Nell’ambito dei Giochi olimpici stiamo vivendo una situazione molto particolare. Brisbane ha già ottenuto l’organizzazione di quelli estivi 2032, mentre ancora non è chiaro chi ospiterà l’edizione invernale del 2030. Proprio nella giornata di ieri, il Comitato olimpico norvegese ha annunciato la decisione di effettuare uno studio di fattibilità in merito alla possibilità di portare tra i fiordi la manifestazione e Cinque cerchi per la terza volta dopo il 1952 (Oslo) e il 1994 (Lillehammer).
Per la verità, i Giochi olimpici invernali 2022 avrebbero dovuto tenersi proprio in Norvegia. Oslo sembrava destinata a sconfiggere Pechino e Almaty a mani basse, ma si ritirò inopinatamente dalla corsa nonostante fosse in testa con un vantaggio siderale. La ragione? Ufficialmente costi troppo alti, ufficiosamente si vocifera di frizioni con il CIO in merito alle richieste effettuate proprio dal comitato olimpico internazionale in tema di trasporto dei propri membri e di concessioni in merito alle sponsorizzazioni locali. Un’edizione, quella del 2022, alla quale i norvegesi hanno di fatto rinunciato per questioni di principio, spianando la strada a Pechino, che però sconfisse Almaty solo sul filo di lana (44 voti in favore della candidatura cinese contro i 40 per quella kazaka).
Non è chiaro se la Norvegia voglia impegnarsi già sul 2030, oppure stia guardando al 2034. Di sicuro c’è che Milano-Cortina 2026 potrebbe rappresentare un deterrente in vista della XXVI edizione per ogni località europea, in quanto due Giochi olimpici invernali consecutivi nel Vecchio Continente sono evento raro. È anche vero che tra il 2018 e il 2022 vedremo due edizioni di fila in Asia, ma questo perché tutte le candidature europee per l’appuntamento ormai alle porte sono evaporate. Si vedrà quale sarà l’evoluzione dell’annuncio norvegese, che però fornisce l’assist per fare il punto della situazione in vista 2030.
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La location dove saranno organizzati i XXVI Giochi olimpici invernali sarà decisa non più tardi del 2023. Al momento la candidatura più seria appare essere quella di Vancouver. I canadesi, ringalluzziti dall’assegnazione delle Olimpiadi 2026 all’Italia vent’anni dopo Torino, sono determinati a riportare il Fuoco di Olimpia nel British Columbia a due decenni di distanza dal 2010, facendo leva proprio sul fatto di avere a disposizione un’importate eredità sia in termini di know-how organizzativo, che di impiantistica, la quale andrebbe solo rinnovata, senza dover essere costruita da zero.
Proprio questa risolutezza del Paese della Foglia d’Acero sta facendo tentennare i vicini statunitensi. Salt Lake City, teatro dell’edizione 2002, accarezza da tempo l’idea di un bis, ma ancora non si è impegnata con decisione. L’ipotesi 2026 è stata lasciata cadere, ma attualmente non c’è troppa convinzione neppure attorno al 2030. Il motivo? I Giochi estivi 2028 si terranno a Los Angeles, dinamica che non depone a favore di una nuova manifestazione a Cinque cerchi negli Stati Uniti solo un anno e mezzo dopo quella californiana.
Come Salt Lake City, anche Sapporo punta da anni a una nuova edizione dei Giochi olimpici invernali. Il 2030 potrebbe essere una buona opportunità, ma molto dipenderà dalle decisioni del governo giapponese e soprattutto dalla logistica in tema di trasporti, poiché la rete ferroviaria Shinkansen, quella utilizzata dai treni proiettile, non raggiunge ancora la metropoli dell’Hokkaido, la quale è di fatto tuttora isolata dal resto del Giappone sotto questo punto di vista. Sarà cruciale completare il pianificato prolungamento dei binari dell’alta velocità affinché Sapporo possa davvero farsi avanti in tempi brevi, altrimenti si rimanderà tutto al 2034.
Infine ci sono due fantomatiche candidature europee, fortissime a parole, ma ancora da verificare a fatti. Spagna e Ucraina, addirittura per bocca dei rispettivi primi ministri, hanno dichiarato apertamente di volersi proporre per avere i Giochi invernali 2030. Gli iberici sognano una manifestazione olimpica della neve e del ghiaccio sin dal successo organizzativo di Barcellona 1992, ma tutti i tentativi effettuati negli ultimi trent’anni si sono sinora rivelati castelli per aria. Stavolta, oltre a Catalogna e Aragona, si mira a coinvolgere anche Andorra e i dipartimenti francesi dei Pirenei. Si andrà oltre la dichiarazione d’intenti, oppure siamo di fronte all’ennesima bolla di sapone destinata a scoppiare? Infine i proclami ucraini sono tutti da pesare. Primo perchè non è stata indicata una città. Secondo perché Leopoli ci aveva già provato per il 2022, ma la candidatura era naufragata malamente. In vista del 2030 ci sarà una proposta più concreta, oppure si tratta solo di dichiarazioni al vento per avere un po’ di visibilità mediatica? Lo scopriremo nei prossimi mesi.
Insomma, le incognite si sprecano. Ora come ora Vancouver appare l’ipotesi più solida, ma non va dimenticato come il Canada sia già rimasto scottato guardando al 2026, quando Calgary venne affossata da un referendum popolare. L’unica certezza è che non si può scartare neppure l’impensabile. Dopotutto, sulla carta Pechino e Milano-Cortina partivano con ben poche chance di successo, eppure ormai anche per le candidature olimpiche vige il broccardo tanto in voga negli sport motoristici. “Non conta tanto come parti, quanto come arrivi”. Anche perché al giorno d’oggi, di candidature che giungono in fondo al percorso, se ne contano veramente poche.

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