Ci sono vecchi filmati e qualche intervista, ma non si saprebbe molto degli ostacoli di una vita straordinaria, dei rovesci di una medaglia d’oro, dell’infanzia tribale e di un trionfo sparso di sangue, senza i diari del grande John Akii-Bua. Fu a metà degli anni Ottanta, conclusa la sua breve carriera di atleta, che il primo oro olimpico ugandese consegnò a Malcolm Arnold dodici quaderni di storia della sua vita: scritti in tre anni e affidati al suo ex allenatore britannico, l’unico uomo di cui poteva fidarsi.
Arnold ha custodito i diari di Akii-Bua come una sacra reliquia e dopo la precoce morte del suo allievo, avvenuta nel 1997, decise di tramandare la vita dell'uomo diventato campione olimpico, lasciando i quaderni al lavoro del giornalista del “Guardian” David Conn, che stava scrivendo l'autobiografia dello sprinter britannico di Colin Jackson. Arnold promise a Conn la storia sconcertante di uomo destinato alla grandezza sportiva e disceso all’inferno: diari alla base del notevole documentario di Daniel Gordon, La storia di John Akii-Bua, una tragedia africana, co-scritto da Conn e trasmesso dalla BBC nel 2008. Un lavoro che ha fatto luce sulla vita di uno splendido atleta che il tempo aveva ormai dimenticato.
Ai Giochi Olimpici di Monaco 1972, John Akii-Bua ha fatto la storia dell’atletica in meno di 48 secondi e dieci magnifici salti, battendo il record del mondo dei 400 metri ostacoli. Ma la sua fiorente carriera fu devastata dai drammi della storia e della politica internazionale: prigioniero di un dittatore, il presidente dell’Uganda Idi Amin Dada, e ormai inerme al boicottaggio africano di Montreal 1976.
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08/06/2021 A 07:34
Questa è una storia di sangue, sudore e lacrime: misera e dorata, tragica e trionfale. Una storia olimpica di grandezza e livore, celebrazione e disprezzo. La storia triste e felice di John Akii-Bua, che ebbe il suo giorno di gloria sulla pista dell’Olympiastadion. Aveva ventidue anni e già stava finendo la sua carriera nel mezzo di una breve vita.
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«Eravamo, trattieni il fiato, 43 fratelli»

«Eravamo, trattieni il fiato, 43 fratelli». Così iniziano i suoi quaderni, che descrivono l'infanzia di John Charles Akii-Bua nel villaggio tribale di Lango, Uganda Settentrionale. Nato a Lira il 3 dicembre 1949 e cresciuto tra 42 fratelli e sorelle: «Mio padre era un capo-tribù, ebbe nove mogli e una vita leggendaria». Uno dei suoi fratelli maggiori, Lawrence Ogwang, gareggiò nel salto triplo ai Giochi di Melbourne nel 1956.
Fu il padre a incentivare i suoi figli all’atletica: «Ricordo bene che ci faceva gareggiare per le caramelle e il vincitore ne riceveva di più. Io ero un ragazzo dalle gambe molto lunghe, ma non ancora abbastanza veloce per guadagnarmi quel dolce premio!». La morte del padre però, quando John aveva quindici anni, fu un duro colpo per tutta la famiglia: «Un triste ricordo. Ho dovuto lasciare la scuola e assumermi la responsabilità di guadagnare dei soldi per aiutare mamma a sfamarci tutti».
Nell'Uganda degli anni Sessanta, poche persone varcarono i confini del loro villaggio e forse, senza la determinazione di sua mamma, l’avvenire di Akii-Bua non sarebbe stato poi così diverso: «Nostra madre l’ha ispirato - racconta suo fratello, Paul Bua, nel documentario della BBC - Gli diceva: “Sei un giovane uomo e se resti qui, il tuo talento marcirà. Va per il mondo e cerca la tua grande occasione”».
E mentre il paese otteneva l'indipendenza dalla Gran Bretagna, anche Akii-Bua spiegò le ali. Lasciò il suo villaggio per la capitale dell’Uganda, Kampala, dormendo in una baraccopoli, ma il suo talento sportivo l’avrebbe presto aiutato a brillare. Distintosi in una partita di calcio giocata a piedi nudi nella polvere, John fu reclutato dalla polizia, sempre in cerca di uomini giovani, sani e di robusta costituzione. Come retaggio del colonialismo britannico, anche il sistema ugandese incoraggiò la forza pubblica a mantenersi in forma: Akii-Bua era un giovane ufficiale di polizia amante del calcio, ma l’atletica fu il suo vero dono.
Il mio viaggio verso la gloria sportiva è iniziato quando sono entrato nel club di atletica della polizia. Avevo la sveglia obbligatoria alle 5:45 e la mia mente era così lucida a quell’ora: fu in quel periodo che presi molte giuste decisioni, tra le migliori della mia vita, e ai Police Championships fui iscritto a sette eventi di atletica, vincendone cinque.

