Una quarantena "vip" e una per i "comuni mortali". La vigilia dei primi Australian Open dell'era Covid ha acuito ancora di più le differenze tra l'èlite del tennis e la working class. A Melbourne, 72 giocatori che, a causa di positività riscontrate sui charter organizzati dal torneo, non potranno lasciare la loro stanza d'albergo nemmeno per allenarsi nelle cinque ore pattuite tra il governo dello stato Victoria e le istituzioni del tennis. A 450 miglia dal caos, nelle suite del Majestic ad Adelaide con spa, angolo cottura, balcone e chef personali, i sei privilegiati: Novak Djokovic, Serena Williams, Rafa Nadal, Naomi Osaka, Simona Halep e Dominic Thiem, tutti con un seguito più folto rispetto ai "forzati" di Melbourne. Con Serena, ad esempio, ci sono il marito Alexis Ohanian, la figlia Olympia, la madre Oracene, la sorella Venus e lo sparring partner. Nadal ha con sé suo padre, il responsabile delle pubbliche relazioni e il nostro Jannik Sinner con il quale si allenerà. La motivazione ufficiale? Il prossimo 29 gennaio i "Magnifici Sei" si sfideranno in "A Day at the Drive", esibizione a cui dovrebbero partecipare altri due giocatori del circuito ATP e WTA che non sono stati ancora annunciati.

Due preparazioni: una di Serie A e una di Serie B

Australian Open
Kyrgios polemico su Djokovic: "È un imbecille"
18/01/2021 A 13:22
La prima a criticare la disparità di trattamento è stata la n°113 del mondo, Marta Kostyuk che si è sfogata denunciando le difficoltà dovute all’isolamento, agli alloggi non soddisfacenti e proponendo alcune misure da adottare per non penalizzare troppo chi era sui voli incriminati.
“Non possiamo fare niente poiché le autorità non ci concederanno mai di uscire. Sarebbe giusto se anche gli altri giocatori fossero in queste condizioni, ma un’iniziativa del genere dovrebbe partire da loro. Abbiamo anche bisogno di condizioni più confortevoli per stare in un isolamento così rigido. Il Wi-fi non è così buono e alcune ragazze nemmeno lo hanno. Stare da sole è una tortura e non possiamo nemmeno chiamare i nostri coach. Inoltre abbiamo anche bisogno di tapis roulant e cyclette. Non ne avevo fatto richiesta prima di partire perché non pensavo che sarei rimasta in stanza per tutto il tempo".
Protesta a cui ha fatto eco quella della rumena Sorana Cirstea, anch’essa costretta all’isolamento ("Il problema non risieda tanto nel dover stare 14 giorni in camera a guardare, quanto nel dover competere dopo due settimane di inattività pressoché totale"). La belga Kirsten Flipkens ha proposto addirittura di posticipare il torneo. “Credo sia giusto dire che o tutti stanno in quarantena per due settimane oppure l’Australian Open deve essere posticipato di una settimana. Due settimane in una stanza d’albergo senza nessun allenamento per questi giocatori è una misura senza senso").
Dalla bolla di Adelaide il numero 1 del mondo, Novak Djokovic, facendosi carico delle lamentele dei suoi colleghi, ha provato a chiedere delle deroghe per i 72 "isolati" di Melbourne, ma il governo australiano, tramite il primo ministro dello Stato di Victoria, Daniel Andrews, ha risposto così:

Djokovic e l'isolamento "soft": il secco no del governo

Morale? Salvo clamorose novità (c'è chi inneggia al boicottaggio di massa come unico rimedio), 72 giocatori su 256 si presenteranno al primo 15 degli Australian Open con una manciata di giorni di preparazione nelle gambe. Contro altri (i Magnifici Sei, ma non solo) che hanno continuato ad allenarsi più o meno normalmente. Al netto della discussione sulle misure sanitarie australiane troppo (o troppo poco) severe, ciò che è inaccettabile sono le condizioni di partenza dello Slam, il fatto stesso di dividere in due bolle giocatori di Serie A e Serie B, con privilegi ed entourage al seguito concessi ai primi. L'isolamento causa Covid non è l'origine del caos, ma solo l'immediata conseguenza.

Il cortocircuito mediatico

La cosa più triste della vigilia degli AO è che le disparità nel trattamento riservato ai tennisti stanno oscurando qualsiasi discorso tecnico sullo Slam che inizierà il prossimo 8 febbraio. Quotidiani e siti generalisti dedicano spazio alle polemiche, alle contro-polemiche, alle richieste del "sindacalista" Djokovic e alle immagini di tennisti che si allenano contro il muro del bagno o che si lamentano del risotto al mango e al cocco piuttosto che parlare dei favoriti di Melbourne o dell'impresa nelle qualificazioni di Francesca Jones. Il tennis sta perdendo ancora una volta in termini di immagine, come quando agli US Open si è scelto di offrire 67 suites sull'Arthur Ashe alle teste di serie.

Vita da suite sull'Arthur Ashe: brindisi, abbuffate e relax al sole

Ma c'è addirittura di più: il tennis è riuscito a far arrabbiare (e non poco) i cittadini australiani che rimangono perplessi nel vedere così tanti giocatori autorizzati a volare, in un momento nel quale molti sono bloccati all'estero in attesa di rimpatrio. La speranza è che i vertici, a partire dai top player, colgano l'occasione per un profondo rinnovamento sistemico basato sull'equità, senza criticarsi a vicenda e, soprattutto, senza allearsi in gruppi estemporanei e controproducenti. Dalla gestione mediatica, e non solo, di questo momento dipende il futuro del tennis.

Francesca Jones oltre il limite: dal no dei medici a Melbourne

Australian Open
Covid in aereo, 47 giocatori in isolamento a Melbourne
16/01/2021 A 08:38
Australian Open
Covid, la positività di Murray diventa un "caso di Stato"
15/01/2021 A 13:18