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Il Triplete di Angelo Lorenzetti: "Ecco Modena, talento e forza mentale"
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Pubblicato 10/05/2016 alle 08:14 GMT+2
Il coach commenta il terzo scudetto della propria carriera, conquistato a 14 anni dalla prima volta proprio in Emilia e a 7 da quello di Piacenza raccontando chi sono i ragazzi straordinari da lui allenati: "Questi sono dei ragazzi speciali, che parlavano tra di loro volentieri. Abbiamo abolito la lamentela, ma abbiamo accettato il confronto. Aggiungete il lavoro in palestra e avrete il risultato"
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La programmazione è tutto. Al punto che, certe volte, se programmi bene e lo fai per anni, capita che il destino ti restituisca qualcosa. Pensate alla DHL Modena che, mesi fa, aveva fissato per il 9 maggio un appuntamento con gli sponsor. Una data nel bel mezzo delle finali scudetto. Quelle che, però, gli emiliani hanno sigillato domenica sera con uno straordinario recupero ai danni di Perugia, battuta al tie-break di gara-3. La festa del dodicesimo scudetto, del primo tricolore dal 2002. O, per dirlo come la presidente Catia Pedrini, il “triplete” di Angelo Lorenzetti. Che, nel corso del workshop organizzato da Randstad sulle soluzioni di successo sul campo e nell’azienda, ha spiegato il significato di questo trionfo.
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L’emozione del trionfo non se ne è andata dal volto. Ma Lorenzetti sa come gestirla e come gestire lo stress prolungato: “Un allenatore non dorme mai. Durante i playoff ancora meno. Poi, se vince lo scudetto, per niente. Però posso dire che, il giorno dopo, si è felici un ‘gran bel po’’ come si dice a Fano, dalle mie parti. Vincere il ‘triplete’ è una sensazione difficile da descrivere. Posso dire che ogni annata si programma allo stesso modo, ma certe volte la ciambella esce davvero con il buco. Come in questa stagione. Questo gruppo ha iniziato un percorso due anni fa, l’anno scorso ha vinto la Coppa Italia ma ha perso la finale scudetto con Trento. Siamo ripartiti con la voglia di arrivare fino in fondo in tutte le competizioni. E abbiamo vinto Supercoppa Italiana, Coppa Italia e Scudetto. Non è stato tutto facile. Ci sono stati degli infortuni e dei cali di forma. Ma, con il senno di poi, uscire dalla Champions League ci ha aiutato per portare a casa il tricolore”.
Lorenzetti non ha dubbi quando si tratta di spiegare il salto di qualità compiuto da Modena: “Arrivare in finale ti dà la percezione della tua forza. Rispetto all’anno scorso, posso dire che questa squadra è cresciuta a livello mentale. I ragazzi hanno dimostrato di non avere soltanto talento, ma anche di saper interpretare le gare. Siamo migliorati nella gestione dell’emotività e dell’aggressività, due fattori decisivi. Ma è cresciuto il gruppo in generale. Questi sono dei ragazzi speciali, che parlavano tra di loro volentieri. Abbiamo abolito la lamentela, ma abbiamo accettato il confronto. Aggiungete il lavoro in palestra e avrete il risultato straordinario di questa stagione”.
