I vincitori

Novak Djokovic. Arrivato da favorito, ripartito da vincitore. Già di per sé questo vale una medaglia. Non è mica semplice, infatti, tenere onore alla figura dello spauracchio; figuratevi quando per 7 volte sei arrivato in finale e per 7 volte hai vinto. Sette, come le vite di quel gattone tennistico che è il Djoker, capace di non morire mai, di riciclarsi sempre, di mutare, leggere, analizzare, trasformarsi, risolvere. Anche con quel pizzico di astuzia che ormai è parte del mestiere del tennista, chi più chi meno. Insomma, l’ottavo era stato indicato come un successo già annunciato. Tra il dire e il fare però ci sono di mezzo sette partite. Quasi tutte dominate. Sicuramente controllate. Indubbiamente vinte. Voto 10. Alle certezze.

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Sofia Kenin. Alla viglia del torneo i bookmakers la pagavano 41 volte la posta. Davanti a lei, precisamente come da classifica, c’erano 14 opzioni ritenute maggiormente plausibili. E come dare torto ai sempre affidabili termometri degli allibratori? Alzi la mano chi prima del torneo avrebbe detto “quest’anno lo vince la Kenin”. In assenza di braccia al cielo all’orizzonte tocca così pagare tributo a una ragazza che ha invece gestito i momenti chiave di questo torneo con una glacialità che nel femminile non vedevamo da anni. Sofia Kenin non ha veramente mai tremato ogni qualvolta il punto fosse scottante. Attenzione perché questa è una caratteristica che hanno davvero in poche nel circuito WTA. Dovesse riuscire a dimostrarla con costanza, siamo certi virerà subito anche l’approccio dei quotisti. Voto 10. Alla freddezza.

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Credit Foto Eurosport

I finalisti

Dominic Thiem. Passo dopo passo, punto dopo punto, partita dopo partita. Dominic Thiem è arrivato lì, a un passo dall’elite, alle porte dell’Olimpo. Ci siamo quasi. Certo, l’utilizzo del rovescio lungolinea durante la finale così come un paio di momenti chiave sono stati quei dettagli che ancora una volta hanno fatto la differenza tra le congratulazioni e la vittoria, tra il premio di consolazione e il ‘big check’ con tutta la posta. La maledetta decade ’90-’99 continua così ad attendere imperterrita. La sensazione è che si sia sempre più vicini. Più che altro perché prima o poi anche la natura dovrà dare una mano a questi ex-giovanotti. Voto 9. Al cammino.

Garbine Muguruza. Negli ultimi 6 mesi del 2019 aveva vinto 6 partite. Le stesse raccolte a Melbourne in 2 settimane. Il dato incoraggiante è tutto qui: Garbine Muguruza è tornata. Ed è un bene per il tennis femminile. Coccolata e ritrovata dalle cure di Conchita Martinez, la nativa venezuelana è tornata a fare vedere ciò che potenzialmente è in grado di eseguire su un campo da tennis. E non c’è risultato migliore – titolo in mano escluso – in cui potesse sperare. Voto 9. Al navigatore tennistico.

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Gli sconfitti

Roger Federer. Sconfitto sì, ma mai arreso. Dai problemi muscolari, prima ancora che dall’avversario. Anche questo torneo giù il cappello per il signor Federer, 39 primavere il prossimo agosto, che dopo una vita a incantare il mondo ancora rende onore al suo primo amore: il tennis. Non è retorica, ma la semplice e doverosa sottolineatura di un dato tutt’altro che scontato: avrebbe potuto arrendersi e dire “no, non ce la faccio”. E’ sceso in campo, ha lottato un set, ha rischiato persino di vincerlo; ha regalato in qualche modo una partita laddove non ci sarebbe dovuta essere. Voto 10. Al rispetto.

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Serena Williams. Questa volta è stata Qiang Wang a estrometterla da un obiettivo che comincia a essere ormai una specie di chimera. Le indicazioni pre-Australian Open promettevano e premettevano infatti qualcosa in più: era tornata alla vittoria ad Auckland, sembrava potesse muoversi meglio di quanto poi abbia fatto. La verità però inizia a essere sotto gli occhi di tutti: Serena non è più uno spauracchio e chiunque la affronti, ormai, scende in campo con la sensazione di potercela fare. Persino Qiang Wang, talentuosa tennista quanto vi pare, ma un tempo poco più di sparring partner per la ferocia dell’ex cannibale Williams. Voto 6. Al volto umano.

Serena Williams dopo la sconfitta con Qiang Wang all'Australian Open 2020

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Le sorprese

Tennys Sandgren. Che razza di personaggio Tennys Sandgren. Probabilmente il più finto dei numeri 100 al mondo. Uno in grado, per intenderci, di perdere cinque, sei, sette... Dieci tornei al primo turno, ma anche di iniziare a giocare sul serio e poi non fermarsi più. C’è voluta l’aura – più che il tennis – di Federer per bloccarlo per 7 volte a un punto dalla semifinale. Si giocasse sempre negli slam questo ragazzo sarebbe in Top20 tranquillamente. Per sua sfortuna però ci sono altre 40 settimane circa fuori dai major. E toccherà che si abitui al fatto che senza risultati in quelle, poi è tosta ogni volta inventarsi i miracoli. Voto 8. All’apparizione.

