Giuseppe Vinci è un imprenditore con “forte senso di responsabilità verso la Pallavolo e l’Italia”. Ci tiene a ribadirlo più volte nell’intervista che ci ha concesso in esclusiva in merito al mancato passaggio di proprietà del Modena Volley in cui era coinvolto fino a qualche giorno fa. Lunedì 13 giugno, il club canarino ha infatti definito il nuovo assetto societario, con Giulia Gabana nuova presidentessa e Michele Storci al ruolo di vice-presidente, oltre al confermato Andrea Sartoretti quale direttore generale. Catia Pedrini ha passato così la mano dopo quasi dieci anni di impegno costante, ma nelle ultime settimane si è letto davvero tanto sulla trattiva intavolata con Vinci. Gabana, nella conferenza stampa di lunedì scorso, l’ha definita quale “trattativa inconsistente, che ci ha rallentati e ha reso più duro il lavoro” eppure le sue parole stonano non poco con la versione fornitaci da Vinci.

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L’ex scout dell’Italvolley, con cui partecipò ai Giochi Olimpici di Pechino 2008 prima di passare ai college statunitensi, tra le file di Team USA e seguire, sempre a livello statistico, sia l’attività indoor che il Beach Volley, ci tiene subito a precisare che auspica tutto il bene del mondo a Modena, come testimoniato da un messaggio scritto alla nuova presidentessa Gabana in cui le augurava un grande in bocca al lupo per la nuova avventura. Vinci vuole però esporre il suo punto di vista, anche per quel senso di responsabilità che lo ha sempre contraddistinto fin da quando, a causa di un infortunio alla caviglia subito durante una partita di calcio nell’infanzia e del conseguente osteosarcoma, dovette smettere con la pratica sportiva e decise, fin da subito, di restare comunque nel mondo dello sport in altre vesti. Prima a Casteggio, nella locale squadra di pallavolo, a montare la rete, raccattare palloni e compilare referti. Poi, dopo corsi da allenatore e da arbitro, a raccogliere statistiche su un portatile a neppure 18 anni d’età, trasformando infine questa enorme passione in un’impresa di successo e in un lavoro da pioniere a 360°.
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Lei è nel mondo della pallavolo da ormai tanti anni. Da ragazzino, bigiava scuola e prendeva il treno da Voghera per andare al PalaPanini a tifare i canarini. La passione sicuramente non le manca, la competenza nemmeno. Ma com’è nata l’idea di entrare nella proprietà di Modena?
"La Pallavolo è parte della mia identità personale e professionale, proprio come lo è per imprenditori-presidenti, allenatori, giocatori, tifosi e addetti ai lavori. Potrebbe sembrare un cliché, ma verso ognuna di queste figure sento un forte senso di responsabilità, così come lo sento verso me stesso. Alla Pallavolo devo tantissimo, se non tutto. Ho una storia di vita che mi fa apprezzare ogni giorno ciò che la Pallavolo mi ha dato. Ed è per questo, oltre per il fatto che buona parte della mia generazione tifava giocoforza Modena, che sono stato messo in contatto con la proprietà, senza propormi per primo, e abbiamo deciso di intavolare una trattativa per acquisire la società".
Che cosa ha impedito sostanzialmente il buon esito della trattativa?
"In questa trattativa, dal mio punto di vista, non ci sono state le basi necessarie per concluderla in modo positivo senza che il mio senso di responsabilità venisse meno o quantomeno fosse messo a rischio. Da imprenditore e professionista io devo riconoscere a tutti che lo sport sta cambiando. Le società storiche della nostra Pallavolo, tra cui ovviamente c’è Modena, meritano una prospettiva di ampio respiro che si autoalimenti, che sia virtuosa e sostenibile. Questo necessario cambiamento non è semplice, anzi è molto complicato da capire e da vivere. È noto a tutti che a Modena ci fossero contratti pluriennali molto onerosi con grandi atleti, così come è chiaro che la Pandemia abbia causato gravi sofferenze economiche a tutti i club. Modena però non è una società che vive di mecenatismo sportivo vecchio stile e ha forse sofferto un po’ di più rispetto agli altri club, così i già citati contratti hanno fatto venire tutti i nodi al pettine. Voglio continuare a rispettare la riservatezza della trattativa, come fatto finora, però trovo strano e inaccettabile che si affermi che io abbia rallentato il tutto perché "inconsistente". Fin dall'inizio, mi sono fatto affiancare da vari professionisti, per valutare l'investimento in maniera seria e celere, e sono tornato due volte in Italia, a dimostrazione del mio reale interesse. Quando abbiamo ritenuto che non sussistessero le condizioni per procedere, mi sono tirato indietro in anticipo rispetto alle scadenze, proprio per dar tempo a Modena di fare passaggi diversi e rispettare appunto quel senso di responsabilità cui accennavo prima".

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Si è spesso letto che lei avrebbe fatto dietrofront improvviso a causa dei conti economici societari e dei derivanti costi necessari. È andata realmente così?
Entrare nei tecnicismi è necessario, per una questione di trasparenza, verso il pubblico. In trattative di questa portata, la cosa più importante da fare è uno studio approfondito e meticoloso della società, per analizzare gli aspetti finanziari, economici e sportivi, capirne il valore e la situazione debitoria, la prospettiva di medio-lungo termine. Io sono entrato con questa concezione nella trattativa, fin dal giorno zero: creare un modello di sostenibilità con una responsabilità verso lo sport che sta cambiando. Una corretta due diligence (un’attività di approfondimento di dati e informazioni relative all’oggetto di una trattativa economica, ndr) è un passaggio obbligato, per pianificare il futuro con investimenti e margini di crescita. Comprendo le tempistiche, ma purtroppo, col mio team non abbiamo avuto l'opportunità di analizzare tutta la documentazione necessaria per avere un quadro definitivo e completo del Modena Volley e quindi calcolare l'impegno necessario per un piano di ricapitalizzazione completo. Mi fa sorridere leggere di "richieste particolari" perché, nella mia esprienza imprenditoriale, in realtà si tratta di condizioni standard. Non è però colpa di un singolo, né di Pedrini o tantomeno di Gabana. È un approccio figlio di decenni di mecenatismo sportivo in Italia, i cui modi di essere iniziano a non risultare più sostenibili nello sport di oggi”.

