Partiamo da un assunto: le persone che decidono ai piani alti non sono stupide. Sanno che l’Italia dentro al Sei Nazioni ha un senso, eccome. Prima che dal punto di vista sportivo, da quello economico: Roma come polo rugbistico, è appetibile sia per i tifosi italiani ma soprattutto per quelli stranieri, che molto più volentieri prenotano una gitarella nel Bel Paese piuttosto che prendere freddo e gelo al nord europa o – che ne so – a Tbilisi (capitale della Georgia, e ci siamo capiti). Ma oggi non voglio parlare di economia, indotti, vil denaro. Oggi voglio parlare di sport. Perché sono le 7 di mattina e io ancora non ho finito di smaltire il carico di lavoro seguito all’impresa azzurra in quel di Cardiff. Ho detto “impresa” ma avrei potuto tranquillamente dire “favola”. Sì, perché quando si vince su un terreno mai violato prima in 15 precedenti contro i gallesi si può parlare senza esagerazioni di epica.

Galles-Italia, la gioia azzurra

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No al Sei Nazioni-Superlega

Sei Nazioni
Adams offre la medaglia di “Man of the match” a Capuozzo: che sportività
20/03/2022 A 05:11
E proprio qui volevo arrivare: davvero il mondo del rugby vuole privarsi di questo tipo di racconti? Allora è brutta l’immagine di Josh Adams (Galles) che mette al collo di Ange Capuozzo (Italia) la medaglia di “Man of the match” perché crede che se la sia meritata più di lui? Quante visualizzazioni ha fatto su tutti i social la meta siglata dalla premiata coppia Capuozzo-Padovani (che Dio li benedica) a 1’ dalla fine della partita? Siamo sicuri che la narrazione sportiva sia solo affare dei “top club” che possono competere l’uno contro l’altro ad altissimo livello e che quando affrontano gli azzurri lo fanno solo per allenare le seconde linee o i giovani? Chiedetelo ai tifosi e ai giocatori gallesi del Millennium Stadium (Principality Stadium)... Diciamo “no” al Sei Nazioni stile Superlega di calcio: dopotutto anche in quel caso le reazioni dei tifosi di tutto il mondo non sono state certo positive, o sbaglio?
Italia fuori dal Sei Nazioni? Non sta a noi decidere queste cose. Noi ci concentriamo sul campo. Capisco che la gente possa averlo pensato, ora però sarà un po’ più difficile dirlo (Kieran Crowley dopo Galles-Italia 21-22).

Lavoro lavoro lavoro: ecco i primi frutti

Sfogo a parte, ci rimane da commentare il Sei Nazioni dell’Italia. Ci sono voluti 4 tecnici diversi perché l'Italia potesse tornare al successo al Sei Nazioni: l'ultima vittoria, datata 2015 era arrivata sotto la gestione Jacques Brunel; tabula rasa sotto Conor O’Shea (26 maggio 2016-16 novembre 2019) e sotto Franco Smith (21 novembre 2019-30 giugno 2021), mentre Kieran Crowley (in carica dal 1° luglio 2021) riesce finalmente a vedere i frutti di un lavoro iniziato qualche tempo fa, come promesso da Marzio Innocenti, presidente Federugby dal 13 marzo 2021. Ma se l’Italia è tornata al successo, a 7 anni di distanza dagli ultimi afflati della “generacion dorada” – quella dei Parisse e dei Castrogiovanni per intenderci – non è solo e solamente per il lavoro che è stato fatto tra i “grandi”. Molto più importante è stato ciò che è stato fatto alla base, tra i giovani.

Under 20 da applausi: fondamentale investire sui giovani

Se siamo qui ad applaudire l'Italia Under 20 che quest'anno è stata protagonista della miglior annata della storia al Sei Nazioni di categoria - con tre vittorie su Inghilterra, Scozia e Galles - non dobbiamo dimenticare che negli ultimi 5 anni a livello junior abbiamo vinto sempre almeno un match (2 nel 2018, 1 nel 2019, 2020 e 2021, 3 nel 2022). Tradotto: se i ragazzi di oggi "sanno come si vince" è perché hanno già imparato a farlo con i loro pari età nel corso del loro percorso di crescita.
36 sconfitte di fila? Sapevamo di questo dato, ma in tanti di noi all’interno del gruppo ne avevano giocate, personalmente, solo nove o dieci. Noi pensiamo a noi, stiamo crescendo e ci godiamo questo successo che sappiamo essere importante anche per il movimento" (capitan Michele Lamaro, 23 anni)
Il Guardian non scrive certo a caso: "Con un’età media di 23 anni, l’Italia è la squadra più giovane della competizione, dopo aver beneficiato di un proficuo programma under 20. Garbisi ha 21 anni. Capuozzo ne ha 22. Michele Lamaro, il capitano, ne ha 23. Sarà una piccola consolazione per i tifosi gallesi, ma un giorno questo straordinario trionfo (italiano, ndr) potrebbe essere ricordato come un trampolino di lancio per un percorso di successi ben più ampio".

L'Italia vittoriosa a Cardiff contro il Galles

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Lamaro, Garbisi, Pettinelli, Marin, Fischetti, Zanon, Capuozzo un po' meno: il talento in erba in casa nostra lo abbiamo, va solo stimolato, facendolo crescere nella maniera più corretta. In questo senso va anche l'ultima riforma varata dal presidente Innocenti, che accresce a 10 il numero dei poli di sviluppo degli Under 17 sul territorio, a 2 le accademie Under 18 che si vanno ad aggiungere a quelle Under 20 già sotto l'egida di Treviso e Zebre. La storia recente ce lo ha insegnato: cogliamo questa occasione - la vittoria con il Galles - per spingere sull'acceleratore di un movimento che negli ultimi è stato vessato all'inverosimile, subendo una inevitabile involuzione. Tanto che si è parlato più volte di esclusione. Noi invece – che siamo per l’inclusione - cerchiamo di convincere i nostri ragazzi che questo sport sa dare emozioni e trasmettere valori, ma può anche dare soddisfazioni enormi.
Mettiamo le cose in chiaro: una vittoria non risolve tutti i problemi: il motto iniziale, ovvero investire sui giovani, allargare la base di giocatore “azzurabili” e insistere perché il sistema produca giocatori di livello rimane assolutamente la priorità. In tanti sapevano che una “generazione giusta” sarebbe arrivata, perché i risultati erano lì a sottolinearlo, ma la vittoria di Cardiff permette a tutti di respirare e prendere aria, consci che la strada tracciata – questa volta – è davvero quella buona. Abbiamo vinto, godiamocela: non aspetteremo altri 7 anni per la prossima vittoria, di questo ne siamo abbastanza certi.

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