il fascino e la grazia della ginnastica artistica. Questo sport è una vocazione per il corpo e per l’anima. E per soddisfarla, i migliori ginnasti devono spingere i loro corpi oltre ogni limite, al punto che certe funzioni fisiche di base come lo sviluppo e la pubertà ne sono influenzate. Kerri Strug non si preoccupa di questo ed è il voto di ogni ginnasta che vuole vincere. Qui subentra Karolyi.
Regime militare, disciplina inflessibile. Bela Karolyi è celebre per il suo ordine d’allenamento e le sue allieve, soldatine di ferro, devono dare la vita all’attrezzo. Karolyi è un uomo alto, transilvano, dai baffi folti e l’accento pesante. Dorme quattro ore a notte, dall'una alle cinque, e da prima dell’alba trascorre la maggior parte del giorno in palestra. La sua filosofia è così semplice che spaventa: «Non sono mai soddisfatto, mai abbastanza. Mai».
Delle cinquecento ragazze che frequentano la sua palestra, solo le migliori sei lavorano direttamente con lui e sua moglie Marta. Non per il talento, ma per la sua capacità di sopportare i più duri carichi di lavoro, Kerri Strug fa parte delle Karolyi's Six-Pack.
«La ginnastica non è per divertimento - dice Karolyi all'inizio degli anni Novanta - Non è il golf. È un duro lavoro e per questo non posso essere mite. Devo esigere, chiedere di più, essere severo per ricavare il meglio. Se vuoi essere il migliore, devi essere perfetto».

IL PREZZO DELLA GLORIA

Molte allieve dei Karolyi saranno vittime della legge del più forte. La natura stessa degli allenamenti di Bela richiede sforzi sovrumani: «Il successo dipende da quanto si è disposti a sacrificare - dice Bela - quanto si è disposti a stravolgere la propria vita quotidiana per un determinato obiettivo». Molte vengono schiacciate. Altre, anche fra le più brave e vincenti, criticheranno i suoi metodi, una volta volate via da quel nido di ferro.
Denunce riprese ai tempi dello scandalo Larry Nassar, il medico della squadra nazionale che ha lavorato per molti anni nel ranch dei Karolyi, condannato all'ergastolo per aver abusato sessualmente di centinaia di atlete, molte di loro minori.
Molte testimonianze rilasciate dalle ginnaste durante il processo hanno poi rivelato la brutalità fisica e psicologica di alcuni metodi d’allenamento dei coniugi Karolyi, rei di aver causato disturbi alimentari e crisi d’autostima fra le allieve. Per questo, nel 2018, la scuola dei Karolyi chiuderà travolta dagli scandali.
Perfino Dominique Moceanu, di cui stiamo per parlare a fondo, ha accusato per molti anni Bela e la moglie Marta di abusi fisici e verbali. Di certo i loro metodi sono stati estremi, anche se Kerri Strug ha sempre difeso con fermezza i Karolyi da ogni critica: «Mi sento in debito con Bela. Ho scelto di allenarmi con lui… Che non era lì per essere il mio migliore amico o per farmi da figura paterna. Lui era lì per farmi diventare una grande ginnasta, spingendomi ogni giorno oltre la mia comfort zone».
In effetti, chi s’allena con Karolyi lo fa per dieci ore al giorno, sei volte alla settimana. Gli unici giorni liberi dell’anno sono la domenica, il 4 luglio e tre mattine durante le vacanze di Natale. Bela non transige sul cibo: ad ogni costo, le sue allieve non possono assumere più di 900 calorie al giorno e solo di domenica possono concedersi una pizza, ma categoricamente senza formaggio.
A Kerri sta bene perché lei ha fame solo di successo e si nutre del suo grande sogno americano. E proprio cinquecento anni dopo la scoperta delle Americhe, lei sta navigando in direzione contraria per inseguire la gloria. Kerri ha quattordici anni e ai Giochi di Barcellona 1992 sarà la più giovane olimpionica in gara.
I nuovi durissimi sforzi delle ginnaste americane sono ripagati nel concorso generale, dove il Team USA ottiene la medaglia di bronzo dietro alla squadra unificata delle ex-Repubbliche Sovietiche e alla Romania, le due superpotenze della ginnastica mondiale. Non è abbastanza per Bela e le sue soldatine capitanate da Kim Zmeskal, la “preferita” dei Karolyi per la sua grazia innata e prima statunitense campionessa del mondo nell’Individuale, che ai Giochi di Barcellona gareggia con una caviglia fratturata: «É la genetica a rivelare la bellezza umana insieme a prestazioni di alta qualità - dice Bela - Sono le Olimpiadi che mostrano alla comunità cos'è la ginnastica».

