Pattinaggio di figura

Carolina Kostner: "Pechino 2022? Ci sto pensando. Lori Nichol una maestra spirituale"

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Eiskunstlauf bei Olympia 2018: Carolina Kostner (Italien)

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DaOAsport
30/04/2020 A 14:53 | Aggiornato 30/04/2020 A 14:54

Dal nostro partner OAsport.it

Il connubio perfetto tra arte, bellezza e passione. Carolina Kostner è l’emblema più splendente del pattinaggio artistico tricolore. La Musa del ghiaccio che ha saputo far innamorare milioni di italiani in tre lustri di gloriosa carriera. 5 ori europei, il titolo mondiale del 2012, il bronzo olimpico di Sochi 2014 a lungo inseguito e che rappresentò la naturale chiusura di un cerchio. Un cammino costellato di successi, ma anche di tante cadute che ne hanno forgiato l’anima e la personalità. L’altoatesina ha sempre affrontato il destino con caparbietà, non abbattendosi, ma anzi rafforzandosi nelle difficoltà. Un lungo percorso che abbiamo rivissuto grazie a Massimiliano Ambesi in un’intervista assolutamente imperdibile.

Carolina, come stai affrontando le lunghe giornate della quarantena?

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Carolina Kostner si opera all'anca: "Spero di tornare presto"

30/12/2019 A 16:42
In generale, essendo ferma non solo per la situazione che stiamo incontrando, ma anche per il recupero dal mio intervento all’anca, le mie giornate cambieranno poco, nel senso che rimarrò ancora tanto in casa e uscirò soltanto per le sessioni di fisioterapia. Comunque, durante tutto questo tempo, ho imparato a fare tante cose a casa, quindi sono abbastanza indipendente. Penso che inizieremo tutti con cautela, per capire come potremo uscire di casa e come bisognerà comportarsi. Poi piano piano prenderemo confidenza.

Sei stata protagonista di ben quattro cicli olimpici e sei sempre scesa in pista con ambizioni di primo piano. Come puoi spiegare una longevità di questo tipo che non ha praticamente eguali nel pattinaggio femminile: qual è il tuo segreto?

Se ci fosse veramente il segreto, mi piacerebbe conoscerlo anch’io, così ve lo potrei raccontare. Diciamo che la cosa che mi ha contraddistinto in questi anni è la passione che provo per questo sport. A prescindere dalle cadute, dalle delusioni, dai pianti o dalle vittorie, che magari a volte ti tolgono l’attenzione dall’obiettivo. Ho sempre avuto la passione di tornare in pista e trovare quella piccola cosa che posso migliorare di me, nell’aspetto tecnico, artistico, umano e nella vita di tutti i giorni. Crescendo impari anche a gestire il cambiamento da ragazza adolescente a donna e poi a donna adulta, con il fisico che cambia. Devi avere questa capacità di essere aperta ad uscire dalla tua zona di comfort, di reinventarti. Io mi sono sempre ispirata all’arte che non finisce mai, che continua a evolversi e così mi sento anche io. Proprio per questo sono sicura che ci rialzeremo perché siamo un popolo che riesce ad evolversi e sono sicura torneremo più forti di prima.

Carolina Kostner

Credit Foto Getty Images

Tu rappresenti l’anello di congiunzione tra l’epoca di Michelle Kwan ed Irina Slutskaya e il pattinaggio dei giorni nostri. Tu hai affrontato quelle atlete, a volte le hai battute. E ti sei scontrata sul finire della carriera con ragazze che avevano la metà dei tuoi anni. Qual è la differenza tra il pattinaggio di 15 anni fa e quello attuale?

L’evoluzione è stata grossa. Quella che vediamo oggi è una evoluzione tecnica straordinaria. Io ero entrata in scena come una delle atlete più forti tecnicamente e poi mi sono evoluta anche artisticamente. Oggi come oggi tante ragazzine più giovani mi prendono come esempio anche artistico e questo mi fa tanto piacere, perché per me c’è questo collegamento della difficoltà tecnica con l’espressione artistica che mi entusiasma e mi intriga sempre. Trovare quel miscuglio delle due cose rende un atleta non solo campione quel giorno che vince la gara, ma gli consente di durare nel tempo e diventare una fonte di ispirazione per tutti i bambini e anche coloro che affrontano delle difficoltà. Come per me negli anni Michelle Kwan è stata una stella cometa, assieme alla mia mentore Lori Nichol, spero anche io di esserlo nel mio piccolo per il nostro futuro in Italia.

Adelina Sotnikova ed Alena Kostornaia: tutte e due hanno sempre detto di avere un solo punto di riferimento. Quel punto di riferimento si chiama Carolina Kostner. Che cosa di Carolina rivedi in queste due atlete?

