Ci sono atleti destinati a dover sempre sopportare il peso della popolarità e, soprattutto, quello dell'aspettativa. Tra questi sportivi, Paola Egonu sembra occupare uno spazio a sé stante, non solo per il fatto di essere diventata uno status symbol. Il tifoso non le perdona quasi nulla, in termini di errori o passaggi a vuoto - sempre che di tali si possa scrivere - perché i suoi standard di rendimento sono diventati così eccelsi da rendere inconcepibili 12 errori nella partita che vale un trofeo. Una finale che l'Imoco Conegliano non perdeva da oltre due anni, periodo in cui è riuscito a spazzare via il record di 73 vittorie consecutive, tra tutte le manifestazioni, fatto registrare dal VakifBank tra l'ottobre 2012 e il gennaio 204, portandolo a 76. Per alcuni, tre successi in più rappresenteranno un'inezia. Per chi conosce le dinamiche della pallavolo e il livello della Serie A1 femminile, sono invece un'eternità. Il ko nella finale del Mondiale per club, in un fatale tie-break risolto 15-7 da una sontuosa Chiaka Ogbogu a favore della squadra del santone Giovanni Guidetti, ha però riaperto qualche "ferita" mai completamente rimarginata: se Conegliano vince è tutto merito del dream team, ma quando perde le maggiori responsabilità ricadono su Egonu. Poco importa se la ricezione è saltata quasi sempre, con la staffetta Plummer-Sylla a testimoniarlo, impedendo quindi a Joanna Wolosz di sprigionare tutto il suo talento al palleggio; o se le centrali hanno sofferto molto in alcuni set, dopo aver dominato in lungo e in largo nel torneo mondiale. Egonu è il classico esempio del capro espiatorio sportivo italiano: uno dei mali atavici della nostra concezione di sport. Forse il peggiore.

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Il peso dell'essere fenomeni

Pallavolo
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Sarà forse che i social, se usati per riversare odio e frustrazione addosso ad altri, sportivi inclusi, sono completamente dannosi. Oppure che il punto di vista del tifoso è sempre fuori focus, in una soggettività dettata dal cuore, che rende il supporter un po' cieco davanti a tanto di ciò che avviene su qualsiasi rettangolo di gioco, dal taraflex al parquet, passando per l'erba verde, naturale o sintetica. Capita allora che segnare 35 punti possa non bastare. Non solo per vincere la partita, ma anche per raccogliere il plauso di chi deve commentare - per passione o lavoro - la prestazione di Egonu contro il VakifBank. E succede, anche, di veder incensata a dismisura una Isabelle Haak, che con la stessa Egonu e in aggiunta a Tijana Boskovic, compone il podio delle tre opposte più forti al mondo, ma nella finale in questione, ha commesso ben 11 errori, realizzato meno punti (28) e avuto un'efficienza di poco maggiore rispetto all'azzurra. Sul tema ritorneremo più avanti, ma va premessa qui una cosa: nel valutare Egonu rispetto alle altre due pallavoliste, c'è ovviamente in tutti noi un po' di sano patriottismo sportivo, che non deve però mai sfociare in parzialità o, peggio, in faziosità. Diventa allora difficile, almeno per noi, sostenere con assoluta certezza e totale evidenza che Paola sia più forte di Boskovic o Haak. Di sicuro, sulle spalle di Egonu ricade il peso di un popolo che ama chiacchierare amabilmente anche e soprattutto di sport e che, spesso e volentieri, non perdona ciò che nella disciplina sportiva è fisiologico: la sconfitta. Non esistono squadre imbattibili, né sportivi invincibili. Negli sport di squadra, peraltro, il singolo può fare la differenza, ma i casi in cui vince con esclusività una partita o un trofeo si contano sulle dita di una mano. Non ci riusciva Michael Jordan e neppure Diego Armando Maradona, anche se l'epopea di questi miti sportivi ci ha fatto spesso pensare che, nel loro caso, sia stato invece possibile. In ambito pallavolistico, neanche Lorenzo Bernardi o Karch Kiraly hanno vinto "da soli", perché il concetto di squadra precede sempre l'individualità. Quando quest'ultima viene però incanalata nel gruppo, allora può divenire debordante.

