Figli del buio, si materializzano in una polvere di secondi, sul podio della gloria olimpica. Ragazzini della città, dalle mani forti, capaci di saldare la presa sui sogni più grandi. Questa Olimpiade verrà ricordata anche per aver avverato i sogni dei giovani usciti dal nulla: oggi è stato il turno di Quan Hongchan, che a soli 14 anni e 130 giorni ha strappato l’oro nel trampolino 10 metri facendo registrare un mostruoso punteggio di 466.20. A pochi minuti dalla finale, il suo nome era noto solo ai suoi allenatori, che l’avevano osservata e prelevata dalla casa di umili braccianti, permettendole di pagare le cure per la madre gravemente malata.
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Carlo Paalam, figlio della discarica

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Il pugilato a Tokyo 2020: qualificati, regolamento, calendario
25/03/2021 A 10:24
In gran parte del mondo, essere figli della città significa spesso abitarne gli antri più bui e desolati; significa lottare 10 volte più forte per vedersi tornare indietro un decimo. Le mani di Carlo Paalam, 22enne filippino, sono state ordite dai tagli del metallo. A soli 6 anni, Carlo ha iniziato a scavare nella discarica di Cagayan de Oro, in cerca di metalli da rivendere. La madre aveva abbandonato la famiglia, e il padre aveva trascinato la prole con sé lungo tutta la costa delle Filippine in cerca di giorni migliori.
Abbandonato a se stesso, scavava con mani forti tra le viscere della terra e dell’uomo, tra il pattume più sudicio e le memorie scartate da una città velocissima, che continuava a correre senza di lui. Per non farsi rubare il “raccolto” dai coetanei inselvatichiti, si avvinghiava sui sacchetti di plastica fino a soffocare. Alla discarica giungeva di tutto: sacchi, carta, vetro, schede di cellulari. Tutti quei materiali non erano altro che i rimasugli dei progetti, del genio, delle storie e dei traumi, dei sogni consumati ed esauriti da un’umanità viziata. E una volta sepolto, tutto quel materiale non aveva più valore tranne che per lui, Carlo: assieme a coriandoli di rame, stagno, piombo, argento ed oro, lui conservava per sé i rifiuti più particolari.

PAALAM, CHE SORPRESA! ELIMINATO IL PADRONE DI CASA TANAKA, E' IN FINALE

Spiaggiato, privo di appigli alla realtà e avulso dall'effettivo scorrere del tempo, si lustrava gli occhi sulle miriadi di sogni usati: a volte quelle scartoffie lo aiutavano a orientarsi, erano una sorta di calendario; nel 2005, il mantello della discarica era stato ricoperto dalle decalcomanie olimpiche: l'estate precedente, ad Atene (10.000 km di distanza), le Filippine avevano chiuso l’ennesima edizione senza alcuna medaglia. Carlo portò a casa una manciata di lattine e cartoni con il simbolo olimpico: da quel sogno, non mollò mai la presa.
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L'ispirazione di Pacquiao e della città

Figlio della parte buia e dimenticata della città, imparò presto a simularne il respiro. Le Filippine sono pur sempre il ventre che ha partorito Manny Pacquiao, uno dei più grandi pugili di sempre: naturalmente, la sua aura ha reso la boxe uno degli sport nazionali, specialmente in quei luoghi dove la luce tarda ad affiorare. Ed è proprio in questi frangenti che lo sport assume la sua dimensione salvifica, capace di ingoiare tutto il buio, di farci sentire meno soli. Lo sport è arrivato anche dalle parti di Carlo Paalam, lo ha sottratto a un marasma di fango e baracche.
E’ stato un vicino a consigliargli il pugilato; a quel punto Carlo aveva solo sette anni, e ha seguito a ruota tutti quei suoi coetanei scapestrati verso i ring e i cortili comunali: è proprio in quei luoghi che la città diventa un tutt’uno con lo sport, trovando una nuova configurazione in grado di valorizzare se stessa e i suoi abitanti. La città viene accesa nuovamente dal lume e dal calore del tifo, riscopre i suoi angoli e le sue periferie, parla di nuovo al suo vero cuore.
Carlo ha cominciato a fare sparring al “Boxing in the Park”, un insieme di ring cittadini riservati ai bambini. Dopo aver vinto il suo primo match da dilettante, ha speso il premio in un sacco di riso per la sua famiglia. Con delle braccia così veloci e resistenti, abituate a scavare in profondità, Carlo è riuscito ad attrarre degli osservatori in poco tempo. Da lì, non si è più fermato; nel 2013 era già entrato nel giro della nazionale, e dal 2017 sono arrivate le prime grandi gioie agonistiche: campione della President’s Cup kazaka nel 2017, ori nel Thailand International Boxing Tournament e nel torneo IBA del 2018. Nel 2019 infine, l’oro ai Giochi del Sud-Est Asiatico gli è valso come chiamata per le Olimpiadi di Tokyo.

Il sogno olimpico

A 22 anni, da perfetto sconosciuto, Carlo Paalam ha fatto incetta di vittorie nella classe olimpica dei pesi mosca, trascinandosi fino alla finale per l’oro. Sulla sua strada ha giustiziato l’uzbeko Shakhobidin Zoirov, oro a Rio e campione mondiale di categoria, procurandogli un taglio profondissimo sopra l’occhio sinistro. In semifinale ha invece strappato una netta vittoria ai danni del padrone di casa Ryomei Tanaka: il nipponico era avanzato alla semifinale grazie a un favore clamoroso dei giudici, che aveva fatto urlare allo scandalo. Ma contro Paalam, che nella sua vita non ha mai ricevuto nessun regalo, Tanaka è affondato definitivamente. Il pugile filippino ha vinto per 5-0, prenotando la finalissima contro il britannico Galal Yafai.

TANAKA NON STA IN PIEDI, MA I GIUDICI GLI ASSEGNANO LA VITTORIA

La finale andrà in scena il 7 agosto alle 7.00 italiane. Paalam avrà l'opportunità di vincere un oro per la città e per lo sport che lo hanno salvato, per riscattare tutti quei sogni filippini tramutatisi troppo presto in Olimpiadi senza medaglie e scaraventati nella sua discarica; Carlo ce l'ha fatta, fa parte di una nuova generazione di atleti filippini capace di vincere il primo oro olimpico nella storia del paese (quello di Hidlyn Diaz nel sollevamento pesi).
La sua storia ci insegna che è impossibile distruggere i sogni: loro ritornano sempre, spesso dallo stesso posto in cui abbiamo cerato di seppellirli. Comunque andrà a finire, Paalam tornerà a stringere nelle sue mani forti e coraggiose un metallo prezioso. Questa volta però, lo farà dalla cima dell’olimpo anziché dal fondo della discarica.

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