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Il ritorno di Steven Bradbury: "A Salt Lake City non fu fortuna, Arianna Fontana un mito"

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Steven Bradbury

Credit Foto Getty Images

DaDavide Fumagalli
21/06/2020 A 10:24 | Aggiornato 21/06/2020 A 10:26
@DavideFuma

L'olimpionico australiano dello short track nel 2002 parla di quell'impresa: "Per 14 anni mi sono allenato 5 ore al giorno, 6 giorni alla settimana: questa non è fortuna". E poi ancora: "Sono quasi morto in due occasioni".

Steven Bradbury rappresenta una delle più grandi storie dello sport, l'australiano che vinse l'oro alle Olimpiadi invernali del 2002 a Salt Lake City, negli USA, nei 1000 metri dello short track, un successo sorprendente dato che arrivò a causa della caduta all'ultima curva dei quattro avversari che lo precedevano. Per quasi tutti fu solo fortuna, un caso, ma non per lui, come racconta in un'intervista a "Il Giornale"

Quel giorno a Salt Lake City ho corso con esperienza e giudizio essendo io il pattinatore più anziano. Decisi di restare dietro e di attendere: sapevo che gli altri, in finale, avrebbero fatto di tutto pur di vincere, persino scontrarsi all'ultima curva, se necessario. Il che mi garantiva una minima chance di puntare almeno al bronzo. Non avrei mai immaginato che stare distaccato dagli altri avrebbe significato vincere una medaglia d'oro
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Fu una sorta di ricompensa per una carriera fatta di duro lavoro: "Prima dell'edizione di Salt Lake City avevo messo al collo una medaglia di bronzo olimpica, oltre ad un oro, un argento e un bronzo ai Mondiali (tutti in staffetta). Per 14 anni mi sono allenato 5 ore al giorno, 6 giorni alla settimana: questa non è fortuna. La fortuna è ciò che accade quando la preparazione incontra l'opportunità. A Lillehammer, nel 1994, ero uno dei grandi favoriti per l'oro nei 1000 metri, ma sono uscito subito. Questo lo chiamo karma: quello che uno mette nel mondo poi è ciò che il mondo alla fine ti restituirà".

Anche perchè, come racconta, Bradbury ha pure sfiorato la morte in due circostanze: "Sono quasi morto in due occasioni: la prima volta dopo essermi tagliato una gamba e aver perso 4 litri di sangue, poi ricuciti con 131 punti di sutura; una seconda volta mi sono rotto il collo e sono fortunato a non essere su una sedia a rotelle". Insomma, un personaggio unico la cui storia sportiva viene raccontata in tutto il mondo ed è pure diventata un'espressione da vocabolario.

La mia storia è finita nelle scuole e sono intervenuto a oltre 1350 conferenze ed eventi in 21 paesi (mai in Italia, purtroppo). Dopo quel trionfo, nel dizionario Macquarie è stata inserita l'espressione 'Doing a Bradbury', usata quando si parla di vittorie in seguito a circostanze miracolose. E io ne vado orgoglioso

La chiosa è per Arianna Fontana, la campionessa italiana dello short track, una fuoriclasse che Bradbury riconosce moltissimo: "E' un mito. L'ho incontrata un paio di volte, è una pattinatrice incredibile e per molti anni solo lei ed Elise Christie hanno sfidato il dominio della Corea del Sud e della Cina. Sarebbe fantastico condividere una birra: ditele di cercarmi se mai verrà in Australia".

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