Un momento cristallizzato, che ritaglia pochissimo del contesto e degli attimi che lo precedettero e lo seguirono, ma che al contempo stesso spiega tutto: la determinazione, la rabbia di un nuovo re appena consacratosi nel bel mezzo di quel decennio di libertà e sangue, gli anni ’60.
Ma tentiamo di andare oltre all’immagine. Di allargarne i bordi, di scoprire cosa sia successo prima e cosa dopo. E magari, più ambiziosamente, rivelare che cosa si nasconda dietro. Prima di tutto urge una precisazione: lo scontro del 25 maggio 1965 in questione era una rivincita, il secondo atto di una rivalità che aveva già visto Cassius Clay imporsi su Sonny Liston un anno prima.
Pugilato
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26/03/2020 ALLE 09:10

"L'Orso" Sonny Liston

Ma chi era Sonny Liston? Liston non era altro che Tyson prima di Tyson. Bicipiti gonfi, delle zampe da orso che richiedevano dei guanti su misura. Una fedina penale lunga quanto le sue braccia. Aggressioni, rapine a mano armata, risse davanti agli occhi delle Forze dell’Ordine. Tutto ciò gli fruttò due passerelle prolungate in prigione, una durante gli ultimi anni della sua adolescenza, l’altra a carriera inoltrata. In tenera età le percosse del padre Tobe lo prepararono al ring, tantoché da adulto, Sonny dirà: “L’unica cosa che ho ricevuto dal mio vecchio sono state mazzate”.
La violenza nasceva fuori dal ring, fino a propagarsi al centro di esso. Erano ben noti i suoi contatti col crimine organizzato: Frank Palermo, Frankie Carbo e John Vitale banchettarono più volte sugli interessi generati dal loro gladiatore preferito. E quasi nessun pugile aveva il coraggio di accettare un invito a cena da Sonny Liston. Il giovane campione del mondo Floyd Patterson lo evitava costantemente, cercando di estendere il più possibile i lembi del suo fragile regno, che crollò poco dopo essersi deciso ad incrociare i guanti di Liston, “Il Grande Orso”. Bastò un solo round, fu il KO più veloce di un Campione del Mondo di pesi massimi. I due si rincontrarono per il rematch, ma Patterson resistette solo 4 secondi in più. Sonny Liston sembrava invincibile. Il mondo era suo, perché aveva paura di lui.

Liston-Patterson

Credit Foto Getty Images

Clay e Liston, gli opposti si sfidano

Il mondo, o poco meno. Perché nel cuore del Kentucky, a Louisville, era nato l’unico uomo che avrebbe osato sfidare “L’Orso” Liston. Mentre tutti gli avversari restavano ammutoliti al solo pensiero dei pugni atomici di Sonny, il giovane Cassius cominciava ad aprire quella bocca impertinente; tutti lo chiamavano “Louisville Lip” per via della sua parlantina vorace, al limite della parodia, certe volte persino versificata, che avrebbe scardinato le sicurezze di Liston, omone analfabeta. Cassius Clay decise di affrontarlo per la prima volta il 25 febbraio 1964. Veniva da 19 vittorie consecutive, imbattuto. Un bottino standard, per chi cercava di impensierire i piani alti del pugilato mondiale.
Clay e Liston erano due pugili profondamente diversi accomunati solamente dal colore della pelle: il primo univa esplosività a leggerezza, il secondo era un martello pneumatico senza grazia. Il primo puntava tutto sulla costanza, su ritmo alto e gambe fluttuanti, il secondo scommetteva sul peso del suo pugno lento e letale. Liston era un uomo senza fede né legge, entrava nel ring perché era il suo lavoro, perché erano i suoi soldi. Clay, e questo nessuno ancora lo sapeva, era già stato avvicinato da Elijah Muhammad e Malcolm X, simboli di quella Nation of Islam che contribuì a smuovere le acque in un decennio di rivoluzione e cambiamento. Insomma, il giovane Clay metteva piede nell’arena di Miami sapendo che il suo sguardo sul mondo andava oltre le corde del ring, e che quel mondo non avrebbe dovuto aver paura di lui, lo avrebbe dovuto solamente ascoltare.
Ma il mondo non gli credeva ancora. Troppa aria e pochi pugni. Sintomo di questo fu l’approccio adottato dalla stampa: il New York Times inviò solamente uno stagista a documentare lo scontro. Perché scomodare gli esperti di boxe per un match dall’esito così scontato? Robert Lipsyte, il novizio scelto dalla testata per quella sera, riporta:
Le istruzioni erano facili. Una volta arrivati a Miami avrei dovuto noleggiare un’auto e individuare il tragitto tra il luogo del combattimento e l’ospedale più vicino, che avrebbe preso in cura Cassius Clay.
Più subdolo il Los Angeles Times:
Liston-Clay è il combattimento più sentito dagli Americani dopo Hitler-Stalin. Anche in questo caso 180 milioni di Americani sperano in un doppio KO.
Lo scontro seguì la falsariga delle dichiarazioni pubbliche: Cassius Clay pungeva più volte con dei pugni imparabili, si muoveva freneticamente, colpiva con precisione assoluta. Liston rimase in piedi, ma gettò la spugna alla fine del sesto round. Una nuvola di braccia sollevò Clay in trionfo. La foga dei suoi pugni aveva accompagnato la foga delle sue parole, finalmente.
Non ho neanche un segno in volto, ho battuto Sonny Liston e ho appena 22 anni. Devo essere per forza il più grande! Ho sconvolto il mondo! Avreste dovuto ascoltarmi!
Ma il mondo non lo ascoltava ancora. Si vociferava di una ferita che avesse compromesso la prestazione di Liston. Si supponeva che Liston avesse fatto apposta a ritirarsi per far vincere una scommessa alla gentaglia che lo controllava. Un’indagine condotta dall’FBI (rivelata solo nel 2016) ha sollevato parecchi dubbi; l’ipotesi di una puntata di 1 milione di dollari sulla vittoria di Clay da parte di Liston e dei suoi amici è plausibile. Paradossale, ma è così.