Malcolm Mzungu Arnold

All'inizio del 1968, il diciottenne John Akii-Bua sognava di partecipare ai Giochi Olimpici di Città del Messico, che si sarebbero tenuti in ottobre. Qui entra in scena Malcolm Arnold, un professore ventisettenne di educazione fisica alla scuola secondaria di Bristol e allenatore di atletica part-time. La Federazione ugandese stava cercando un allenatore per la squadra nazionale in vista delle Olimpiadi, Malcolm rispose a un annuncio di “Athletics Weekly” e gli bastò un primo colloquio a Trafalgar Square per ritrovarsi a Kampala, la capitale dell’Uganda, a diecimila chilometri da Londra, con sua moglie e i due figli. Fu l’inizio di ciò che descrive come «L’avventura più folle della mia vita».
Mr Arnold si ritrovò in mezzo a una pista terrosa, su un campo senza alcuna attrezzatura, ad addestrare ragazzi che sapevano poche parole d’inglese dall’altra parte del mondo: «Mantenevo le distanze da questo signore - scrive Akii-Bua nei suoi diari - che era l’allenatore nazionale di atletica leggera dell'Uganda. Noi non sapevamo nemmeno pronunciare Il suo nome, così lo chiamavamo Mzungu, che in Kiswahili significa “Uomo bianco”».
Malcolm Arnold mancava d’esperienza, ma non d’inventiva. Per qualche giorno osservò i ragazzi diffidenti da bordo pista, senza dire niente. Akii-Bua era di loro il talento più promettente e anche il primo a instaurare un rapporto di fiducia reciproca con Mzungu, malgrado alcuni gli dicessero di non seguire i suoi insegnamenti: «Malcolm riuscì abilmente a smantellare il mio immaginario muro di Berlino e così poi, uno dopo l'altro, abbiamo cominciato a seguire la sua traiettoria».
A quei tempi Akii-Bua, alto 188 centimetri per 78 chili, saltava gli ostacoli sulla breve distanza, ma gli mancava la velocità naturale ed esplosiva di uno sprinter. Fu invece Mr Arnold ad accorgersi per primo della sua forza resistente e a trasformarlo in un ostacolista sui 400 metri: The Man Killer, una gara estenuante. La prima volta, John ci rise sopra. Ma era tra quei dieci ostacoli il suo futuro dorato.

Malcolm Arnold, l'uomo a cui John Akii-Bua deve così tanto, qui con Colin Jackson nel 1992.

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The Man Killer: i 400m ostacoli