GLI ANNI DURI COME IL BRONZO

Kerri Strug era tutt'altro che soddisfatta della sua medaglia di bronzo: «Non aver ottenuto ciò che volevo a Barcellona mi ha fatto desiderare l’oro di Atlanta così tanto da ardere», ricorderà con la sua voce acuta.
Lei che a Barcellona 1992 era così giovane da non poter partecipare alla cerimonia d’apertura. Lei che non può ancora accettarlo, ma capirà che vincere quelle Olimpiadi sarebbe stato davvero precoce. Perché per come invece stanno le cose, Kerri combatte strenuamente per realizzare il suo sogno: facendo ogni possibile sforzo e oltre, rinunciando a tutto per la gloria.
«Tornare da Barcellona senza medaglia d’oro è il motivo per cui ho deciso di rifare tutto da capo». Per un’adolescente, quattro anni in più di sacrifici, sforzi fisici e carichi mentali devono sembrare un'eternità. Non per Kerri Strug, una ragazza in missione per il sogno americano.
Tuttavia Bela Karolyi, compiuti cinquant’anni, decide di ritirarsi. Così Kerri si ritrova all’improvviso senza un allenatore, senza una guida sulla strada che porta ad Atlanta… E lo smarrimento iniziale sfocia presto in un autentico periodo di crisi. La Strug volteggia verso Edmond, in Oklahoma, dove nell'inverno del ‘93 subisce una grave perdita di peso che fatalmente coincide a uno strappo del muscolo addominale.
Costretta a lasciare la ginnastica per sei lunghi mesi in cui si cura a Colorado Springs, Kerri torna alla nativa Tucson, nella città bruciata dal sole come un Icaro dalle ali ancora fragili. Il suo primo allenatore, Jim Gault, raccoglie i cocci di un’adolescente distrutta dagli infortuni e i cui sogni hanno smesso di splendere. Lei torna ad allenarsi, ma un giorno cade rovinosamente dalle parallele asimmetriche, infortunandosi alla schiena: «Sono stati i peggiori anni della mia vita».
Ma Bela Karolyi sta per tornare. Torna per forgiare il talento di Dominique Moceanu, figlia d’arte di due ginnasti romeni e nuovo prodigio della ginnastica statunitense. E poi c’è Kerri Strug, la più caparbia delle sue soldatine volanti.