Liston-Ali

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Muhammad Ali: atto I

15 mesi dopo, La rivincita si disputò nel quadro improbabile di Lewiston, cittadina statunitense popolata da non più di 41.000 anime. Nel cuore del Maine, stato periferico della nazione a stelle e strisce, che da quel punto non avrebbe mai più ospitato uno scontro per cinture mondiali di pesi massimi. L’atmosfera non pareva quella di uno scontro da titolo mondiale. Tutte le grandi città statunitensi si erano tirate fuori dalla corsa per ospitare l’incontro. Nessuno aveva voglia di assistere a quel secondo atto: Cassius Clay, quell’oggetto misterioso lontano dall’ideologia, era sparito. Il nuovo Muhammad Ali aveva abbandonato il nome che gli ricordava la sua discendenza di schiavo, si era avvicinato alla confraternita dei Black Muslims che, tra le altre cose, rivendicava una secessione dai bianchi per formare un proprio paese al sud degli Stati Uniti. La Nation of Islam trovò in Ali un fedele portavoce. Gli Stati Uniti un nuovo nemico.

Ali Liston

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Lewiston, Malcom X e il celebre pugno: una notte di fantasmi

Fu una gara di fantasmi per più motivi: alla St. Dominic’s Arena, su 4000 posti disponibili ne furono riempiti solamente 2434; un clima surreale ed estremamente insidioso per gli atleti, bardati di agenti che li proteggevano in ogni loro movimento. Malcolm X era stato assassinato ad Harlem solo 3 mesi prima. Il leader della lotta afroamericana era stato uno dei primi tifosi a supportare l’allora Cassius Clay nella prima sfida. Poi fu scacciato dalla Nation of Islam, e il rapporto con il pugile si raffreddò. I seguaci di Malcolm X sospettavano che dietro all’assassinio ci fosse la mano del leader Elijah Muhammad, rimasto in buonissimi rapporti con Ali. Perciò il clima, all’ingresso dell’arena, era tesissimo; tutti si aspettavano un agguato ai danni di Ali, per vendicare la morte di Malcolm X. Ma quella notte tutto filò liscio; la storia degli anni ’60 si risparmiò un altro spargimento di sangue, tra quelli di John Fitzgerald Kennedy prima e di Martin Luther King e Robert Kennedy poi.
Per gli Stati Uniti Liston era ancora il favorito, semplicemente perché non aveva perso. Aveva abbandonato. Ma ad Ali bastò una conferenza stampa per rimettere le cose in chiaro e far vacillare l’autostima di Liston un’ennesima volta:
Da qualche settimana a questa parte faccio sempre lo stesso sogno: al suono della campana mi lancio per il ring e colpisco Liston con un buon destro. È un vecchio trucco psicologico che mi ha insegnato Archie Moore. Ciò mostra all’orso chi è il cacciatore. Il mio sogno non mostra se quel colpo lo manda al tappeto, ma mi mostra che sarà sufficiente perché io vinca rapidamente.
Dal sogno alla realtà, il passo è breve. Il 25 maggio 1965, la campana suonò. Ali affondò su Liston e lo tramortì con un destro imparabile. Come un esperto cacciatore, aveva appena preso le misure della preda. Con la guardia abbassata, facendosi beffe di lui, Ali passeggiava attorno al corpo fermo di Liston. In pochi secondi l’orso era stato circondato e aveva smesso di muovere le zampe, in debito d’ossigeno. Bastarono tre colpi al cacciatore per abbattere la bestia. L’ultimo fu quel colpo fantasma, entrato nella storia della boxe: dopo 104 secondi di match, Liston azzardò un jab di sinistro. Troppo corto. Ali lo colse impreparato, e sferrò un destro così folgorante da sembrare leggero, innocuo. Liston crollò, tra le urla incredule della folla e quelle furenti di Ali, che lo voleva in piedi. Joe Walcott, l’arbitro del match, si dimenticò di contare i secondi necessari a dichiarare l’incontro finito. Era intento a domare quella frenesia invisibile in mezzo al ring; la confusione regnava sovrana, e Liston riuscì addirittura a rialzarsi sulle sue gambe approfittando dell’assenza del conteggio. Ma il match fu chiuso da un’altra raffica di colpi di Ali, che fecero terminare la gara poco dopo, a 2 minuti e 12 secondi.