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Il concetto è tanto soggettivo, quanto aleatorio. Eppure il dibattito è costantemente in auge. Nella valutazione della singola pallavolista, rientrano però così tante variabili che un confronto, specie se allargato a ruoli differenti, diventa impossibile, oltre che insensato. Qualora dovesse esistere una statistica che riassuma in modo onnicomprensivo l'impatto di una giocatrice sul risultato finale - e che tale statistica possa essere calibrata sull'intera stagione sportiva, parametrata al numero di partite giocate e al valore delle avversarie affrontate - allora si potrebbe forse riaprire sensatamente il dibattito. Per ora, possiamo limitarci a scrivere che la pallavolo distingua tra buone giocatrici, ottime giocatrici e autentici fenomeni. Nella terza categoria, Egonu ci rientra a pieno titolo. Mai vista una giocatrice italiana così dominante a livello atletico, con colpi di una potenza insensata e scagliati da altezze siderali. Senza peraltro sottostimare la base tecnica di cui è dotata la fresca ventitreenne, con un bagaglio di giocate riempito via via nel corso di una carriera iniziata tra Club Italia e AGIL Novara, ma oggi affinata forse completamente con Conegliano. Paola rientra sicuramente in quell'élite pallavolistica che spinge lo spettatore ad appassionarsi al volley, eppure continua a dividere l'opinione pubblica. Il motivo? Il suo essere personaggio iconico a 360°, anche per le idee fuori dal taraflex. Eppure, nel valutare il talento di una pallavolista, si dovrebbero analizzare solamente le "cose di campo", senza lasciarsi influenzare dal resto. Ciò non avviene però in un Paese troppo spesso duro coi propri "figli" e incapace di scindere l'aspetto sportivo da tutti gli altri. Pertanto, se Conegliano o l'Italia perdono, il primo aspetto della partita che viene evidenziato sono gli errori in attacco di Egonu, o il fatto che l'opposto non abbia giocato sui suoi soliti standard (che spesso coincidono con 25/30 punti realizzati). Una follia pallavolistica, in breve. Specialmente se una finale viene decisa da un compito - la ricezione - in cui la Signora del volley italiano è esentata o da un fondamentale - quello a rete - in cui comunque dà sempre una grande mano alle compagne.

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Conegliano è ancora un dream team?

La risposta può essere una soltanto: . Non sarà certo un ko al tie-break, peraltro contro la rivale di sempre, a far cambiare la valutazione sulla squadra allenata da Daniele Santarelli. Lo stesso tecnico fulignate saprà analizzare debitamente gli ingranaggi che sono saltati nella sfida contro il VakifBank Istanbul, trasformandoli in motivazioni-extra per riprendere la trionfale cavalcata delle Pantere. Perché forse, dopo un record del mondo e così tanti trofei messi in bacheca, anche il burnout può svolgere un ruolo importante nel prosieguo della stagione 2021-22. Al netto degli evidenti errori tecnici che ci sono stati nella finale del Mondiale per Club, l'Imoco deve anzitutto combattere con la pressione, non solo psicologica, derivante dalla patente di dream team. In grande, ciò che accade individualmente a Egonu. Bisognerebbe allora tutelare, anche mediaticamente, un'eccellenza che ha dato lustro alla pallavolo italiana in tutto il mondo, con risultati fuori da ogni logica e con possibilità, ancora intatte, di rivincere nuovamente tutto, tranne la Coppa appena lasciata ad altri. Allo stesso modo, si dovrebbe contare fino a cento prima di limitarsi sempre e solo all'analisi del rendimento di Egonu per spiegare un risultato, vittoria o sconfitta che sia, di Conegliano. Paola è un talento da tutelare, che sa benissimo da sola cosa le manca per accedere all'iperuranio pallavolistico e riscrivere forse la storia di questo sport. Farle pesare ogni singolo errore in attacco o qualsiasi battuta mandata in rete, non è certamente il modo migliore per celebrarla. Anche se, per alcuni, sembra diventato pure questo uno sport.

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