EST CONTRO OVEST

Le Olimpiadi di Atlanta sono i Giochi del Centenario. Lo Stato della Georgia ha battuto Atene per ospitare l'evento in una sfida concettuale di realismo moderno e pathos. Da Barcellona 1992, cinquecento anni dopo la scoperta delle Americhe, ad Atlanta 1996, cento anni di Olimpiadi moderne, i Giochi entrano definitivamente in una nuova dimensione. E lo fanno anche grazie al mito, questo sì immutabile nel tempo, del sogno americano.
All'aria romantica del Palau Sant Jordi sul promontorio del Montjuïc, succede il braciere infuocato del gigantesco Georgia Dome che - casa degli Atlanta Falcons in NFL, sede del Super Bowl XXVIII nel 1994 - ospiterà la settimana ginnica dei Giochi Olimpici. C’è sete di gloria.
Nella ginnastica femminile, l'Unione Sovietica vince l’oro a squadre incessantemente dal 1952, se si escludono le Olimpiadi boicottate di Los Angeles 1984, con il titolo di Barcellona 1992 in carica alla squadra post-sovietica.
Per contrasto, le americane non si sono mai spinte oltre l’argento dell’84, battute dalla Romania di Ecaterina Szabó, Simona Păuca, Lavinia Agache e Doina Stăiculescu in assenza dell’URSS. Le medaglie di bronzo nel 1992 e ai recenti Mondiali del 1995 hanno però iniettato fiducia nelle vene del Team USA.
Le chiamano Mag 7, The Magnificent Seven, come il famoso film western, come un pezzo dei Clash dall’album Sandinista! e sono una squadra di stelle comete e astri nascenti alla luce polare di Shannon Miller, che ha già vinto 5 medaglie olimpiche e altrettanti ori mondiali. Lei, Dominique Davis e Kerri Strug sono le uniche ad aver gareggiato a Barcellona, ma Kerri è anche la più schiva, la più timida: certamente la meno pubblica nei giorni che precedono Atlanta, senz’altro la più versatile in gara grazie al suo notevole spirito di squadra.
Bela Karolyi la chiama Sacred Bird: «Kerri è un motore forte, di quelli che, entrati in funzione, non si spengono più… E ad Atlanta fu come non l'avevo mai vista prima. Aveva il fuoco negli occhi, un desiderio, la fame. Era determinata a vincere dopo così tanti sacrifici in palestra».
Kerri Strug riceve poca attenzione mediatica in una squadra le cui star annunciate sono la coetanea Miller, erede diretta di Mary Lou Retton e Kim Zmeskal, e la quattordicenne Dominique Moceanu. Sono il Team USA di ginnastica artistica femminile, protette dai clamori del villaggio olimpico nel placido campus della Emory University. Sono The Magnificent Seven, So get back to work and sweat some more; The sun will sink and we'll get out the door. Come cantava Joe Strummer, Tornate al lavoro e sudate ancora un po'; quando il sole tramonterà, noi usciremo dalla porta.