Non è mai esagerato dire che i 400 metri ostacoli sono una delle gare più complesse e impegnative dell’atletica leggera. Si corrono su una media distanza, ma richiedono notevoli qualità aerobiche combinate a velocità, tecnica di corsa, salto degli ostacoli, strategia, precisione, grande padronanza di sé e comprensione dello spazio, controllo totale della falcata ed estrema concentrazione per tutta la durata della gara.
Bisogna saper gestire perfettamente le forze fino all'ultimo millimetro che precede la linea del traguardo, distribuendo reattività e resistenza. È un sottile equilibrio nella gestione delle energie vitali, arduo e perfino contraddittorio, che da sempre genera l'ossimoro secolare dell'atletica: conservarsi nella prima parte, dosare gli ultimi ostacoli e sprintare negli ultimi 100 metri. Vincere con il corpo e con la mente.
Un concetto difficile che prova a spiegare il britannico Kriss Akabusi, medaglia di bronzo dei 400m ostacoli alle Olimpiadi di Barcellona 1992, nel documentario della BBC: «Sei come un metronomo che, mentre i polmoni urlano e le gambe bruciano, fa tick-tock, tick-tock, tick-tock, con la mente a un traguardo che sembra non arrivare mai».
Così Akii-Bua, formato sui 110 metri ostacoli, non fu così felice di correrne 400, ma dopo alcuni mesi di ritrosie, accettò finalmente il consiglio di Mzungu e non si voltò più indietro. L'ugandese gareggiò per la prima volta (a livello internazionale) ai Giochi del Commonwealth nel 1970: furono a Edimburgo, con il Principe Filippo in tribuna, e John finì quarto con un tempo attendibile di 51"10.
Non una prova spettacolare, ma fu proprio quel giorno che Akii-Bua capì di aver fatto la scelta giusta: «Mi sentivo molto rilassato e dopo la gara dissi a Mr Arnold di non esser per niente stanco. M’ero risparmiato troppo nella prima parte e così compresi che avrei potuto fare molto meglio di così. Malcolm mi guardò come se già lo sapesse». Perché Mzungu aveva ragione.
La progressione di Akii-Bua fu velocissima. In un meeting di Kampala, nel maggio del 1971, siglò subito il record africano, primo ostacolista a rompere la barriera dei 50 secondi. I giornalisti kenioti erano increduli e uno di loro ci scherzò sopra, scrivendo che i giudici ugandesi avevano usato le sveglie per cronometrare la gara. Così, poche settimane dopo, Akii-Bua vinse in 49"00 i 400m ostacoli della Duke University, in North Carolina: sesto tempo più veloce di sempre, a meno di un secondo dal record mondiale del britannico David Hemery - 48"10 alle ultime Olimpiadi - mentre già iniziava il contro alla rovescia verso Monaco 1972.

John Akii-Bua

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Idi Amin Dada, pazzo e sanguinario

Il 25 gennaio 1971, Idi Amin Dada salì al potere con un colpo di stato militare. Era un robusto soldato quarantenne formatosi nell’esercito imperiale britannico e accolto con molto favore sia in Uganda che all’estero, specialmente da Stati Uniti e Gran Bretagna per certe nuove simpatie socialiste del presidente deposto Milton Obote. In un memorandum interno dei servizi segreti britannici venuto alla luce in seguito, Amin fu descritto come «Un bravo ragazzo e buon giocatore di rugby, ma essendo solo ossa dal collo in su, ha bisogno che le cose gli vengano spiegate con parole di una lettera».
Atleta affermato, ottimo nuotatore, ex-campione nazionale di boxe e appassionato di corse automobilistiche, il nuovo uomo forte del paese era un vero fanatico di sport in cerca di reputazione mediante i suoi atleti, finanziati a peso d’oro per vincere le Olimpiadi affermando il suo prestigio, e quello del regime militare, su scala internazionale.
A quei tempi, John Akii-Bua non si preoccupava granché della politica. Furono in molti, del resto, a ignorare i rischi di un prossimo futuro distruttivo. Non passò infatti molto tempo prima che Amin diventasse un tiranno pazzo e devastatore, macchiando di sangue un paese intero.
Akii-Bua vedeva l’unico lato positivo di quel corpo enorme che incoraggiava i campioni del suo rango. I Giochi erano ormai vicini e a ventidue anni John era uno dei migliori ostacolisti al mondo, anche se ancora nessuno sapeva del record del mondo battuto in allenamento, sulla pista sterrata del Wankulukuku Stadium di Kampala. Era la primavera dell’anno olimpico e Mr Arnold, l’unico uomo bianco testimone di quell’impresa, non lo disse a nessuno. Perché nessuno gli avrebbe mai creduto.

John Akii-Bua in una grande discussione con David Hemery.

