Elegante, sinuosa, spettacolare. Ma anche meravigliosamente moderna, nonostante la sua carta d’identità sia ingiallita dal tempo. È la Saslong, pista mitica della Val Gardena che si appresta a tornare protagonista della Coppa del Mondo di sci alpino con un Super G (venerdì) e una discesa (sabato) prima del trasferimento in Alta Badia prima e Madonna di Campiglio poi. Un appuntamento atteso, una gara ambita, una Classica immortale del circo bianco, teatro di grandi imprese e successi inaspettati.

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50 anni di Saslong

Sci Alpino
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28/03/2021 A 10:18
Era il maggio del 1967, il francese Jean-Claude Killy aveva appena trionfato nell’edizione inaugurale della Coppa del Mondo e la FIS decise di assegnare alla Val Gardena i Mondiali di sci alpino del 1970. Un’investitura importante per questo ridente angolo delle Dolomiti, con l’Italia che per la prima volta avrebbe ospitato la rassegna in una località che non fosse Cortina d’Ampezzo. Per l’occasione serviva una pista degna dei migliori sciatori del mondo e Max Schenk, allora collaboratore di uno sci club locale, disegnò il tracciato che segnerà la storia di questo sport, nonostante le varie modifiche apportate nel corso degli anni. Il nome Saslong deriva da "Sasso Lungo", la cima che domina su queste nevi. Il 14 febbraio 2019 la pista ha festeggiato i 50 anni dall’esordio in Coppa del Mondo, mezzo secolo in cui il fascino e la popolarità della pista sono aumentate in maniera esponenziale.

Aksel Lund Svindal in Val Gardena - 2017

Credit Foto Getty Images

Gobbe del Cammello ma non solo: una pista spettacolare

Da queste parti la gara più ambita è la discesa libera, sempre nel programma di Coppa dal 1969, con l’unica eccezione del 1971. È in questa disciplina che la spettacolarità della pista emerge in tutti i suoi magnifici passaggi. La partenza tradizionale è posta ai 2249 metri del Ciampinoi. Dal cancelletto c’è subito un tuffo nel vuoto, col salto dello Spinel a richiamare sull’attenti i discesisti con le sue aspre pendenze (56,9%). Fondamentale prenderlo con la giusta direzione in vista della seguente compressione e di un leggero tratto in salita. Poi si torna a volare col Saut dl Moro, primo vero salto della pista, e quello del Looping, rimodellato dopo le cadute del passato. Terminato un tratto a basse pendenze, dove è decisiva la scorrevolezza, si arriva ai Muri di Sochers, dove tra salti e pendii vertiginosi (55%) si toccano i 130 km/h. Qui entra in scena il tratto più celebre della pista: le Gobbe del Cammello. Una terribile serie di salti dove si può stare in aria anche 80 metri. Le curve ondulate del Ciaslat sono l’ennesima insidia verso il finale del Ruacia dove è posto il traguardo. Si arriva ai 1410 metri di altitudine, dopo una prova lunga quasi 3,5 chilometri e circa 2 minuti di sforzo fisico e mentale.

Vincitori attesi e outsider

Battezzata nel 1969 dallo svizzero Jean-Daniel Dätwyler, la Saslong ha visto trionfare molti dei più grandi interpreti della velocità. Da Berhard Russi a Franz Klammer, da Peter Muller a Pirmin Zurbriggen, da Stephan Eberarther a Aksel Svindal. Ma su questa pista hanno alzato le braccia al cielo anche sciatori meno blasonati e attesi. Vedi l’americano Steven Nyman che ha ottenuto tutte e tre le sue vittorie in Coppa del Mondo in Val Gardena. O il tedesco Josef Ferstl, vincitore a sorpresa nel Super G nel 2017 per la sua prima W in Coppa alla soglia dei 30 anni. Al contrario, mostri sacri come Hermann Maier e Bode Miller da queste parti hanno ottenuto magre soddisfazioni.

Eurosport - Kristian Ghedina

Credit Foto Eurosport

Ghedina il Re, l’Italia fatica

Non ci eravamo dimenticati di lui, ma si meritava un capitolo a parte. Per Kristian Ghedina, la neve della Saslong era quella che imbianca il giardino di casa in inverno. Conosceva ogni fiocco, ogni sfumatura, ogni trabocchetto di questa pista così complicata. Qui ha ottenuto il suo primo podio nel 1989, a soli vent’anni. Qui ha messo in bacheca quattro delle sue tredici vittorie nel circo bianco (1996, 1998, 1999, 2001). Qui è salito sette volte sul podio, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ghedina amava questa pista ed era ricambiato. Era il suo regno. Protagonista anche quando la gara non andava per il meglio. Come dimostra la discesa del 2004, quando Ghedo scese gli ultimi metri di pista con un capriolo che correva al suo fianco. Ma se per Kristian questa pista era magica, lo stesso non vale per l’ultima generazione dello sci azzurro, almeno per quanto riguarda la discesa. Un solo podio negli ultimi 17 anni (terzo Paris nel 2014) non può essere soddisfacente. Ce la caviamo un po’ meglio in Super G, con la vittoria di Heel nel 2008 e numerose presenze tra i primi tre nelle ultime stagioni, l'ultima nel 2018 con Innerhofer. Come andrà stavolta?

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