1. Piano (chiama) Terra

Quando, all’inizio della stagione scorsa, mi hanno detto che a Milano avrei avuto l’appartamento al piano terra ho tirato un sospiro di sollievo. Fare le scale era incredibilmente pesante in quei giorni. Sì, lo so, che sono un atleta professionista e per questo la gente si sente legittimata a pensare che queste siano cose banali. Ma anni di attività lasciano per forza dei segni, logorio del tempo, risultato di rotture che diventano poi rattoppi e che diventano infine cicatrici. Lo sport pretende molto, di solito. E spesso si paga in contanti, al momento.
Dopo aver passato 35 giorni senza camminare le gambe si dimenticano come si fa, tu ti dimentichi come si fa. Avevo operato il tendine d’Achille e ricominciare significa letteralmente imparare di nuovo a camminare, partendo da zero, incredulo di aver una sorta di paura mischiata a gioia nel provare a mettere un piede davanti all’altro e trovarti in difficoltà nel non essere a tuo agio sulle tue gambe. Tornare da un infortunio significa dimenticarsi degli effetti speciali, del lusso della non curanza. Rimani tu, con le ossa, i muscoli e le cicatrici che servono per tenere insieme quelle parti del tuo corpo che si erano rotte e non sanno più trovarsi l’un l’altra senza doverle guardare. È iniziare una scalata, di nuovo, ancora.
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2. Quando si spegne la luce

Quello al tendine non è stato, purtroppo, il mio primo infortunio. Avevo già fatto recuperi record in passato per cercare di riprendermi qualcosa che sentivo già mio e che poi avevo perso. Come l’Olimpiade di Rio, per esempio, riacciuffata dopo una rincorsa affannosa e velocissima iniziata nel giorno della mia seconda operazione alla schiena. Operato il 21 marzo , esattamente cinque mesi prima del fatidico giorno in cui ci sarebbe stata la finale olimpica. Non è stata una passeggiata di salute. Ma averne già fatti in passato non rende più piacevoli questi percorsi riabilitativi. Da una parte li vivi come degli insostenibili ed odiosi dejavù ma dall’altra hai l’esperienza e conosci come vanno affrontati e quello che ti aspetta.
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Quando, per cause di forza maggiore, per te si spegne la luce del campo ecco che si accende il pensiero. Una canzone di abnegazione e sacrificio, di endorfine e di cadute, numerose cadute. Ci sbatti la testa e le gambe scricchiolano ma quando hai dolori del genere l’unica cosa più dolorosa di allenarti è non farlo, osservando i compagni da fuori. Io ho sempre trovato beneficio nel guardare avanti in queste situazioni. Sono riuscito spesso a bruciare i tempi di recupero e a restare centrato mentalmente grazie alla forza del grande obiettivo prossimo. Per sopportare il dolore mi serve dire chiaramente davanti allo specchio:
Ora devi mangiare la merda, probabilmente neppure poca, ma in fondo al tunnel c’è l’Olimpiade, o il Mondiale, o qualcos’altro!

3. Il sogno a cinque cerchi

Per entrambi gli interventi alla schiena era presente il sogno a cinque cerchi nella scalata per rimettermi in piedi, nel 2015 perchè sarei potuto rientrare per la World Cup che staccava due pass olimpici mentre nel 2016 dovevo tornare per arrivare a tutti i costi all’Olimpiade. Il problema al tendine d’Achille, però, non ha potuto beneficiare di un traguardo lontano per riposare la mente. In questo caso non ho avuto il ristoro di una grande manifestazione alle porte per riuscire a scendere a patti il prima possibile con il dolore richiesto dal rimettersi in piedi. Ci volevano troppi mesi, forse otto e questo mi tagliava fuori da tutte le manifestazioni azzurre.
Il dolore fisico è difficile da spiegare con le parole. Qualunque definizione può sembrare limitante oppure esagerata ma la verità è che probabilmente si tratta di entrambe le cose insieme. Esagerata e limitante. Limitante perché il dolore fisico, quando appare all’improvviso, inibisce i 5 sensi, è come se tutta l’energia del pianeta per qualche secondo si raggruppasse in un fascio di luce e ti venisse sparata addosso, proprio nel punto interessato. Allo stesso tempo, però, appare anche esagerata, perché quando osservi da fuori uno sportivo farsi male, passata l’ondata di empatia, ti ritrovi sempre a pensare sempre che sì, sarà dura, ma tornerà. Con le tecniche di oggi tonerà. Persino presto.
Quando sono arrivato in ospedale per programmare l’operazione e il suo decorso la prima cosa che ho chiesto è stato:
Come sarebbe la mia vita se decidessi di non operarmi?
La mia vita, non la mia carriera. Molti in quella stanza hanno alzato il sopracciglio rimanendo di sasso, forse tutti. Tutti tranne uno, il medico della nazionale, che mi conosce da anni, che sa la mia storia e capisce la sofferenza delle tante riabilitazioni passate. Per rientrare dopo otto mesi di terapie serve una grinta sufficiente a ribaltare l’ospedale. E io, in quel momento lì, non ce l’avevo e per me era ed è l’ingrediente fondamentale per affrontare un intervento.