Per il coach di Modena si è trattato del terzo scudetto. A 14 anni dal primo vinto sempre a Modena e a 7 da quello di Piacenza. Un uomo che, per stile, ha ricordato a molti Claudio Ranieri. “Non so se la mia è una vittoria come la sua – aggiunge Lorenzetti -. So che è andata bene a entrambi e che nel suo modo di gestire il gruppo mi rivedo. Cercare l’empatia come vicinanza all’atleta, fare propri i bisogni della squadra e riconoscere le specificità dei talenti. Vincere in Italia è difficile. Non basta essere una grande squadra e se perdi ti attaccano l’etichetta del perdente. Quella è la cosa peggiore perché ti porta in una spirale negativa da cui è difficile uscire. Te la senti addosso la sconfitta e prendi decisioni sbagliate che ti impediscono di cambiare rotta. Qui a Modena non vincevano lo scudetto da 14 anni, ma questo non è accaduto perché sono passati allenatori e giocatori scarsi. È stato l’ambiente a non funzionare. Si entra al Pala Panini e si vedono tutti i trionfi del passato. Ma il paragone è violento, quel qualcosa che non c’è più finisce soltanto per fare male al presente. Il problema, a Modena, è questo. Spero che questo sia stato lo scudetto della semplicità. Che Modena si senta forte, ma che sappia amare il lavoro fatto ora”. Lorenzetti poi spiega che cosa ha significato questo scudetto: “Rispetto a 14 anni fa sono soltanto più consapevole. Nella vita ti accadono cose che ti fanno apprezzare maggiormente i momenti belli. Ma la felicità è difficile da misurare. Come si può essere più felici di felici? Il bello è sentire quella vittoria tua, come è tua la sconfitta. Si pensa spesso a quanto sono importanti i sogni per raggiungere i traguardi, ma io vi dico che con il sogno non si fa niente. È l’azione che ti permette di avere una visione. E da quella visione nasce il successo. Nello spogliatoio, prima di gara-3, ci dicevamo ‘svegliamoci’ se iniziavamo a sognare lo scudetto. Ora, i ragazzi e il coach che arriveranno il prossimo anno, dovranno lavorare sulle azioni che hanno reso questa squadra vincente, non sul fatto che adesso è diventato un gruppo vincente. Nello sport, è difficile togliersi la fama di perdenti. Per perdere quella di vincenti, invece, basta molto poco”. Un modo molto dolce per confermare l’addio a Modena già comunicato lo scorso inverno.
I ragazzi di Lorenzetti, secondo il coach
E, per concludere, ecco Lorenzetti descrivere il valore dei suoi ragazzi. Passandoli in rassegna uno dopo l’altro: “Pietro Soli è come il Vaticano, uno stato indipendente dentro uno più grande. Anche nei momenti di massima tensione, lui mantiene sempre la calma. Nicholas Sighinolfi è il nostro battitore estemporaneo. Ci ha fatto divertire parecchio, anche perché, in fondo, è la nostra mascotte. Fabio Donadio è semplicemente il tutorial. La sua è una storia che dice molto del nostro lavoro. Ha fatto un apprendistato pazzesco, cercando di capire tutti i segreti del ruolo di libero, migliorando anno dopo anno. Pur non giocando mai. Adesso, per me, potrebbe fare tranquillamente un’A2. Luca Sartoretti, invece, si sposta solo se casca il mondo. La sua freddezza ci ha permesso di fare dei punti pesanti nella finalissima. Elia Bossi è la domanda. Dovete sapere che è triestino, quindi a livello umano è un po’ difficile da inquadrare all’inizio. Ma è uno che cerca sempre di capire le cose. Ti ascolta, metabolizza e poi torna sempre con una domanda centrata. Thiago Sens è la gentilezza. Arrivato per ultimo, è entrato in punta di piedi nello spogliatoio e ha aiutato tutti. Alberto Casadei è l’onda perfetta. Su di lui si sono appoggiati tutti nei momenti di difficoltà, tornando rasserenati dopo un buon consiglio. Milos Nikic è Fonzie. Sa tutto della vita, un leader che non ha bisogno di parole. Nemanja Petric è uno spettacolo, uno come me. Il cavaliere dall’armatura arrugginita. Salvatore Rossini è l’italiano vero. Ti fa divertire, mette le etichette su tutti e dà quel tocco italiano che serve per fare un gruppo. Lucas Saatkamp è la prova che la pallavolo è una, anche se vissuta con tanti stranieri in campo. Luca Vettori è tanta roba, fuori e dentro. Bello come il sole, ma di un’intelligenza unica. Raccoglie tutte le informazioni, le setaccia e poi torna con una risposta. Earvin N’Gapeth è un sorriso a innaffiatoio. Entra in campo con il sorriso e tutti iniziano a fiorire. Speciale. Bruno Rezende è l’empatia che si fa materia. Matteo Piano è Mastro Geppetto. Si è limato in tutti i difetti, la vera forza dell’intenzione”. Una parola azzeccata per tutti, prima di festeggiare con i suoi ragazzi l’ultimo trofeo di un biennio magico.
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