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Di corsa verso la finale

Monaco, 2 settembre 1972, Giochi della XX Olimpiade. John Akii-Bua ha una divisa rossa con la riga giallonera e lo stemma dell’Uganda che recita For God and My Country. Il 31 agosto ha corso come un’antilope, primo della sua batteria in 50”35. Il giorno dopo spicca il volo come una gru coronata sugli ostacoli della semifinale di Ralph Mann e del campione olimpico David Hemery: 49”25. Tutto viene prima di una seconda iconica semifinale in cui l'atleta della Germania Est, Christian Rudolph, si frattura il tendine d'Achille a metà del rettilineo d'arrivo, e cadendo travolge il tedesco dell’Ovest Dieter-Wolfgang Büttner.
Per tutta la durata dei Giochi, Akii-Bua fece lunghe passeggiate notturne intorno al Villaggio Olimpico e in una discoteca di Monaco, frequentata specialmente da atleti che avevano concluso le loro gare, conobbe John Carlos, il suo idolo espresso, il pugno nero dei 200m di Città del Messico. Fu una delle notti più belle della sua vita, finché Mr Arnold non lo tirò fuori dal locale a notte fonda… Ma che ne sanno gli uomini bianchi.
Non riusciva a dormire, era sotto pressione, pativa il peso grave di una posta in gioco altissima, correndo in uno scenario per la prima volta mondiale. Mr Arnold lo rassicurò snocciolandogli i tempi, ricordando la sua dura preparazione fatta di piste terrose e ripide colline, su e giù per le dune di Kabale, fra i gorilla di montagna. C’erano state le incessanti ripetute e gli esercizi da 10 chilometri, e tutto per ritrovarsi lì, tra meraviglia e stupore di una notte di mezza estate, alla vigilia della finale olimpica dei 400 ostacoli. Con la più tragica delle notizie possibili.

Monaco 1972 OG, atletica leggera, 400m ostacoli Uomini - Semifinale, Jean-Pierre CORVAL (FRA), David HEMERY (GBR) 3° e John AKII-BUA (UGA) 1°.

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L’incubo in Corsia 1

Poco prima di mezzanotte, Malcolm Arnold raggiunse Akii-Bua in stanza con un pezzo di carta e quattro piccole bottiglie spumante tedesco Sekt. Mzungu ne stappò due perché il suo allievo, nonostante fosse la notte prima della finale, avrebbe avuto bisogno di bere sopra quel foglio, dove c’erano scritte le corsie sorteggiate.
CORSIA 1. «Una condanna a morte - dice Edwin Moses, due volte campione olimpico dei 400 metri a ostacoli, nel documentario della BBC dedicato ad Akii-Bua - Una vera maledizione. Tutto si riduce alla fisica: quando si corre in curva a velocità così elevata, giri facendo pressione sulla gamba esterna, quindi ad ogni passo si spende molta più forza: a velocità maggiore su un raggio di curva più corto. John si sentì molto probabilmente danneggiato, sapendo di dover competere da lì dentro contro i suoi celebri rivali, sorteggiati nelle corsie migliori».
Stéphane Caristan, l'opinionista di Eurosport France che ha corso in prima corsia la finale olimpica di Barcellona 1992, ribadisce il concetto: «Mi dissi “Ecco, è finita, non ho più alcuna possibilità”». Caristan fu settimo di una gara leggendaria che vide lo statunitense Kevin Young vincere con l’attuale record del mondo dei 400m ostacoli: 46”78. Eppure, quel giorno, il francese fece il suo primato personale: «C'è un innegabile blocco psicologico per chi deve correre in prima corsia e staccarsene è molto complesso: bisogna lasciare che vinca l’istinto competitivo e la voglia di vincere, ma pur senza farsi troppe illusioni!».
John Akii-Bua era perfettamente in grado di saltare con entrambe le gambe, ma preferì la destra per evitare l’atterraggio sulla sinistra in corsia interna: opera ardua. Per farlo, modificò il numero dei passi fra gli ostacoli. Un fattore tecnico-tattico su cui volle concentrarsi fino a notte fonda per non lasciarsi sopraffare dalla pressione mentale: «Non è necessario cambiare il modo in cui si corre, ma per me ebbe semplicemente senso farlo».

Le parole giuste di Mr Arnold

Non bastasse, la notte prima della finale, fu tormentato dal pensiero di dover affrontare David Hemery («Ero terrorizzato dalla sua immagine») e la mattina del giorno più importante della sua vita sportiva, non riuscì a mangiare nulla per colazione: «Avevo brividi di freddo, tremavo sotto la tuta da ginnastica, m’a accesi perfino una sigaretta dalla parte del filtro. Mancavano solo dieci minuti alla finale olimpica e Mzungu mi disse una frase che non dimenticherò mai. Fu perentorio: “Una delle tre sarà tua", ma non usò la parola medaglia». Bastavano meno di 49 secondi per scoprire il metallo.
Dice Kriss Akabusi, che della mitica finale di Barcellona 1992 fu medaglia di bronzo: «Sono in pochi ad avere il talento più raro e nascosto di cogliere l’attimo. Quando scatti in finale e solo in quell’istante puoi avverare il dono del tutto e adesso, ora o mai più, anzi oro o mai più. Bene, quel giorno scesero in pista Hemery, Mann e Akii-Bua nella finale Man Killer dei 400 ostacoli».
Sulla pista dell'Olympiastadion, John Akii-Bua stava per scoprirsi campione, ballando e sorridendo fra avversari tesi e concentrati. «L'ultima parola che mi disse Mzungu fu: "Tu sai perché sei venuto qui, non guardare nessuno, corri solo la tua gara”». Via.

