In Australia ha avuto ragione. O per lo meno ce l’ha avuta fino ad adesso, in attesa che nella notte italiana, il Ministro dell’Immigrazione australiano, Alex Hawke, decida o meno di prendere eventuali nuovi provvedimenti sul visto rilasciato a Novak Djokovic. E’ nelle facoltà di Mr. Hawke decidere discrezionalmente. Vedremo se avrà o meno il coraggio di farlo; specie dopo le immediate foto di ‘legittimazione’ del n°1 del mondo, che al via libera ricevuto dopo l’esaminazione del suo appello è corso per prima cosa sul campo centrale di Melbourne per farsi immortalare. Come a dire “hey, signori, io sono qui adesso. Vediamo se avrete il coraggio di cacciarmi”.
Risolta dunque, almeno in parte, la spinosa questione visto, sulla quale l’Australia – va detto – non ha fatto una gran figura, con una stratificazione di leggi da stato a federali che hanno creato non poca confusione, oltre che sulle tempistiche e i comportamenti applicati al n°1 del mondo nel suo arrivo qualche giorno fa all’aeroporto di Melbourne, c’è un’altra questione non secondaria che riguarda Novak Djokovic: quella etica.
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Il passaggio all’immigrazione, la respinta del visto, la detenzione e il successivo appello, hanno infatti portato alla luce dei documenti privati che il grande pubblico non avrebbe potuto altrimenti conoscere. Delle carte personali di Djokovic, ma che scoperchiano appunto un aspetto della vicenda tutt'altro che banale. Se non altro per far luce su una questione che alla fine risulta chiave sia per gli atti, che nel soppesare l’intera vicenda: la positività al covid del numero 1 del mondo. E le successive strade che ne derivano.
Il documento che attesta la positività di Djokovic, ovvero l’esito del test positivo del suo tampone PRC, è datato 16 dicembre 2021 ore 20:19. L’esito che ne attesa la guarigione è un altro test PRC, datato 22 dicembre 2022 ore 16:15.
In questo arco temporale, come dimostrato più volte nei giorni scorsi, Djokovic ha svolto molteplici attività pubbliche confermate da altrettanto molteplici attività sui social. Dalle foto con i bambini nella sua fondazione, datate 17 dicembre, allo shooting effettuato per l’Equipe datato 18 dicembre.
Questi sono dati di fatto, non opinioni. E a fronte di questi dati di fatto si arriva soltanto a due strade per spiegare i successivi giorni di Djokovic.
O il n°1 del mondo ha ignorato l’esito del test. Ed è una colpa.
O l’esito del test è fasullo. Ed è un crimine.
Non ci sono altre strade possibili.
Non volendo assolutamente credere alla seconda delle opzioni, ma soprattutto non avendo alcuna prova a riguardo; e ancor di più volendosi, chi vi scrive queste righe, fidare dell’integrità di un’istituzione statale di un paese sovrano che ha emesso il certificato, ovvero l’Istitute of Public Health della Serbia, questa opzione la lasciamo ai seguaci delle teorie complottistiche.
Certo, resta, a questo punto, soltanto la prima strada: aver ignorato la positività al Covid. E questo, a livello etico, oltre che d’immagine, non fa benissimo alla figura del n°1 del mondo. Probabilmente centra il background culturale. Il Covid in Serbia non è stato percepito come questione letale così come lo è stato alle nostre latitudini. Sono alcuni dati a poter sostenere questa tesi.
Il tasso di vaccinazioni ad esempio. Che nel Paese è meno del 50% della popolazione (48,3% per la precisione, dati del Sole 24 Ore aggiornati all’1 gennaio 2022); una percentuale ben più indietro rispetto all’Europa intesa come Unione. O il fatto che negli stessi giorni “incriminati”, ovvero il 16, 17, 18 dicembre, il Covid non fosse argomento così "letale" per la Serbia. Stando ai dati di Worldometers in quelle giornate le nuove positività al Covid in Serbia furono soltanto di 1325 persone il 16 dicembre (tra cui Novak Djokovic), 1199 persone il 17, 1015 persone il 18. A oggi i numeri in Serbia si sono un po’ alzati, 8949 casi registrati in data odierna, 10 gennaio 2022, per un totale di 72.318 positivi di cui comunque soltanto 87 persone in terapia intensiva. Insomma, l'unica spiegazione è che il Coronavirus, in Serbia, non sia argomento monopolizzante come lo è da noi.
Che tutto questo abbia portato Djokovic a ‘sottovalutare’ la sua positività è probabilmente l’unica opzione possibile. E non caso, la famiglia, oggi, a specifica domanda sui giorni successivi al test PRC positivo, in conferenza stampa, ha voluto glissare. Il tutto però non aiuta il personaggio. E soprattutto non cambia la sostanza di fondo: eticamente, agli occhi del mondo, inteso come grande pubblico su scala globale, l’immagine del serbo non ne esce benissimo.

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Novak, siamo certi, proverà a rifarsela ancora una volta sul campo. Sempre che il Ministro Alex Hawke glielo permetta. Ma quella, nel caso, sarà un’altra storia. Quella dello sportivo. L’unica, francamente, che preferiremmo leggere quando si parla di Novak Djokovic.

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