A qualunque appassionato di sport che abbia memoria degli anni novanta i nomi di Nancy Kerrigan e Tonya Harding provocheranno un inevitabile déjà-vu. A beneficio dei più giovani questa è la storia di uno dei più grandi scandali sportivi e “mediatici” di sempre, raccontata al cinema dal regista Craig Gillespie nel suo film I, Tonya del 2017, grazie al quale Allison Janney - truce a anaffettiva madre di Tonya, interpretata a sua volta da una magistrale e imbruttita Margot Robbie - ha trionfato nella categoria di miglior attrice non protagonista sia agli Oscar che ai Golden Globe. Tonya Harding è uno dei personaggi sportivi più controversi della storia, la bad girl d'America per eccellenza: prima pattinatrice statunitense a seguire il proibitivo triplo axel in una competizione ufficiale ma al contempo l'atleta con le peggiori frequentazioni di sempre al di fuori dello sport.

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26/12/2020 A 12:48

Cronaca di uno scandalo

6 gennaio 1994, la pattinatrice sul ghiaccio Nancy Kerrigan ha da poco ultimato il suo allenamento alla Cobo Arena di Detroit in preparazione dei Giochi Olimpici di Lillehammer quando viene raggiunta da un aggressore che le assesta un terribile colpo al ginocchio destro con una sbarra di metallo. Il malvivente, tale Shane Shant, si scoprirà in seguito essere stato assoldato da Jeff Gillooly, nient’altro che il marito di Tonya Harding, connazionale nonché rivale numero uno sul ghiaccio della Kerrigan.

La Harding ammetterà di essere stata a conoscenza delle intenzioni del marito, pur avendo negato di aver pianificato l’aggressione; la Federazione statunitense proverà in ogni modo a escluderla dai Giochi, ma a seguito della minaccia di intentare una causa milionaria sarà costretta a convocare la pattinatrice. Il febbraio successivo in Norvegia andrà così in scena la sfida all’OK Corral tra la fidanzatina d’America Kerrigan - tornata in piena forma a tempo record - e la teppistella Harding: il resto appartiene alla storia a cinque cerchi e riferisce di una meritatissima medaglia d'argento della Kerrigan e di una rapida caduta nell’oblio della rivale, piazzatasi solo all'ottavo posto.

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La riabilitazione mediatica

Per il suo acclamato I, Tonya il regista Gillespie ha scelto il registro della black comedy e l'espediente narrativo del finto documentario per raccontare una vicenda dall’eco mediatica senza precedenti in un'epoca antecedente all'avvento dei social network, quando le troupe televisive piantonarono nottetempo la residenza della Harting a Clackamas, Oregon, a caccia di scoop dopo che le immagini delle lacrime della Kerrigan successive all’aggressione – compreso quel suo straziante urlo Why Me? – avevano fatto il giro del pianeta.

America! Vogliono qualcuno da amare, ma vogliono anche qualcuno da odiare. E vogliono che sia facile

Esclama la Harding in una scena chiave del film, ma forse quella stessa America bipolare le ha abbuonato i peccati a giudicare dalla reazione della platea del Beverly Hilton Hotel, casa dei Golden Globe, quando la Janney l'ha ringraziata pubblicamente per aver condiviso la sua storia.

Tonya Harding 2.0

Che fine ha fatto Tonya Harding? L'ultima volta è stata avvistata in uno spot pubblicitario di una compagnia d'assicurazione (intenta a passeggiare in ufficio con gli immancabili pattini ai piedi). Il suo curriculum dopo aver appeso i pattini al chiodo è tanto variegato quanto bizzarro: pugile professionista, attrice e musicista di scarso successo, concorrente di RealityShow ma anche impiegata, saldatrice, pittrice presso un'azienda di fabbricazione di metallo e costruttrice di ponti. Abita a Vancouver, nello stato di Washington, e afferma di allenarsi ancora con la sua storica allenatrice Diane Rawlinson.

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