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Questo mecenatismo sportivo influisce ancora sulla concezione del modo di “fare sport” oggi in Italia?
La Pallavolo è diventata grande negli anni ’90 perché l’Italia ha vinto tutto, di conseguenza ha attratto vari grandi imprenditori, quali Benetton, Berlusconi, Ferruzzi e tanti altri, che devono ovviamente essere ringraziati per quanto hanno fatto. Era sicuramente un modo generoso di vivere lo sport, che ci ha dato emozioni a non finire e tanto lustro, ma oggi non basta più investire per passione. In caso di un’altra recessione spariremmo tutti di nuovo. Ok la passione in sé, ma deve essere strutturata, pianificata, sostenuta e valorizzata, non solo per programmare il futuro ma per trasparenza e rispetto del cambiamento necessario anche nel mondo dello sport. L’epoca del mecenatismo sportivo non può portare a un modello sostenibile. Fortunatamente alcuni club stanno andando in una nuova direzione, di trasparenza e senso di responsabilità, e anche Modena era interessata a questo visto che mi ha contattato”.

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Lei lavora negli Stati Uniti d’America e ha scritto più volte articoli inerenti al modo di fare sport negli States. Pensa che in Italia bisognerebbe imparare qualcosa da quel modello e ripensare alcune logiche, anche d’imprenditoria legata allo sport?
Fare imprenditoria non significa solo guadagnare soldi, semmai generare una visione, sviluppare anzitutto capitale umano. Non entrerei in un club per fare un profitto: si può certamente guadagnare dalla Pallavolo se si è bravi, ma per guadagnare soldi avrei sicuramente fatto altre cose. Ho lasciato l’Italia nel 2008 a 22 anni per arrivare qui in America. Gli Stati Uniti non sono perfetti, però lo sport lo sanno fare. Per quanto lo sport in Europa sia diverso da quello oltreoceano, è innegabile che ci siano grandi limiti, derivanti da mille diverse ragioni tra loro interconnesse, nella professionalizzazione delle figure. La mia visione di società sportiva è piuttosto chiara: se l’addetto stampa, piuttosto che il direttore del personale o il social media manager, avessero cominciato in una piccola impresa sportiva per avere uno slancio utile a lavorare magari in uno dei nostri sponsor, io avrei potuto mostrare il lato bello dell’imprenditoria, ovverosia la valorizzazione del capitale umano. In tanti casi, la strutturazione di molte società è obsoleta, ma fortunatamente la Legavolley sta cercando di scardinare questo modus operandi cercando di far capire che è necessario cambiare. Non si può continuare a spendere il 90% del budget solo sul settore tecnico, altrimenti non si progredirà mai. Sicuramente ci stiamo muovendo in avanti, ma ci sono altri sport che lo stanno facendo con molta più flessibilità e diverso dinamismo”.

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Che cosa può cambiare definitivamente, secondo lei, la concezione di fare sport in Italia?
Lo sport sarà sempre caratterizzato, almeno un po’, da scelte di pancia. Da investitore, riconosco però che ci vuole professionalizzazione a 360°. Ad esempio, se io investo milioni di euro su un atleta anche per diritti d'immagine e poi non valorizzo la sua immagine e l’investimento che ho fatto mettendo professionisti della comunicazione nelle migliori condizioni di poter lavorare su questo, significa che abbiamo strada da fare per allontanarci dal puro mecenatismo. Dobbiamo professionalizzare per il bene della Pallavolo, non ragionare in termini di spese fatte. Questo farà sicuramente crescere lo sport. Senza professionalizzare lo sport di club, le Leghe e i campionati saranno sempre in difficoltà, dal momento che gli investimenti vengono fatti laddove c’è professionalità. Tutto ciò si riconnette anche alla visione che avevo quando ho intavolato la trattativa con Modena: per aver professionalizzazione bisogna però essere trasparenti al massimo”.

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Pensa che in futuro riproverà a entrare nella Pallavolo italiana, in una veste diversa rispetto al passato?
Proprio per il senso di responsabilità di cui parlavo, oltre al fatto che resto innamorato dell’Italia e della Pallavolo, sono convinto che, prima o poi, spero nel modo giusto, riuscirò ad entrarci. Non è semplice, sicuramente. Oggi continuo il mio percorso, come imprenditore nel settore sportivo e quale appassionato di Pallavolo. Sto pianificando di rientrare in Italia, per un legame viscerale che porto sempre dentro. La coerenza e la trasparenza sono però fondamentali nella mia idea di imprenditoria, tanto quanto le mie idee e visioni o la volontà di investire passione, risorse e tempo. Non chiudo alcuna porta, nonostante come si sia conclusa questa trattativa con Modena. Un po’ mi ha demoralizzato ciò che ho letto in queste settimane, perché con Modena sarebbe stata una storia spettacolare che, assieme ai partner e ai professionisti già presenti, avrei inquadrato sulla città, sulla squadra, sulla storia, sul progetto e mai su me stesso, ma non mi scoraggio. Sono uomo di sport, di sconfitte ne ho vissute tante e sono abituato alle delusioni, ma si riparte senza mai perdere di vista ciò che si vuole apportare a questo sport”.
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