E’ con un urlo assassino, in uno stadio ormai privo di pubblico, dopo una reazione nervosa, quasi isterica, quando è quasi la mezzanotte, che Novak Djokovic ha potuto festeggiare il traguardo della semifinale contro Rafael Nadal. E qui dentro, in qualche modo, ci sono già tutti i complimenti del caso per Matteo Berrettini, avversario tosto, fiero, mai domo.
Sì perché questa partita, iniziata alle 20:00, in una giornata col 33% di pubblico concesso sugli spalti, sarebbe potuta finire ben prima. E forse, anzi, quasi certamente, con il Berrettini dell’anno scorso, lo avrebbe fatto. Un 6-3 6-2 di rarissima solidità aveva infatti costretto Matteo e le sua ambizioni a un angolo; respinte da una versione a tratti regale di Novak Djokovic.
Punti gratis: zero. Servizio: implacabile. Risposte: al limite del senso della cinetica. E’ con questa ricetta letale che il Djokovic dei primi due set aveva rispedito al mittente le ambizioni del n°1 d’Italia, costringendo Berrettini, in campo con ordine e con le idee chiare, alla figura di comprimario. Il romano aveva fatto tutto ciò che era possibile fare sulla carta: servire bene, variare, prendersi tutti i rischi del caso per evitare di finire dentro una trama di scambi prolungati, anche a costo di sporcare le percentuali. Il tutto, puntualmente, reso inutile da colui che attualmente, secondo la classifica, resta il più forte giocatore del mondo.
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E’ così un premio alla tenacia e una medaglia al valore ciò che Berrettini, da lì in poi, è riuscito a fare. Adottato persino dal pubblico parigino, mai troppo incline nella storia ai colori azzurri, Matteo è rimasto in battaglia regalando agli spettatori dello Chatrier una partita. Una partita talmente vera che è finita con lo sforare le ore 23:00, deadline di quell’inutile – prove scientifiche alla mano – retaggio politico con cui da tempo dobbiamo convivere: il coprifuoco. Al grottesco momento di spedire tutto il pubblico a casa e far uscire i quasi 5000 spettatori del centrale di Parigi, Berrettini era sotto 3-2 nel quarto set. Nel mentre, infatti, Matteo era riuscito nell’impresa.

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L’impresa di far viaggiare ancora più forte servizio e dritto. L’impresa di minare, in qualche modo, una partita che Djokovic aveva ormai costruito su fondamenta solidissime. Perché il tie-break del terzo set, spartiacque del match, era arrivato col serbo in grado di lasciare sul proprio servizio solo 3 punti in battuta. E a Berrettini è servita un’autentica impresa per allungare questa partita. Certo, Djokovic, per un minuto, ha dovuto dare una mano: due colpi umani, ovvero un dritto in contropiede sotterrato e un rovescio finito in rete, sul 5-4, per regalare a Berrettini il set point. Bordata al servizio e dritto lungolinea e quarto set per la gioia del pubblico.
Un momento delicato, in cui Djokovic è apparso per la prima volta in difficoltà. Ma, come spesso è accaduto nella carriera del serbo, una mini-tempesta in cui non ha mai perso il controllo delle operazioni. Non prima dell’uscita del pubblico; non al rientro, quando al servizio Nole ha messo in mostra ancora qualche limite di Berrettini in risposta.

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Si è arrivati, comunque, in un finale punto a punto. E le doti da risponditore di Nole, alla fine, hanno fatto la differenza. Un dodicesimo game a cui a Matteo è mancato su un colpo il dritto. I primi due match point, poi, annullati con enorme coraggio. Ma sul terzo, entrati nello scambio, il back di rovescio a metà rete.
Lì, il ruggito, lo sguardo spiritato, la liberazione di un Djokovic che temeva, sul serio, il pericolo quinto set. Insomma, 5 secondi di sfogo totale che sono anche i migliori complimenti possibili alla partita di Matteo: ha spaventato il n°1 del mondo, in un quarto slam, da 2 set a 0 sotto. Da lì a batterlo, certo, ce ne passa. Ma, visti gli ultimi 15 anni di tennis non c’è da lamentarsi: Berrettini è in buona compagnia. Leggere, per credere, Sir Andy Murray.

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