La serie Netflix su Carlos Alcaraz ridipinge il campione. Il risultato? Il ritratto di un ragazzo normale, tenero e quasi fragile

TENNIS - La serie Netflix su Carlos Alcaraz dipinge un ritratto inatteso del grande tennista spagnolo, presentandolo nelle sue fragilità e debolezze, nella sua semplice e genuina voglia di essere un ragazzo normale e qualunque, forse anche eccessivamente schiacciato dal peso delle responsabilità. È un dipinto curioso e interessante, ma rischia di trasformarsi in un autogol verso i rivali?

'Out of this world' - Watch Alcaraz's best shots from 2025 Australian Open

Video credit: Eurosport

Se c’è una cosa che non ho mai compreso, se non per ragioni commerciali, è il racconto di una vita sportiva fatto a metà (o, in questo caso, pure prima) del giro di pista. Quando uscì la biografia di Nadal, peraltro deludentissima, Rafa aveva qualche anno in più di Carlos Alcaraz ma avrebbe vinto Slam per altri dieci anni. Una storia raccontata prima, molto prima che tutto finisca invecchia velocemente e altrettanto rapidamente perde il suo significato. Ecco perché, all’ennesimo «L’hai vista, la serie di Netflix su Alcaraz?» ho deciso di guardarla, con aspettative assai limitate. 
Ebbene: ci ho trovato qualcosa di molto tenero e di altrettanto disarmante. Mi aspettavo la fotografia scintillante del fenomeno, magari condita da qualche inciso sentimentale, e punteggiata dal ritmo di una selezione di scambi da urlo, quegli highlights emotivi e cattura-clic che l’industria dello sport confeziona, ormai, con perizia chirurgica facendo dimenticare che il tennis tutto è tranne che una esibizione di colpi spettacolosi. Invece, fin dai primi minuti, ho percepito l’ingenuità, quasi infantile, con cui i sentimenti, le paure, le fragilità dei protagonisti — non solo di Carlos, ma del suo intero entourage — vengono esposti senza filtri né divieti, come panni stesi al vento. Laddove mi aspettavo un prodotto costruito per alimentare il mito, un santino lucido e asettico da esportare nel mercato mondiale del tennis, ci si ritrova di fronte a una confessione corale, un'epopea minuscola fatta di sguardi tesi, abbracci trattenuti, silenzi che pesano più delle parole.
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Carlos Alcaraz