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Ons Jabeur. Finalmente un po’ di eclettismo in questo piatta disciplina di picchiatrici seriali. Ons Jabeur ci ha ricordato che un’altra strada è possibile; e l’ha fatto con il primo grandissima prestazione su un grandissimo palcoscenico della sua carriera. Recordwoman del continente africano – mai nessuna così avanti in uno slam – Jabeur si è arresa di fatto solo alla futura vincitrice. Signorine, insomma, si può fare: il tennis e il talento di Ons ne sono la dimostrazione. Voto 8. Al talento.

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Le delusioni

Stefanos Tsitsipas. Era lecito aspettarsi qualcosa di più. Anzi, era doveroso attendersi un altro cammino. In fondo qui si parlava del Maestro in pectore. Come sta succedendo spesso però negli ultimi anni, chi trionfa a Londra a fine stagione poi inizia male quella successiva. Dimitrov, Zverev... Si augura di non fare la stessa fine anche il greco Tsitsipas, che a Melbourne non ha trovato il modo di disinnescare le cannonate del ritrovato Raonic. Tre set a zero e tutti a casa. Pochino, per chi ha tennis e ambizioni da dominatore. Voto 4. Al problem solving.

Stefanos Tsitsipas

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Belinda Bencic. Come per il collega Tsitsipas, il finale di stagione di Belinda Bencic e in particolare lo US Open lasciavano grande attesa intorno alla talentuosa svizzera. E come per Tsitsipas il pubblico è rimasto deluso. Al di là delle difficoltà già riscontrate nei primi turni, è stata la dimensione della sconfitta della Bencic al terzo turno a lasciare di stucco: un game, in 49 minuti, al terzo turno, contro Anett Kontaveit. NCS, avrebbe sentenziato un disgustato Guido Nicheli. Voto 4. Alla scaldata.

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I giovani

Jannik Sinner. Il torneo maschile continua a confermarsi come disciplina non troppo adatta ai giovanotti. E così, spot del tabellone dopo spot, analisi dopo analisi, alla fine il nome più interessante è ancora quello di Sinner, che a 18 anni e alla seconda presenza in main draw di uno slam si è portato via il secondo turno: battuto Purcell, sconfitto da Fucsovics. Niente di più e niente di meno di quanto avrebbe potuto fare. Ma per ora va bene così: tempo al tempo. Per emergere, tra questi ‘malefici veterani’, serve pazienza. Chiedere a quelli nati nella decade dei ’90 per credere. Voto 6. Al primo jet-lag.

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Iga Swiatek. E che le donne siano più precoci è altrettanto risaputo. Che crescita però di questa 18enne polacca dal caratterino fumantino e dal tennis altrettanto esplosivo. Dritti e rovesci dinamitardi, timore reverenziale non pervenuto e una discreta fame di successo. Tre componenti basilari; ma che bisogna però saper mischiare a dovere, come nella ricetta del perfetto Whiskey Sour: sbagliare le proporzioni è un attimo, il pasticcio è sempre dietro l’angolo. Swiatek però ci pare una che impara in fretta. L’anno scorso con la Giorgi fece due game al secondo turno; quest’anno, se non avesse esagerato col burbon tennistico nel momento chiave con la Kontaveit, avrebbe fatto quarti di finale. La strada è quella giusta. Voto 7,5. Alla qualità degli ingredienti.

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Gli italiani

Fabio Fognini. Siam sempre lì, tra ciò che sarebbe potuto essere e la realtà dei fatti. Il primo, con un quarto di finale che all’Italia manca dal ’91 e da giocare contro uno Federer poi scopertosi menomato. E il secondo, che ha visto in Fognini ancora una volta il rappresentante più longevo della racchetta azzurra in questo torneo. Che dobbiamo scrivere di Fabio che non sia già stato detto? Lo sbrocco del secondo set con Sandgren è epico tanto quanto la successiva rimonta poi vanificatasi sul più bello. Così come le polemiche, le racchette, le follie, le giocate incredibili: gli ottavi di finale come un manifesto di Fabio Fognini. Sandgren sulla strada dei quarti di uno slam era un’occasione? Sì. Si poteva fare di più? Senza dubbio. Il solito retrogusto, insomma, che lo accompagna da una vita. Voto 6,5. Agrodolce.

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Camila Giorgi. Così come agrodolce è in fondo anche Camila Giorgi, ma qui la salsa è un preparato completamente diverso. Il mix di ingredienti base non cambia mai, casomai sono le pietanze con cui la si abbina che la rendono differente. E Angelique Kerber, seppur ben lontana dalla sua miglior versione, è proprio un pessimo abbinamento per il connubio organolettico al tennis di Camila. E’ ketchup sopra il würstel: si può mangiare, per carità, ma la morte sua resta la senape. Il giorno che arriveranno patatine fritte per 7 portate consecutive, sarà trionfo. Fino ad allora toccherà accontentarsi dei soliti bocconi dal gusto strano. Voto 6. All’abbinamento.

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