Il nuovo record del mondo

Come un proiettile sparato in corsia 5, il campione in carica e detentore del primato mondiale David Hemery mette in pista una progressione superiore a quella della sua finale olimpica di Mexico 1968: primo a metà gara in 22"80, spalla a spalla con l'americano Ralph Mann. Avevano speso quattro anni di allenamento a distanza, con tutte le migliori risorse possibili: doveva essere la loro resa dei conti. Ma all'uscita dell'ultima curva, poco prima dei 100 metri finali, Hemery vede Akii-Bua sfrecciare in prima corsia sul “quarto di miglio verde”.
Sta per avverarsi l’incredibile. Tra l'ottavo e il nono ostacolo, Akii-Bua squarcia l’aria aprendosi un varco in nettissima accelerata. Supera Mann, Hemery, impossibile: nessuno è mai scattato sul rettilineo finale dei 400 ostacoli, The Man Killer. Eppure John è in lancio verso la medaglia d’oro, il trionfo olimpico, il record del mondo. Un duro colpo, durissimo, per Hemery, deposto da uno sconosciuto ugandese in prima corsia.
John Akii-Bua vola verso il traguardo. È talmente veloce che dopo l’arrivo salta di slancio un altro ostacolo prima di fermarsi alla ricerca del tempo, il nuovo record del mondo dei 400 ostacoli: 47"82. Il primo a cadere ai Giochi di Monaco 1972, che segnano il passaggio definitivo dal cronometraggio manuale a quello elettrico, misurato al centesimo di secondo che costa a Hemery anche la medaglia d’argento, preceduto da Mann.
Quando la barriera dei 50 secondi fu infranta nel 1956, ci vollero altri dodici anni perché il record scendesse sotto i 49”. Akii-Bua, che aveva preparato quella gara in soli due anni, diventò il primo uomo a correre sotto i 48 secondi, proiettando i 400m ostacoli in una nuova modernissima era.
«Fu un magnifico insieme di corsa e salti - ricorda Mr Arnold - e vinse contro due assoluti campioni della disciplina con un margine sbalorditivo, specie essendo in prima corsia. Lo fece rasentando la perfezione».

47”82: il tabellone gigante dell'Olympiastadion immortala il record del mondo di John Akii-Bua.

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L’inventore del giro d’onore

Riguardando per Eurosport la finale olimpica dei 400 ostacoli di Monaco 1972, Stéphane Caristan non riesce ancora a credere a quel che vede: «Atterra sulla gamba sinistra nella curva finale, la sua fluidità è incredibile. Non si percepisce nemmeno lo svantaggio della corsia interna. È casa sua».
Si stima un handicap cronometrico di tre decimi di secondo per chi corre in prima corsia: da quella posizione solo un altro atleta, Angelo Taylor a Sydney 2000, è stato in grado di vincere una finale olimpica. Il tempo di John Akii-Bua a Monaco 1972 sarebbe stato da medaglia di bronzo ai Mondiali di Doha 2019, ultimo grande evento di atletica in attesa dei Giochi di Tokyo, 47 anni dopo. In nove delle successive undici finali olimpiche, il suo crono di 47”82 è rimasto imbattuto.
Il record del mondo in prima corsia non è l’unico straordinario motivo per cui John Akii-Bua viene ricordato. Dopo aver visto il suo tempo sul grande schermo, il nuovo campione olimpico percorse il rettilineo saltando ostacoli immaginari. Raggiante, salutava la folla con la bandiera ugandese di uno spettatore, e proseguì lungo tutta la pista dell’Olympiastadion, nonostante un funzionario cercasse di fermarlo, con i suoi rivali stesi a terra, distrutti dai quattrocento Man Killer.
Molti cronisti della stampa internazionale non l’avevano mai sentito nominare prima dei Giochi. Inconsapevole di ciò che avrebbe significato per Edwin Moses e Kevin Young, Carl Lewis e Usain Bolt, quel giorno Akii-Bua fu l’inventore del giro d’onore sulla pista di atletica: 72 ore prima che il commando fedayyin di Settembre Nero uccidesse undici atleti olimpici israeliani e un poliziotto tedesco. Anche gli ostacoli della sua vita si stanno già tingendo d’un rosso tenebra.