Kerri Strug in azione sulla trave

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TARGET: 9.493

23 luglio 1996. Il grande giorno del concorso a squadre è arrivato e il Team USA costruisce in gara le migliori aspettative con un vantaggio di 0,897 punti sulla Russia prima della rotazione finale, in cui le Mag 7 si giocano tutto al volteggio. L’occasione è storica.
Le prime quattro ginnaste statunitensi - Jaycie Phelps, Amy Chow, Shannon Miller e Dominique Dawes - eseguono un buon volteggio e finalmente tocca alla Moceanu, cui basta un 9.493 in uno dei due salti per ipotecare il trionfo americano… Ma per due volte fallisce l’arrivo. Per due volte la terra trema sotto le cadute della Moceanu: 9.137, 9.200. Lo stadio di Atlanta trattiene il fiato: per due cadute, le Magnifiche Sette rischiano di perdere l’oro.
«Fu davvero traumatico, eravamo a un passo dall’impresa, ma quando Dom è caduta la prima volta - ricorda Kerri Strug - ho pensato “Non è possibile, non cade mai”, ma soprattutto un’atleta di Bela NON DEVE cadere in una finale olimpica».
Quel salto la Moceanu l’ha ripetuto mille volte e non l’ha mai sbagliato, ma ad Atlanta la pressione disperde le leggi di gravità. Nessuno sa ancora che la nuova stellina della ginnastica ha subito a poche settimane dalle Olimpiadi una frattura da stress alla tibia.
«Va bene, è impossibile che lei cada due volte - prosegue la Strug - ma poi l'ho vista fare di nuovo lo stesso volteggio e lo stesso identico arrivo, cadendo. “Oh My God”, avevo le farfalle nello stomaco, dovevo pensarci io e mi son detta: “Devo farlo per gli Stati Uniti d’America, mi sono allenata duramente per così tanto tempo e sono perfettamente in grado di fare questo volteggio”».
Questo è il momento che Kerri aspetta da tutta la vita: una nebulosa all’ombra delle star americane che si ritrova per la prima volta sotto i riflettori, al centro della scena, prende la rincorsa e volteggia… Ma qualcosa cede e sono tutti in piedi tranne lei, caduta sul tappeto. 9.162. É uno psicodramma americano.
«Ho fatto lo stesso errore di Dom, ho aperto troppo presto e anch'io sono caduta di sedere. Mi sentivo come una scimmia o qualcosa del genere, ero seriamente imbarazzata: “Questi sono i Giochi Olimpici, ho sprecato la chance di realizzare il mio sogno sotto gli occhi del mondo”. Mi sentivo soffocare».
Ma è molto peggio di così. Mentre la Moceanu era infatti solo scivolata, Strug s’è fatta male perché la sua caviglia sinistra ha ceduto all’impatto col suolo. Ha sentito un dolore fitto, intenso, lancinante. Kerri si rialza zoppicando e torna indietro senza posare il piede, mentre John Tesh commenta alla televisione americana: «É infortunata. Non può più saltare. Kerri Strug è nei guai».
Se Kerri non salta, la Russia è medaglia d’oro. Il pubblico non reagisce e sulla Georgia Dome cala un silenzio surreale. Le ex-sovietiche sorridono calme: sono convinte che la Strug, così dolente, non possa più saltare.

'DO WE NEED THIS?'

Kerri Strug è una combattente. I suoi punteggi in ogni attrezzo hanno portato gli Stati Uniti a un passo dal successo, ma ora deve immolarsi per destinare alla squadra un trionfo senza precedenti. Su quella caviglia rotta c’è il peso di un’intera Nazione. Oltre il volteggio, il suo sogno americano.
«Shake it off! You can do it!»: Karolyi è l’unico convinto del fatto che Kerri salterà, facendo nient’altro che il necessario. «Do we need this? Abbiamo bisogno del secondo salto?»: chiede Kerri, e Bela strofinandole la caviglia con del ghiaccio: «Sì Kerri, devi saltare un’altra volta, un’ultima volta per l'oro. So che puoi farcela».
Salterà un'ultima volta, a qualunque costo, per compiere il suo destino d’oro: «Quando Dominique è caduta su entrambi i salti - dirà molti anni dopo - ho visto la nostra impresa scivolare via e compresi subito che sarebbe dipeso soltanto da me. Non volevo che tutto quel nostro duro lavoro venisse sprecato. Dovevo farlo, mi sentivo in debito con tutti. E ho deciso da sola, lasciando che l'adrenalina m’invadesse il corpo».
«Kerri era solo una ragazzina - dirà invece Karolyi - e non è mai stata la più dura, ma quel giorno ha avuto il coraggio di varcare la soglia del dolore». Perché se il fine giustifica i mezzi, quel male lancinante sarebbe stato proporzionale alla grandezza del trionfo.
Kerri torna sofferente in posizione di partenza, prende la rincorsa e spicca il volo con un salto, Yurchenko con un avvitamento e mezzo, che sfiora la perfezione prima di atterrare sul pianeta del coraggio. Così, essenzialmente su una gamba sola, sollevando il piede sinistro appena toccato il suolo, in uno dei momenti più iconici nella storia delle Olimpiadi. Con la caviglia straziata e un dolore di gioia, salutando una folla immensa e quei giudici sconvolti dal suo coraggio.
9.712. «Era come se fosse esplosa una bomba al mio contatto con il suolo!», ricorda Kerri, che crolla a terra con i tendini lesionati e uno stiramento laterale di terzo grado alla caviglia sinistra. Piange di felicità e tormento. Sente applausi infiniti, sa di aver vinto la medaglia d’oro. I medici le diranno del grande dolore nel primo salto e della magnifica audacia del secondo. Aveva “solo” aggravato la situazione. Ha compiuto il suo sogno americano.
Gli Stati Uniti vincono il loro primo oro olimpico nel concorso a squadre di ginnastica artistica femminile. Kerrri piange sostenuta da due membri dello staff e le sue compagne, più confuse da quella scelta estrema che felici per la vittoria, non sanno se toccarla, se abbracciarla, se baciare la loro piccola martire. Lei che sognava di vincere le Olimpiadi e ha trascinato una squadra intera all’oro dell’impresa. Che con quel salto s’è appena qualificata per la finale individuale all-around a spese della Moceanu, ma i suoi Giochi sono finiti. Atlanta 1996, i Giochi Olimpici di Kerri Strug che s’è messa un Paese sulle spalle e solo una delle sue gambe ha ceduto.
«Soffriva il peso di essere quella piccola ragazza emotiva, sempre preoccupata delle cose che gli altri pensavano di lei - avrebbe detto suo padre - Però non voleva essere ricordata come quella caduta di sedere nel momento più importante della sua vita: non l’avrebbe mai permesso. Voleva essere quella del miglior volteggio possibile, eccome se ci è riuscita».
Ci sarebbe un altro colpo di scena, però questo tagliato dal copione. Gli Stati Uniti avrebbero comunque vinto la medaglia d’oro. Avrebbero trionfato anche se Kerri non avesse saltato. Anche se la Strug, distrutta dal dolore, non avesse scelto di ripetere il volteggio, perché le formidabili ginnaste russe (Dina Kochetkova e Rozalia Galiyeva) cadono per la prima volta in carriera nell’esercizio a corpo libero. Un fatto straordinario, come molti eventi di una magnifica notte d’estate ad Atlanta. La notte della medaglia d’oro, dell’oscar alla migliore sceneggiatura e fra poco anche per la migliore coreografia.