Sicuramente è un grande orgoglio e anche una responsabilità. Diciamo che ho sempre cercato di creare una cosa che arrivasse da me, dal mio cuore e dalla mia passione. Ho sempre cercato anche di distinguermi dalle altre, di essere diversa e portare cose nuove. E quindi anche questa possibilità di rappresentare ‘Caroline’ diverse in fasi di vita diverse. Io mi rivedo sempre un po’ in tutte le giovani, perché ti fa ripensare ai tuoi primi momenti. Vedere queste ragazze, anche così in controllo e sicure di sé, ma con la voglia di migliorare sempre l’ambito artistico e tecnico, mi fa molto piacere. Penso che rappresentino molto bene il futuro del pattinaggio.

Hai iniziato a lavorare con Lori Nichol dal termine delle Olimpiadi di Torino 2006. Da lì e fino a oggi il tuo nome è sempre stato legato al suo. Raramente nel pattinaggio si vedono dei rapporti così duraturi. Cosa rappresenta per te Lori Nichol? E’ forse una seconda mamma?

In realtà Lori Nichol era stata anche partecipe alla creazione del libero sulle note de ‘L’Inverno’ di Vivaldi per Torino 2006, ma più che altro come ispirazione e consulenza. E’ lì che è nato questo rapporto: mi ha subito entusiasmato il suo modo di pensare, il suo soffermarsi su ogni piccolo dettaglio, che in parte mi ha fatto impazzire abbastanza (ride, ndr)…Però ne è sempre valsa la pena. Negli anni che lavoravamo insieme, mi faceva ripetere anche le cose più semplici mille volte, fino a che non ne potevo più. E questo ha fatto la differenza. Mi ha fatto crescere e capire anche la storia del pattinaggio. Mi ha parlato di John Curry, con cui ha lavorato insieme e ha fatto degli spettacoli. Lei è sempre stata la portavoce del pattinaggio come disciplina completa. E’ un punto di riferimento importantissimo. Non la chiamerei seconda madre, perché è sempre stato un rapporto di collaborazione a livello spirituale, artistica, da maestra e da mentore. Io spero che mi riprendo presto e che posso tornare in pista e a creare come lei.

Se ti dico Alysa Liu, che cosa mi rispondi?

Alysa Liu è una giovanissima atleta americana, che ha già vinto due volte il Campionato nazionale assoluto. Ho collaborato con Lori nella creazione del suo programma lungo nella stagione scorsa. Ho cercato più che altro di farle vedere certi movimenti, di essere la traduttrice artistica delle idee di Lori. Dato che io e Lori, a volte, non abbiamo neanche bisogno di parole nel momento della creazione e della condivisione delle idee. Alysa lavorava con Lori per la prima volta, è entrata nel mondo del pattinaggio come una stella cometa. Abbiamo voluto creare questo team di lavoro affiatato per darle l’occasione di crescere ed imparare tutto quello che può anche in breve tempo, perché come sappiamo oggi come oggi la carriera di una pattinatrice rischia di essere molto corta. E’ stata un’esperienza molto bella perché mi sono rivista in Alysa in tanti momenti, in particolare in quella gioia di pattinare che le vedi negli occhi, quando impara un movimento nuovo, quando, dopo essere caduta magari dieci volte, all’undicesima ci riesce con questa grande gioia di voler apprendere. Ha la mente aperta di poter ascoltare da qualcuno che ha visto solo in televisione. Per me è una bella sfida capire che pattinare e insegnare a pattinare non sono la stessa cosa. Ci vuole metodo ed è stata per me una bellissima esperienza, che non vedo l’ora di portare avanti e di evolvere.

Ricordo che, alla vigilia di Torino 2006, avevo parlato con un allenatore sovietico che allenava negli Stati Uniti e seguiva una pattinatrice giapponese. Mi disse: “Noi in queste Olimpiadi temiamo solo Carolina Kostner. Le altre le battiamo“. Che cosa è mancato nel 2006 a Carolina sul ghiaccio?

L’esperienza, innanzitutto. Era la mia prima Olimpiade e capita a pochi, forse a nessuno, fare la prima Olimpiade, essere la portabandiera in casa propria ed avendo poca esperienza di gare ad altissimo livello. In quel momento la situazione ha preso il sopravvento e l’emozione mi ha travolto. Non cambierei mai questa esperienza con qualsiasi medaglia. E’ stata difficile da gestire, molto impegnativa. Comunque, essendo finita nelle prime 10, alla prima partecipazione, penso che sia stata comunque un’Olimpiade di successo e di crescita. Uno dei tasselli che ha contribuito a portarmi dove poi sono arrivata negli anni dopo.