John Akii-Bua non riesce più a fermarsi e inconsapevolmente inventa il giro d'onore.

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Un eroe sotto sorveglianza

John Akii-Bua è il primo oro ugandese e primo atleta africano campione olimpico sotto la distanza di 800 metri. Dedicò con orgoglio febbrile la vittoria al Paese, dicendo in conferenza che «Nei medaglieri l’Uganda avrà vinto una medaglia d’oro, non io, ma una Nazione intera».
E al suo ritorno in patria, fu accolto come un eroe. Il presidente Idi Amin tenne un discorso alla Nazione: «Il nome di Akii-Bua dev’essere mantenuto vivo a beneficio delle generazioni future», titolandogli una strada a Kampala e uno stadio di atletica, costruito nel suo villaggio natale. Lo premiò in denaro e gli donò una lussuosa automobile, oltre a una villa con piscina messa subito sotto stretta sorveglianza. Nello scacchiere tirannico di Amin Dada, John era già diventato un pedone importante. E velocissimo.
La vita che attendeva Akii-Bua a Kampala fu molto diversa da quella conosciuta prima delle Olimpiadi. Tornò in Africa da solo perché a Monaco, Mr Arnold ritenne compiuta la sua missione impossibile, ma specialmente lasciò un paese, l’Uganda, che stava sprofondando nella violenza civile. Fu un duro colpo, anche esistenziale, per l’ostacolista d’oro, che nonostante la sua giovane età, senza il suo Mzungu non riuscì mai più a ripetere in pista la magia di Monaco 1972. Un anno dopo a Lagos, John vinse i Giochi Panafricani in 48"54. Nel 1975 scese a 48"67. Nell’ultima gara prima delle Olimpiadi di Montreal 1976, corse i 400m piani in 48"58.
Gli eventi politici intorno a lui si fecero drammatici. Il dittatore Amin, geloso della nuova immensa popolarità di Akii-Bua eroe nazionale, tramò la sua folle ritorsione contro l’etnia del campione olimpico, tanto che ancora nell’anno dorato tre fratelli di John furono uccisi dai militari: «Aspettava solo un mio passo falso, una parola pubblica contro di lui, per farmi marcire in prigione».

Le Olimpiadi mancanti di Montreal 1976

La difesa del titolo olimpico a Montreal 1976 fu il grande obiettivo di John Akii-Bua ai tempi in cui ancora non esistevano i Mondiali di atletica, che sarebbero stati inaugurati nel 1983. Negli anni Settanta, se s’esclude il calcio, i Giochi furono più che mai l’unico grande evento sportivo a livello planetario, ma fu ancora la politica ad alzare un ostacolo insormontabile. Anche per lui.
Montreal 1976 fu infatti l’edizione del primo boicottaggio olimpico: meno “freddo” dei fronti di Mosca 1980 e Los Angeles 1984, eppure privò dei Giochi gli atleti di venticinque Nazioni africane in protesta contro la Nuova Zelanda, rea di aver partecipato a un torneo di rugby in Sudafrica durante l’apartheid. Avviata dalla Tanzania, l’opposizione s’allargò per tutto un cerchio olimpico con l’eccezione finale di Senegal e Costa d’Avorio, mentre l'Uganda s’unì al boicottaggio mentre la sua squadra olimpica si trovava già in Canada: un gesto tardivo che solo amplificò l’ipocrisia del tiranno Amin, feroce trasgressore di ogni diritto umano.
Senza Akii-Bua, il mondo fu privato del duello più atteso nella storia dei 400m ostacoli: il campione in carica contro il futuro Edwin Moses: un ventenne statunitense prestato allo sport grazie a una borsa di studio del Morehouse College di Atlanta per le sue prodezze intellettuali. Sognava di diventare un ingegnere fisico e si ritrovò a vincere ori olimpici saltando ostacoli oltre le leggi di gravità.
Moses ha descritto Akii-Bua come «L'ultimo ostacolista». Si conobbero sulle tribune dello Stade Olympique de Montréal prima che l’Uganda lasciasse il Québec, incoraggiandosi a vicenda: «Fu tragico non poterci sfidare dopo quelle belle ore trascorse insieme. Mi disse: "Se hai intenzione di battere il mio record, questo è il posto per farlo”».
Atleta dotato d’un fisico strepitoso, Edwin Moses aveva partecipato a una sola gara dei 400m ostacoli prima di arrivare in Canada, favorendo prima d’allora la breve distanza, ma come per Akii-Bua contò poco. Moses dominò la finale di Montreal 1976 in 47'64" e fu la nascita del più grande specialista nella storia dei 400m ostacoli.
Avrebbe battuto Akii-Bua, per cui l’Olimpiade mancante fu per sempre una ferita aperta. Si trovava a 10mila metri di altezza mentre Moses volò in pista, planando sugli ostacoli, e seppe solo atterrando a Kampala di aver perso anche il record del mondo. La sua breve e gloriosa carriera finì nel fumo delle sigarette, in fondo a una bottiglia di whisky mentre l’Uganda annegava nel sangue, colpita a morte da Idi Amin autoproclamatosi Presidente a vita, sadico e feroce, responsabile dell’uccisione di almeno 300mila vittime del regime.