4. Costruire qualcosa che sentirsi importante

È stato Andrea Giani, il mio allenatore a Milano, ad aprire per primo una breccia in quel momento buio. “Ti capisco” è stata la prima cosa che mi ha detto. Non ha parlato di progetti, di ritorni o di scadenze: ha detto che mi capiva. E sono certo che lo facesse davvero perché attraverso il dolore fisico dello sport ci è passato anche lui.
Ti capisco. Ma non è il momento, tu ritorni perché devi ancora fare cose importanti per questo sport e soprattutto nella costruzione di questa squadra
Io ho bisogno di costruire qualcosa per sentirmi importante. In campo e fuori, la mia storia dice questo: devo essere coinvolto, dobbiamo costruire e progettare insieme per tirar fuori il meglio di me. Ho deciso di continuare, per la mia idea romantica di volley e per i ragazzi più giovani che ogni anno incontro. E non solo. Il discorso di Giani mi ha rimesso al Mondo e caricato nuovamente di un’incazzatura sincera, che poi è il sentimento fondamentale da avere per chiudersi in palestra e tornare ai propri livelli. Non è stato un processo semplice, ho smesso di sentire dolore alla gamba soltanto a Natale, arrivati ormai a metà stagione, nonostante andassi in campo ogni domenica.
Ho iniziato il 2019 meravigliosamente, avevo deciso che sarebbe stato un buon anno per tornare “a bomba”. Stavo bene in campo, e ora lo so quanto questa semplice frase sia fondamentale e ricca per uno sportivo; il fatto che questo stare bene in campo venisse visto e condiviso dai miei compagni, staff e da tante altre persone era per me la conferma di tutte le mie sensazioni. La stagione poi ha conosciuto un nuovo intoppo sul finire dell’inverno: uno strappo di 4 centimetri al polpaccio, quello opposto rispetto al tendine, che mi ha costretto alle stampelle e a del lavoro extra per essere pronto per questa estate azzurra.

5. Conoscersi per riabilitare mente e anima

Quando ho iniziato ad organizzare il piano di recupero per questo problema su una cosa soltanto ho insistito: di avere due settimane libere per andare in Congo. Perché ho imparato a conoscermi e adesso so che quando devo fare riabilitazione al corpo è necessario anche che mi occupi della mia mente, della mia anima. Perché le due cose vanno a braccetto per me. In questo caso specifico sono andato nel continente nero per sostenere un progetto “Brodo di Becchi” che io e Luca Vettori abbiamo messo in piedi insieme a dei missionari laici, un viaggio in senso fisico e anche in senso metaforico, finalizzato a restituire qualcosa d’importante, a conoscere qualcosa di nuovo, e a fare qualcosa di utile.
La mia necessità di curare mente e corpo allo stesso modo si è palesata per la prima volta un anno fa, durante il difficile percorso di rinascita dopo l’operazione al tendine. Ho deciso di prendere l’estate per riabilitarmi fisicamente nella maniera migliore possibile ma farlo anche dal punto di vista mentale. Ho viaggiato molto e mi sono isolato, principalmente dalle chiacchiere della gente ma anche dal trambusto della città. Ho scoperto cose nuove di me stesso e mi sono ricollegato alla madre terra, soprattutto trascorrendo lunghe ore in campagna, che è il modo migliore per ristabilire un contatto con il mondo reale, troppo spesso coperto dalla fuliggine e dallo smog.
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6. Un albero forte e strano

Oggi sono pienamente consapevole di essere uno sportivo atipico ma i semi di questo albero forte e strano che sono diventato erano lì da vedere già dal principio della mia carriera. In fondo io sono pur sempre Matteo, che ha iniziato a giocare per caso, quasi per coincidenza o scherzo del fato, che ha deciso di sgambettarmi proprio quando avevo iniziato a prendere in mano le redini della mia vita adulta. Avevo diciotto anni e, finito il liceo, tutto quello che desideravo era andare a Genova a studiare lingue, così avrei avuto più mezzi a mia disposizione per conoscere e capire delle fette di Mondo.
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In quei giorni mi chiamò Piacenza, senza preavviso, per andare a giocare da loro; avevano visto in me cose che neppure io credevo ci fossero. La prima reazione nella mia testa fu un misto tra il piacere di esser scelti e il dispiacere di esser messi davanti ad un bivio difficile nello stesso istante: “no, no, dai, perché? Dai!” Perché in fondo una parte di me, quella forse più saggia, sapeva già che per stare bene io ho bisogno di molte cose diverse, nessuna più importante di una mente libera, di un cannocchiale per guardare le cose lontane e di un microscopio per guardare dentro le cose vicine. Al volley ho ancora molto da dare, nonostante lui da me si sia già preso parecchio, ma quello che è certo è che quando smetterò di giocare non sarà difficile trovare qualcosa di bello da fare su questa verde terra.
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