Demoliti molti avversari a martellate, servizio e dritto, servizio e dritto, servizio e dritto, battendo Carlos Alcaraz dopo 5 set, 4 ore e 3 fasi tennistiche, fisiche e mentali, Matteo Berrettini è come entrato in una nuova dimensione. Tre anni fa, scorgevamo in lui le doti di Del Potro.
Iniziando da certe affinità fisiche e tecniche, che sono le più evidenti, che però s’intrecciano a quel tessuto connettivo fatto di stile, d’emozione, di passione, di tennis vitale, di cuore che pulsa nelle corde. Quella nobile tempra che ci ha fatto amare Palito e che oggi, che bello, ritroviamo in un tennista italiano nel pieno della sua già splendida carriera.

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Molti tennisti coetanei dei Fab Four sono andati in frantumi contro la forza di Nadal, la grazia di Federer, il totalitarismo di Djokovic, la resistenza di Murray. Non sarà più facile per i Berrettini, ovvero gli Zverev e i Medvedev se pensiamo all’età, spartirsi gli anni con divi e titani ancora in circolazione (visto che Rafa oggi a Melbourne?) e guardarsi dai prossimi astri del tennis, Sinner compreso.
Non è questione di Next Gen, ma di ammettere che uno come Carlos Alcaraz, che a diciott’anni rimette in piedi una partita così con Berrettini, non può che essere destinato a imprese mirabili e resta solo da capire fra quanto. Quanto tempo concederanno lui, Sinner e tutti i Duemila più brillanti (Korda, Auger Aliassime…) a chi li precede per anni e formazione. Fa parte del tennis e della vita, senz’altro, ma c’è una classe di mezzo che aspetta ancora di cogliere i testimoni di Federer e di Nadal, come del resto fu per Del Potro.

Australian Open 2022, Matteo Berrettini contro Carlos Alcaraz

Credit Foto Getty Images

Il nostro Del Potro è Matteo Berrettini e non gli rincrescerà, anzi. Perché i suoi problemi fisici non sono stati drammi come quelli dell’argentino, perché ha lo stesso fare cortese, perché oggi, terminate le energie, finiti gli assi, ha messo il cuore oltre la rete.
Dietro quel «Sono caduto e mi sono rialzato» che ci dice ed è certo visivo, ripensando alla torsione della caviglia che l’ha messo al tappeto, c’è qualcosa in più e ben s’avverte. Dalla contentezza stanca con cui ci parla, dalle esultanze più organiche del suo coach di sempre, Vincenzo Santopadre, dalla fierezza negli occhi per aver battuto, anzi respinto un futuro campione.

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Con questa sua gentile padronanza - nata come una stella fra le mille luci di New York, esplosa in finale a Wimbledon, maturata contro Federer, reagita contro Nadal, temprata da Djokovic - Matteo sa di aver vinto una partita di diversa natura. Ci prova anche un po’ a sminuirla, dicendoci che del resto non è che ne avesse giocate molte di partite al quinto (per i dati, ne ha vinte cinque su sei), proteggendosi fra gli elogi (meritatissimi) ad Alcaraz e senza sbilanciarsi sul rovescio che come oggi, fra passanti in back e lungolinea vincenti, sta diventando sempre più influente nel suo tennis.

"Mamma mia!" Passante in back straordinario di Berrettini

È fisicamente caduto e s’è rialzato da campione ferito, fiutando le paure naturali di un avversario che - da un linguaggio del corpo che diverrà brutale, un po’ nel segno di Nadal - le ha nascoste tirando tutto di forza, ma non sempre in controllo. Espressioni diverse, rivelazioni vincenti. Oggi Berrettini ha usato un potere speciale e bellissimo, e se lo tenga stretto. Da domenica, contro Carreno Busta, torni pure a scavare buche col servizio, colpire e martellare.

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