Cambio di vita e di clima: John Akii-Bua arriva in Germania con moglie e figli e scopre il gelido inverno bavarese.

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1979. Guerra e fuga

Nel 1979, l'Uganda era un paese in rovina. Ormai avversato da tutto l’Occidente, Amin perseguitò migliaia di asiatici ed ex-coloni che gestivano le imprese commerciali, facendo crollare il prezzo del caffè che dell’Uganda era risorsa primaria e irrinunciabile. E con l’ultimo lancio dei dadi, decise di invadere la Tanzania subendo un durissimo contrattacco militare comandato dagli esuli ugandesi, fra cui i guerriglieri Langi.
Idi Amin Dadi fuggì da un paese distrutto nel 1979 e per timore d’essere associato alla dittatura, - malgrado l’appartenenza alla tribù che più di tutte, dopo anni di massacri e persecuzioni, contribuì a liberare la Nazione - se ne andò anche Akii-Bua. Partì con suo cugino, il calciatore della Nazionale ugandese Denis Obua, verso il confine keniano dove ad attenderlo c’erano la moglie Joyce coi loro tre figli.
Si misero dietro a un convoglio dell'ambasciata tedesca finché la loro auto fu fermata dall’esercito lungo la diga delle Owen Falls: un posto di blocco terrificante sul ponte delle vittime di Amin gettate nel Nilo Vittoriano. Akii-Bua credeva che fossero arrivati alla fine della strada: «Quel luogo era tristemente famoso in tutto il Paese. Molti oppositori al regime e vittime degli olocausti venivano messi in fila con l'ordine di buttarsi nelle cascate. La mia mente cominciò a correre verso il pensiero della mia morte. Mi avrebbero gettato in acqua? A gambe e mani legate? Avrebbero mai potuto ritrovare il mio corpo? Scoprire il mio assassino o il modo in cui ero morto? Pensavo a mia moglie e ai miei figli e non potevo sopportare l’idea della loro vita senza di me».
Lui e suo cugino valutarono perfino i rischi, senz’altro letali, di una sparatoria, ma uno degli ufficiali riconobbe Denis Obua, che due anni prima fu il primo marcatore del campionato ugandese da centravanti del Police FC. Denis disse che lui e John stavano andando a prendere delle casse di birra da riportare a Kampala e promise al soldato di portarne un paio la sera stessa in caserma, alla mensa degli ufficiali. Giunsero così a Tororo, altri 100 chilometri più a ovest, dove Akii-Bua potè riunirsi con la famiglia e insieme traversare il confine. Per il trauma della fuga proibita, la moglie partorì prematuramente il loro quarto figlio, che non riuscì a sopravvivere.

Puma ha "salvato" John Akii-Bua.