Kerri Strug and her coach Bela Karolyi - Artistic Gymnastics - Olympic Games Atlanta 1996

Credit Foto Imago

SUL PODIO TRA LE BRACCIA DI BELA

Bela Karolyi ripeteva spesso alle sue ginnaste che «La folla ti mette le ali che portano alla vittoria» e la folla del Dome ha appena visto Kerri librarsi in volo, ma affrettarsi all'ospedale non è ancora un'opzione. La Strug non vuole ancora uscire dalle sue scarpette da ginnastica: forse pensa subito alla finale individuale, a un altro volteggio impossibile, certamente vuole salire sul podio, essere premiata, toccare la sua medaglia, materializzarla, renderla finalmente reale. Voleva farlo, felice e dolorante, con una caviglia distrutta e la gamba fasciata.
Davvero felice e dannatamente dolorante, si rende conto di non essere in grado di camminare da sola, ma trova conforto tra le braccia di un uomo duro che con lei non era mai stato indulgente. «Non preoccuparti, Kerri, ti prometto che salirai sul podio», sono le prime parole di Bela Karolyi, che prende in braccio la sua piccola atleta e la porta sul gradino più alto: il suo posto, da dove tutti potranno ammirarla.
«Kerri era la più timida, la più introversa - ricorda Bela - Molti credono che le ginnaste siano tutte belle e gioiose, ma non sono mica delle cheerleader. Loro sanno piangere e resistere quando arriva quel momento in cui il gioco si fa duro… E alla sua ultima chance, Kerri ha dimostrato di avere il cuore di una tigre». Lei, una piccola tigre ferita, che sul palco della premiazione è l’unica delle Magnifiche Sette senza pantaloni della tuta. L’ultima e la più brava, lei che sorride piano, fiera del suo dolore.
Quattro anni dopo il Dream Team di Michael Jordan e Magic Johnson a Barcellona 1992, Kerri Strug diventa la prima icona olimpica di Atlanta 1996. Certamente la più imprevista: «È incredibile che il Team USA abbia vinto questa medaglia d’oro. Abbiamo fatto la storia e sono in estasi per questo, ma sono anche preoccupata del mio stato fisico».
A diciott’anni la vita sportiva di Kerri Strug finisce sul podio olimpico in braccio a Bela Karolyi, con un bouquet di fiori e la medaglia d’oro. Le Magnificent Seven stanno per diventare le fidanzate d’America, ma la stella di Kerri arde più delle altre. Lei che non è mai stata la più talentuosa, la più bella, la più mediatica, è diventata una star ora sì, dopo essersi sacrificata per la squadra, destinata a una carriera solista. Perché lei ha dato un volto al sogno americano: è Kerri Strug che volteggia su un milione di dollari.