Carolina nel frattempo cresce, si laurea campionessa d’Europa e, dopo due anni, a Göteborg è in testa al termine del corto: arriverà seconda e perderà quella gara per soli 88 centesimi. Le tua avversarie lì si chiamavano Kim e Asada. Per anni loro hanno rappresentato il pattinaggio al femminile. Che ricordo hai di queste due avversarie incredibili con cui hai diviso anche tante soddisfazioni?

E’ stato un periodo molto intenso e sono state delle avversarie che mi hanno fatto crescere proprio tanto, non soltanto per l’enorme competitività, ma proprio per il carisma e la personalità che queste atlete avevano e mi spingevano proprio ad essere come loro, sapevo che dovevo essere come loro per poterle battere. E’ stato sicuramente un periodo di spinta anche molto molto importante.

A 22 anni tante atlete smettono perché sono logorate fisicamente, sono stanche mentalmente, tu invece decidi di dare una svolta alla tua carriera e decidi di partire verso gli Stati Uniti. Spiegaci quella scelta e magari cosa avrebbe potuto funzionare meglio in quella tua esperienza negli USA.

Arrivi al punto dove, paragonandolo un po’ all’adolescenza, hai bisogno di spazio, quando hai bisogno di sentire altro e tutto quello che ti dice mamma o papà è sbagliato, non lo accetti e devi sbattere la testa per capirlo da te: questo è paragonabile al mio spostamento negli Stati Uniti. Ho lasciato la mia famiglia a 12 anni per andare ad allenarmi e l’allenatore in quel periodo ha preso anche le veci di autorità, di genitore ed era arrivato il momento dove avevo bisogno di sentire altro. La cosa meravigliosa di questo periodo è stata proprio il consolidarsi del rapporto tra me ed il mio allenatore in Germania, per la libertà di scelta che mi ha lasciato, nel senso che mi ha detto: ‘Vai, provaci, la porta è sempre aperta se vuoi tornare’. In effetti io sono andata, ci ho provato, in quel periodo ho scoperto che dovevo trovare un nuovo equilibrio nella vita. Mi sono trovata veramente sola, quando mi svegliavo, i miei amici, i miei genitori erano a lavoro, quando tornavo dall’allenamento dormivano, a vote stavo sveglia la notte pur di sentirli, quindi ero stanca al mattino e non riuscivo ad allenarmi. Sono stati dei mesi che mi hanno dato una sacco di risposte, magari non nell’ambito tecnico su pattinaggio di per sé, ma su una crescita di vita che mi ha dato una marcia in più.

I risultati lo hanno dimostrato, perché dopo l’Olimpiade di Vancouver hanno iniziato a dire ‘Carolina è fragile, non sarà mai una campionessa’ e la tua risposta è stata nel quadriennio olimpico dal 2010 al 2014: 26 gare e 26 podi. Quando le cose non andavano benissimo Carolina era seconda o terza, altrimenti vinceva, quindi lì sboccia in tutta la sua forza ed in tutta la sua qualità, il suo lato artistico cresce, ma in che cosa è cambiata Carolina Kostner in quegli anni?

E’ cresciuta, penso che tutte le difficoltà che ho affrontato negli anni precedenti mi abbiano portata a prendere le decisioni giuste per poter gareggiare al meglio di me, con la tranquillità e la serenità nella vita privata e fuori dal ghiaccio, il posto di allenamento, il rapporto con l’allenatore, la gioia che ritrovi ad allearti tutti i giorni, magari anche alle sette del mattino con lo stadio vuoto, la stanchezza e comunque senti dentro di te quella gioia di farlo, di poterlo fare. Penso che anche in questo periodo, proprio per il fatto di non poterlo fare, lo consiglio magari anche a tutti quelli bambine e bambini che mi stanno ascoltando e che vorrebbero tanto tornare a pattinare, è proprio questo il momento in cui ti rendi conto di quanto ti manchi, di quanto ti piace e tornerai sul ghiaccio con più gioia, con più entusiasmo e ti rendi conto che non è dato per scontato che funzioni sempre, che lo possiamo fare, quindi cogliere l’occasione quando c’è e dare il meglio di sé. Poi i successi che ho trovato nel quadriennio dopo Vancouver sono stati proprio quella consapevolezza che la pazienza ed il lavoro negli anni si accumulano: è come una pianta, tu semini, non vedi niente, vedi solo la terra, poi vedi piano piano una piccola foglietta e la innaffi, la innaffi, ci vuole tempo perché poi il fiore cresca e possa sbocciare, così è anche nello sport. Siamo così abituati ad avere tutto e subito, invece ho avuto pazienza, anche grazie all’aiuto di amici, familiari, allenatori, staff, Federazione e Gruppo Sportivo che hanno avuto la pazienza con me di trascorrere tutte le fasi, gli alti e bassi ed hanno avuto anche l’occasione di vivere anche questi bellissimi successi.

