Nell’ultima edizione del nostro Players' Voice Grigor Dimitrov si racconta: dalle lezioni imparate durante la pandemia all’orgoglio per la sua terra, passando fino agli significato dell’ingresso nei trent’anni.
Quando mi hanno detto che avevo il Coronavirus è stato un momento che mi ha letteralmente tolto il fiato; avevo incontrato così tante persone in quel periodo, compresi bambini e famiglie, quindi la prima cosa che dovevo fare era assicurarmi che tutti sapessero. Ciò includeva anche la mia famiglia, perché penso di aver visto tutti nello stesso momento. Fortunatamente, alla fine, sono stato l’unico a essere positivo.
E’ stato però un momento per inviare anche un messaggio giusto, un qualcosa che fosse il più ampio possibile. E non mi sono tirato indietro. Avrei potuto facilmente tenere la cosa in forma più privata, ma volevo che tutti fossero consapevoli che non importa chi sei, cosa fai e quanto sei in forma.
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È arrivato in un momento molto spiacevole, mi ero tenuto al sicuro per così tanto tempo e avevo lavorato sodo a livello fisico prima che mi colpisse. Era stata una di quelle rare volte nella mia carriera in cui avevo avuto tempo di preparami a dovere, specie dopo i problemi alla spalla dell’anno precedente. Sentivo fosse una buona occasione per recuperare un po’ del tempo perso. Ma quando arriva, non c'è molto altro che puoi fare se non accettare la realtà dei fatti. Puoi solo accettarlo, sederti e riflettere su come trasformare una cosa del genere in un’opportunità per rivalutare tutto, per fare comunque qualcosa. Ecco, il coronavirus mi ha dato del tempo. Del tempo per guardare indietro nella mia carriera e mettere un sacco di aspetti nella giusta prospettiva. Mi ha fatto capire quanto un sacco di cose siano insignificanti, specie se messe a confronto della salute.
È stato sicuramente un processo di apprendimento per me; e sono stato molto felice di avere persone fantastiche intorno a me come il mio team, la mia famiglia, le persone che mi amano. Ho ricominciato a giocare ma nell’immediato dopo la ripresa è come se non fossi stato realmente lì - sia fisicamente che mentalmente -, come se non fossi davvero pronto a risudare su ogni singolo metro. Ci è voluto del tempo, poco a poco, giorno dopo giorno, per ritrovare il vero ritmo e tornare alla normalità.
Ora è bello apprezzare i piccoli momenti perché penso che spesso trascuriamo le cose che ci circondano, sia che si tratti si ammirare un’alba o di poter semplicemente sederci e prendere un caffè con gli amici. Diamo così tante cose per scontate nella vita... Che è anche abbastanza normale; ma poi la vita accelera, ci fissiamo obiettivi che richiedono tanti sforzi e finiamo col perdere di vista le reali prospettive delle cose. Ecco, da questo punto di vista penso che il virus abbia cambiato un po’ le prospettive, penso che la felicità possa filtrare in maniera un po’ più semplice nelle nostre vite. Alla fine della giornata siamo tutti la stessa persona; siamo solo uomini e donne che vogliamo solo trovare il loro piccolo posto nel mondo, raggiungere i loro obiettivi, trasformare i loro sogni in realtà.
Presto compirò 30 anni e non posso dire di averci pensato troppo, ma l'unica cosa che posso dire con certezza è che sono eccitato. Non sei più giovane, non sei di certo vecchio, ma sei forse pronto per una nuova fase della vita dove inizi a guardare le cose con una prospettiva diversa. Ti conosci meglio e inizi a tagliare tutte le cose inutili che ti circondano, perché non vuoi più perdere tempo in cose che non aggiungono nulla alla tua vita.
Ogni atleta ha una data di scadenza
Fisicamente mi sento bene, mentalmente non mi sento ancora un trentenne, ma certamente mi percepisco come una persona più matura. Cosa succederà adesso? Sarà solo il tempo a dirlo. Mi piacerebbe continuare a giocare finché il mio corpo mi permette di competere ai massimi livelli. Tuttavia, il tennis è solo una cosa temporanea, non sarà per sempre. Siamo atleti e ogni atleta ha una data di scadenza. E’ la dura verità. In questo momento stiamo solo vivendo il nostro sogno, ma dopo quello, inizia la vita reale.
Quindi, a parte il tennis, spero un giorno di avere una famiglia. Così come lavorare su altre cose che ho sempre voluto fare. Poi un giorno, quando sarà il momento di dire addio a una cosa, sarò pronto per l'altra: a braccia aperte ed entusiasta per il prossimo capitolo della mia vita.
Di recente ad esempio ho creato la mia fondazione che spero giocherà un ruolo importante in questo. È qualcosa che ho sempre avuto in mente fin da bambino, ma volevo solo aspettare il momento giusto per farlo. Da bambino, in Bulgaria, quando mia madre veniva a prendermi a scuola, passavamo di fronte a bambini che non avevano nulla, che non avevano alcuna possibilità di aiuto. Ricordo di averle chiesto un gioco se qualcuno li avrebbe aiutati, ma lei con me fu molto onesta e mi disse: “Non voglio mentirti, sono in una situazione molto difficile e difficilmente qualcuno potrà aiutarli. Se vuoi fare qualcosa per loro però perché non continui a giocare a tennis? Magari un giorno potrai aiutarli tu”.
Da quel giorno quella frase mi è rimasta in testa e ho nominato mia madre perché oggi è lei la direttrice della mia fondazione. Entrambi ricordiamo nitidamente quella conversazione, e questo ha un grande valore per me. Lei ragiona in modo diverso da chiunque abbia mai incontrato in tutta la mia vita e penso che sia grazie a lei che ho io stesso sia sempre stato uno un po’ fuori dagli schemi. Ha questa infinita positività e un'aura incredibile per me. Mi spinge sempre a voler trovare il prossimo passo da fare, il prossimo obiettivo da raggiungere. Quindi non avrei potuto pensare a una persona migliore per questo ruolo: credo che farà un ottimo lavoro.
Stiamo ancora terminando gli ultimi passaggi e ci vorrà ancora un po’ di tempo affinché tutto si metta in molto, anche perché vorremmo che concentrarci su più aree e non su un singolo aspetto. Stiamo cercando di costruire qualcosa che aiuti più persone possibile: siamo queste famiglie, bambini o adulti. Chiunque insomma abbia bisogno dell'aiuto necessario per progredire nella sua vita. Sono entusiasta di tutto questo, ma è anche una sfida perché devo andare davvero nel profondo di me stesso.
Mi sento come se fossi stato uno dei pochi fortunati del mio paese ad avere una famiglia come quella che ho avuto io. Ogni persona ha contribuito in modo molto diverso e significativo nella mia vita. Ho imparato molto da ognuno di loro e voglio solo restituire qualcosa, quindi lo vedo come un modo per compensare la mia assenza dalla mia famiglia e dal mio paese.