Credit Foto Getty Images

A sorprendermi è stato proprio il pudore tradito, ecco, la direi così. La sincerità quasi imbarazzante con cui si mostra il dietro le quinte di un impero in costruzione. Non c’è solo il talento che tutti abbiamo visto esplodere tra le righe di Flushing, Wimbledon e Roland Garros. C’è l’altra metà del prodigio: quella stanca, incerta, quasi smarrita e non cresciuta. Vediamo un Alcaraz che non è solo il torero del cemento e della terra rossa, ma anche un ragazzo ridanciano quanto spaesato, che fatica a stare nel costume cucitogli addosso: quello del cannibale sorridente, del successore designato, della macchina da guerra che macina record come fossero biscotti. La macina del successo, con i suoi ingranaggi luccicanti ma feroci, è sempre in movimento.
Attorno a Carlos si muove un piccolo esercito di adulti — ex campioni, manager, preparatori, fisioterapisti — che hanno fatto di lui il proprio destino. E il prezzo di questa delega, di questo investimento emotivo ed economico, è altissimo. Juan Carlos Ferrero, il suo mentore silenzioso, pare a tratti più scultoreo che umano: occhi freddi, parole misurate, richiami costanti alla disciplina monastica dei grandi — Nadal, Djokovic, i sacerdoti dell’eterno miglioramento. Eppure, dietro la durezza, si intravede anche una specie di inquietudine: come se Ferrero sapesse che Carlos è di un’altra pasta, e che per costringerlo nella forma dei campioni assoluti occorrerà, prima o poi, spezzarlo un po’. E che, se il paziente non dovesse ubbidire agli ordini, allora potrebbe non valerne più la pena.
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Il documentario indugia, senza compiacimento, sui piccoli attriti quotidiani: le giornate troppo piene, la pressione della stampa, le aspettative dei fan, le telefonate a casa. La madre, con il tono quieto delle donne che hanno visto la vita nei suoi giorni feriali, parla di Carlos come di un figlio normale. È in quelle frasi semplici, nei piatti cucinati da lei, nella cameretta striminzita dove Carlos torna appena può, che si cela la contro-narrazione del mito: il bisogno disperato di normalità, il desiderio infantile di ritrovare un’ombra fresca sotto cui ripararsi dalla luce bruciante del palcoscenico.  
Il manager, con tono grave, dice che Carlos vorrebbe essere un ragazzo qualunque, solo che non lo è. Detta in senso lato, Alcaraz è un genio: come ce ne sono nella musica, nelle arti figurative, ne esistono nello sport. Racconta di aver rinunciato a veder crescere i propri figli per seguire il ragazzo ed è una confessione che dovrebbe commuovere, e invece a me inquieta. È come se ribadisse, senza peritarsi di farlo in piazza: «Non puoi fallire, perché ci sei costato troppo».
Le sue parole suonano come un giuramento di fedeltà ma anche come un peso sulle spalle di un giovane che — prima ancora di essere uomo — è già diventato simbolo, bandiera, investimento. Nelle puntate della miniserie si vede Carlos che ride, scherza, si lascia andare. Ma nei momenti in cui la telecamera indugia sul suo volto si coglie pure una nota diversa. Non è tristezza, né paura, semmai pare un velo di consapevolezza: come se lui sapesse che l’incantesimo potrebbe anche finire, prima o poi, se le cose non verranno fatte, appunto "alla sua maniera". O che, proprio perché saranno fatte alla sua maniera, a battere i record del tennis ci penserà qualcun altro (Sinner?) o quelli che già li hanno sparati in orbita, i tre big, quelli da venti e più Slam a testa.
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Si ha l’impressione che quel giocattolo fenomenale e infiammabile che ha tra le mani — il talento smisurato per questo sport — sia anche una condanna. Alcaraz, il campione bionico, appare talora solo un bambino che ha trovato in regalo sotto l’albero un’astronave, ma senza manuale di istruzioni. Ci sale sopra, vola, fa acrobazie straordinarie ma poi atterra e cerca la sua, di terra: gli amici di sempre, le abitudini, la sua stanzetta sottodimensionata, con il mobilio da quattro soldi e, sopra, la coppa più preziosa del mondo, quella di Wimbledon, coi nomi delle leggende del tennis e poi, in fondo, il suo, scritto già due volte. Le scene più intime – e mi chiedo se nessuno, del team Alcaraz, abbia obiettato al montaggio una volta terminato il lavoro, prima di dare il via libera - è un essere umano che si difende con la risata, con l’affetto, con una certa ritrosia al ruolo che il mondo ha già deciso per lui. 
Quindi sì, la serie mi spiazza perché non celebra, non incorona, semmai si domanda e scava nel ventre molle. E ci restituisce l’immagine sfocata e, mi pare di poter affermare, autentica di un fuoriclasse alle prese con un destino fin troppo grande, con l’attesa — che è già giudizio — di milioni di occhi puntati su di lui. Lo fa senza enfasi, senza retorica e proprio per questo, forse, riesce a svelare qualcosa che finora era rimasto ai margini del racconto pubblico su Alcaraz: la sua vulnerabilità, la sua fatica, il suo essere — malgrado tutto — ancora in costruzione. E non del tutto certo sul senso della sua missione: essere il più grande, oppure essere se stessi e basta?
In questo, Carlos ricorda un personaggio uscito da un racconto di Salinger o di Bolaño — dotato, sì, persino geniale ma ancora in cerca di una voce che sia sua, non solo quella che gli altri hanno scelto per lui. Un Arturo Bandini armato di dritto e rovescio, che sogna di essere il più grande ma che, in fondo, vorrebbe solo essere lasciato in pace per un pomeriggio, magari a ridere con gli amici o a mangiare la torta preferita. Ciò che resta, alla fine della visione, non è l’eco dei punti vinti, dei trofei alzati o delle statistiche da prodigio. È lo sguardo di un ragazzo che — pur abituato alla vittoria — sembra chiedersi, ogni volta che scende in campo, se è davvero pronto a essere ciò che tutti vedono in lui. Da un mero punto di vista strategico l’aver confessato le proprie debolezze, in uno sport in cui gli avversari si nutrono di tutto ciò che può suggerire fragilità, può sembrare un clamoroso gol nella propria porta. Se lo è stato, lo scopriremo. Ma in quella domanda silenziosa, sulla ricerca del proprio essere, risiede anche la parte più bella e più vera della sua leggenda, quella che rimane da scrivere.  
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