Il calore del team USA verso Kerri dopo l'infortunio

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BILL CLINTON, JAY LENO, BEVERLY HILLS 90210

La famiglia Strug fa del suo meglio per riportare Kerri sul pianeta terra e lei s’iscrive alla UCLA come studentessa e assistente allenatore, ma è cosa ardua tornare all’anonimato con il volto impresso sulle scatole di cereali Wheaties. Perché dal 1934 con Lou Gehrig l’America fa la colazione dei campioni.
Così Kerri Strug viene invitata alla Casa Bianca per la festa dei cinquant’anni del Presidente Bill Clinton, si mette i tacchi per parlare con Jay Leno al Saturday Night Live, è la cover dell’anno di Sports Illustrated e appare in un episodio di Beverly Hills 90210, la serie cult degli anni Novanta, interpretando sé stessa quando Brian Austin Green la incontra al campus universitario:
  • David Silver - Do you have the gold medal on you? (Hai la medaglia d’oro con te?)
  • Kerri Strug - No, I would love to wear it everywhere but that would look pretty silly, right?
  • (No, vorrei indossarla ovunque, ma parrebbe un po’ stupido, non trovi?)
  • David Silver - If I'd won a gold medal, I would be so proud to wear it. I'd have it bronzed!
  • (Se avessi vinto una medaglia d'oro, sarei così orgoglioso da indossarla sempre. Mi resterebbe il segno dell’abbronzatura!)
Il premio alla miglior interpretazione sfugge loro inesorabilmente mentre le altre campionesse olimpiche diventano le Mag 6 esibendosi in tour negli Stati Uniti, ma senza la Strug già satura d’impegni televisivi e contratti commerciali durante i primi mesi di College. Lei chiede invero di unirsi alle compagne di squadra nei fine settimana, ma i promotori rifiutano la sua richiesta e così Kerri, entrando nel circuito degli show televisivi con Nadia Comăneci e altre ex grandi ginnaste, guadagna 24mila dollari a performance contro i mille a testa per le altre sei dall’altra parte del Paese.
«Ha avuto altre opportunità e buon per lei, ma ci ha separate», dirà più avanti la Moceanu, senza nascondere la sua amarezza: «Eravamo una squadra e tali dovevamo restare». Così anche Shannon Miller: «L'unica cosa che mi dà fastidio è che il Team sia stato trascurato, poiché eravamo tutte essenziali». «Sono solo gelose», chioserà Leigh Steinberg, agente della Strug.
Per il primo anniversario dell’impresa olimpica, Kerri ha scritto sei lettere alle sue compagne di squadra, ma nessuna di loro le ha mai risposto. Per colpa di quel volteggio audace e del rovescio di una medaglia che, così dorata, valeva proprio la pena di vivere. Una medaglia che hanno vinto le Magnifiche Sette, ma brillava solo al collo di Kerri Strug, la piccola tigre fiera e ferita di una notte d’estate ad Atlanta.
Scitto da Maxime Dupuis, tradotto da Fabio Disingrini
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