Hai avuto la capacità anno dopo anno di aggiungere sempre qualcosa: nel 2012 vinci praticamente tutto e nel 2013, dopo aver manifestato volontà di ritiro, torni ed aggiungi il triplo lutz, lottando ad armi pari con Kim. Arrivi alle Olimpiadi ed anche lì sei strepitosa, la migliore Carolina di sempre dal punto di vista atletico conquista la medaglia di bronzo. I Campionati Mondiali di Milano: nel programma corto sei impeccabile, ottieni delle valutazioni altissime che nessun’altra ha mai eguagliato, non sbagli niente dal punto di vista tecnico. Possiamo dire che quel programma corto, dal punto di vista del connubio artistico e tecnico, sia stato il punto più alto nella carriera di Carolina Kostner?

Lungo la mia carriera ho sempre avuto dentro di me questa voglia, che rendeva pazzo il mio allenatore, di raggiungere qualcosa, se lui mi diceva ‘Fai altri cinque minuti’, io ne facevo dieci, se lui mi diceva ‘fallo un’altra volta’, io lo facevo altre due. Era una cosa innata questo entusiasmo che avevo di voler fare e quindi penso che è stato proprio quello il motore innato che mi ha spinto tutti gli anni a tornare ed a tentare di aggiungere qualcosa. Personalmente io penso di aver raggiunto il mio punto più alto dal punto di vista tecnico nel 2018, forse in gara non sono riuscita a dimostrarlo, forse per via dei primi dolori all’anca che sentivo e anche al poco tempo di preparazione che ho avuto uscendo dalla sospensione, però la facilità di certi elementi, che ho acquisito con nuove esperienze anche in allenamento in Russia, mi hanno portata ad un nuovo livello emotivo di sentire le cose e per questo il programma di Milano è l’apoteosi: c’era proprio la perfezione della situazione, c’era un tifo incredibile e ancora oggi mi vengono i brividi a pensarci, non era un tifo da pattinaggio, era un tifo da stadio di calcio e quando ho finito quel programma è stato il momento di dire ‘io il capolavoro l’ho fatto’. Era un programma che sentivo molto, legato ed emozioni personali, quindi parlava proprio la mia anima.

Una volta terminata la tua carriera quali sono i tuoi progetti? Recentemente hai affermato che ti piacerebbe un giorno avere uno show tutto tuo, cosa intendi? Su Pechino 2022 cosa puoi dirci?

Di progetti che vorrei fare, terminata la mia carriera, ce ne sono tantissimi, alcuni sono già in progettazione, in parte saranno anche in beneficenza, soprattutto vorrei essere d’ispirazione per i giovani, che ne hanno bisogno. Sono sicura che ci saranno molti modi per essere presente sul ghiaccio anche dopo il termine della mia carriera. Per me il pattinaggio è sempre stato quel momento di trasporto in un posto diverso, tra il sogno e la realtà, che ti fa dimenticare qualche preoccupazione e ti fa vivere un momento di pace interiore: è questo che mi ha dato il pattinaggio ed è questo che voglio fare dopo la carriera competitiva. Vorrei portare il pattinaggio in tutte e città, è un sogno grande, lo so, ma solo il cielo è il limite, quindi spero di continuare ad essere portavoce del pattinaggio in Italia e di creare ancora serate di condivisione di questa bellissima passione ed aiutare nel mio piccolo a creare i nostri campioni futuri.

Quindi Carolina ti vedremo ancora in gara sognando le Olimpiadi?

E’ una domanda a cui è difficile dare una risposta precisa in questo momento, voglio anche uscire dall’infortunio per prendere una decisione con serenità, vi chiedo di pazientare ancora un pochetto per darmi la possibilità di riflettere come nel futuro a breve termine possa continuare la mia carriera. Pechino 2022: sicuramente sarò presente, il come ce lo dirà il futuro.

Pensando al dopo, ti senti più una potenziale allenatrice di parte tecnica o tutte e due le cose?

Ci sono fasi in cui tendo da un lato o dall’altro, ma è proprio la combinazione che a me piace, mettere in atto le difficoltà tecniche in un pacchetto artistico: non so come metterò in atto questo mio desiderio, ma penso di avere tanta esperienza da voler trasmettere sia dal lato tecnico che dal lato artistico.

Lancia un messaggio di speranza agli italiani che stano vivendo questo momento difficile.

So che è una situazione difficile e che le nostre vite sono state ribaltate un po’ per tutti, so che ne usciremo fuori e torneremo più forti di prima.

Intervista a cura di Massimiliano Ambesi

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