Dagli spalti della St. Dominic’s Arena cominciano a fluire le urla “è una pagliacciata!”, “ha simulato!”. Perché nessuno, né dal vivo né dallo schermo, era riuscito a visualizzare quel colpo fantasma. Sonny Liston non sarebbe mai potuto cadere così facilmente. Fu veramente colpito da Ali? E soprattutto, quel tocco fu sufficiente per mandarlo a tappeto? La folla si ammassò attorno al ring, le voci si tramortivano a vicenda. Floyd Patterson affermò: “è stato un destro perfetto.” George Chuvalo, che di lì a poco avrebbe affrontato Ali, smentì: “è stato toccato sulla testa, ha guardato a sinistra e a destra e poi è caduto… i suoi occhi erano quelli di un uomo che simulava.” Il giorno dopo, altre testimonianze dirette sembrarono chiarire la dinamica degli eventi. Chicky Ferrara, cutman di Ali, affermò che non era stato il tanto discusso colpo fantasma ad aver steso Liston, ma quello che lo precedette di 30 secondi:
Liston ha battuto gli occhi tre volte, come se stesse provando a rimettersi in sesto, e ha guardato Willie Reddish (il suo coach, ndr.). Ho notato che Reddish da quel momento sapeva che il suo pugile aveva dei seri problemi.
E che cosa disse Ali? Probabilmente anche lui dubitò di aver toccato Liston, ma ciò non doveva trapelare, perché bisognava costruire la leggenda di Ali il Grande. Qualche anno più tardi, spiegò la sua versione dei fatti:
Si chiama anchor punch. Sports Illustrated ha misurato la sua velocità: 4 centesimi di secondo. Gli sciatori vincono le loro gare per 16 o 32 centesimi. 4 centesimi! significa un flash di una fotocamera! Quando ho battuto Liston, tutti hanno chiuso gli occhi allo stesso momento, per questo non hanno visto nulla.
La spiegazione di Ali non convinse tutti. Anzi, incoraggiò il proliferare di versioni alternative, di complotti atti a giustificare uno spettacolo che nessuno ebbe modo di vedere, che fu consegnato a un fotogramma che nemmeno Neil Lefer ebbe modo di immortalare.

Il finale di Ali-Liston

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Un mistero che nè gli occhi nè la fotografia riescono a risolvere

Ma chi beneficiò di quel fantomatico complotto? Chiunque. O meglio, chiunque la gente volesse additare. Gli anni ’60 furono un decennio di emancipazione e manipolazione, di libertà e sangue. Fu naturale catalogare anche quell’atto sportivo nel cassetto delle combutte. Lo stesso Sonny Liston affermò, in un primo momento, che non ricevette mai quel colpo:
Quel tipo era pazzo. Non volevo aver niente a che fare con lui. In più aveva gli Islamici alle sue spalle. A un certo punto mi sono abbassato. Non sono mai stato colpito.
Ma a chi credere? Alla spiegazione magnificata di Ali o alle scuse di Liston? Alle teorie sull’influenza della Nation of Islam o alle scorribande della malavita legata a Sonny? Nessuna conferma, nessun colpo di scena.
Liston con una dichiarazione diversa rilasciata anni più tardi, andò a compromettere la sua credibilità:
Non si trattava di un colpo particolarmente potente ma mi fece perdere l’equilibrio, e una volta al suolo, rimasi un po’ perplesso perché l’arbitro non aveva iniziato a contare. Era la prima cosa da fare, ma non accadde perché Ali non tornò mai all’angolo del ring predisposto.
Nemmeno il benedetto fotografo Lefer riuscì a dare una spiegazione:
La verità è che non sono mai riuscito a vedere la metà dei KO dei combattimenti a cui ho presenziato. Quando ci si trova in quelle situazioni si fa attenzione alla luce, alle pile e molti altri aspetti tecnici. Quello che tutti si aspettavano da me era scattare una grande foto.
E Neil ci riuscì. Mise la firma sulla foto della vita. Reale o no, è diventata immortale.
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