Dimitrov vince il suo primo titolo in carriera all'ATP 250 di Stoccolma del 2013 diventando il primo tennista della Bulgaria a vincere un torneo dell'ATP Tour

Credit Foto Eurosport

Giocare per la Bulgaria è molto importante per me; tutti nella mia famiglia vivono ancora lì e cerco di tornare il più spesso possibile. Ho avuto così tante opportunità nel corso della mia carriera di giocare per diversi paesi, ma sono orgoglioso di non aver mai preso decisioni drastiche. Sono orgoglioso di essere bulgaro e questo me lo sono sempre portato dentro. Perseguire il mio sogno di diventare un giocatore di tennis è significato andarsene molto preso dal mio paese, ma sono sempre la stessa persona di allora. Il mio passaporto e la mia bandiera sono bulgari e mi sento parte del mio paese. Sono felice di aver contribuito alla storia tennistica maschile della Bulgaria, specialmente dopo quello che le sorelle Maleeva avevano fatto per il tennis femminile. Questo ha un significato enorme per me; e spero che il lavoro che faremo anche tramite la fondazione garantisca che l'eredità che lascio non sia solo per ciò che ho ottenuto sul campo.
Viviamo in tempi di incertezza e tutto cambia rapidamente ogni singolo giorno, ovunque tu sia nel mondo. Tuttavia, una cosa di cui sono certo è che bisogna anche godersi i singoli momenti, apprezzarli, uscire ogni giorno e provare a dare il 100% di sé stessi. Che sia dentro un campo da tennis o fuori, in qualsiasi altro ambito. E’ questo tutto ciò che possiamo fare: provare a controllare ciò che è controllabile.
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