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Salvato da uno sponsor

John non aveva denaro né prospettive e fu filmato poche settimane dopo in un campo profughi, internato in attesa della deportazione in Uganda: «Non mi sono mai sentito così miserabile. Sono un atleta. Non potete immaginare quanto sia grave la situazione nel mio paese», disse a una troupe televisiva britannica e queste immagini, ampiamente diffuse all'epoca, fecero scalpore oltre che salvargli la vita.
Venuto a conoscenza della sua condizione pietosa, il presidente di Puma e nipote del fondatore di Adidas, Armin Dassler, decise di liberare quel prodigio dell’atletica che con le sue scarpe vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Dassler si mosse di persona perché la Germania Ovest garantisse asilo politico a tutta la sua famiglia che si stabilì a Monaco: dove appena otto anni prima, John Akii-Bua aveva incantato il mondo saltando gli ostacoli.
Lavorò nell’ufficio di marketing sportivo Puma e fu perfino convinto da Dassler a partecipare ai Giochi Olimpici di Mosca 1980, ma Akii-Bua, trentenne e minimamente allenato, si fermò in semifinale con il tempo di 51"10. La gru coronata di Monaco 1972 volò per l’ultima volta su una pista di atletica.
Nel 1983, Akii-Bua tornò in Uganda, un paese decimato dalla guerra civile, ma finalmente libero dalla dittatura. Voleva aprire un’accademia di atletica e un negozio d’abbigliamento sportivo, ma si ritrovò di nuovo arruolato in polizia diventando l’allenatore della squadra nazionale, alfiere di un passato glorioso e troppo presto dimenticato.
Poi ci fu quell’ultima volta in cui vide Malcolm Arnold, il suo Mzungu, presentandosi in Galles con dodici quaderni: «Fu una grande sorpresa vederlo. Mi disse che quella era la storia della sua vita, tutta scritta a matita. Aveva usato un inglese brillante, c’era in quei diari qualcosa di davvero sbalorditivo. Dall’infanzia tribale alla fuga in Kenya, voleva che fossi io, l’Uomo bianco, a tramandare la sua storia».
Senza di lui, non ci sarebbe stato un io
John Akii-Bua morì il 20 giugno 1997 a soli 47 anni. Soffriva di lancinanti dolori addominali causati dalla cirrosi epatica, malato da diversi mesi e ancora in lutto per la perdita della moglie, deceduta due anni prima, lasciando undici figli. Ebbe un funerale di stato in Uganda e poche ore dopo anche Mzungu venne a sapere della sua morte. Si trovava all'Olympiastadion di Monaco, da tecnico della squadra britannica, venticinque anni dopo la magia d’oro.
Dopo aver plasmato il talento di Akii-Bua sulle piste terrose di Kampala, Malcolm Arnold diventò uno degli allenatori più richiesti al mondo nel corso di una carriera che ha abbracciato undici Olimpiadi, campioni mondiali ed europei. Fra loro Colin Jackson, argento dei 110 ostacoli a Seul 1988: «Ho lavorato con Colin per vent’anni - spiega Mr Arnold - chiedendomi se Akii-Bua ne avesse avuti dieci da atleta. Sarebbe stato il più grande di sempre, invece ha potuto esserlo per un solo magnifico giorno».
L’Uganda ha atteso quarant’anni, fino al 2012, per rivincere una medaglia d’oro olimpica con Stephen Kiprotich in trionfo nella maratona di Londra. Fu solo allora che molti scoprirono o ricordarono l’impresa di John Akii-Bua, dimenticato anche nel suo paese. Specialmente nel suo paese, secondo il suo primo istruttore George Udeke: «Vorrei solo che la gente si ricordasse di John e che fosse rimasto un esempio, invece nessuno ha saputo cogliere la sua eredità nell’atletica: nessuno ha avuto l'aspirazione di diventare come lui. La gente l’ha dimenticato troppo velocemente e in altri paesi lo ricordano ormai più che in Uganda».
Chi certo non lo dimenticò fu Edwin Moses, ispirato per sempre da chi lo precedette fra i recordmen dei 400 ostacoli. Si sfidarono una volta sola in pista, a Londra, il 31 agosto 1979, ma sulle gambe di Akii-Bua gravavano anni di drammi e inattività. Fu settimo a 3 secondi dal campione olimpico e primatista mondiale, eppure Moses cercava solo John dopo il traguardo. L’abbracciò a lungo, gli voleva bene: «Senza di lui, non ci sarei io. È una figura storica per l’atletica mondiale e lo sarà per sempre».
Scitto da Maxime Dupuis, tradotto da Fabio Disingrini
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