Formidabili quegli anni di Panatta, Barazzutti e Bertolucci campioni della prima Era Open. Meno belli i tempi trascorsi lontano dalle mappe degli slam, infin che'l veltro verrà a rimetterci al centro del tennis. La carriera di Matteo Berrettini è appena sbocciata in uno splendido anello di congiunzione tra il vertice di Fognini e l’astro nascente di Jannik Sinner. Viene da una lenta maturazione fatta di cura del lavoro e intelligenza per le cose minime. È esplosa tra le mille luci di New York perché sì, in fondo, doveva succedere proprio qui.

Se Matteo ha ottenuto i primi successi su terra, e stupito molti per lo spirito d’adattamento su una superficie “opposta” come l’erba, c’erano valide ragioni di credere che fosse di cemento il suo elemento naturale. Fidatevi, non c’è trucco. Berrettini è un tennista modernissimo che - per il dono di un fisico spartano, la potente sintesi di servizio e dritto e la maestria della scuola italica - può vincere su tutti i campi ed eccellere sul veloce. Non c’è inganno se Matteo non aveva mai vinto un match agli US Open, né sul cemento degli slam e neppure dei Mille. La costruzione del campione è un incarico di responsabilità fatto di margini di crescita e protezione del talento. La corsa di Berrettini agli US Open non ha la natura dell’exploit perché Matteo, il più giovane semifinalista di uno slam da Djokovic nel 2010, è qui per restarci.

US Open
Le caratteristiche che rendono Matteo Berrettini un tennista unico
05/09/2019 A 16:50

Berrettini è il primo italiano in semifinale agli US Open da quando si gioca a Flushing Meadows. Come Barazzutti nel 1977, ma a Forest Hills.

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È tutto nuovo. Dice Matteo che il rumore che fa New York è come quello di un concerto. Non ha il suono familiare e un po’ barocco del Foro Italico, non c’è lo charme del Roland Garros né l’attesa silente di Wimbledon. Lo sa bene Berrettini che è romano, ha vinto la prima partita slam a Parigi e passa da Federer sul centrale dell’All England Club a Nadal sul campo dell’immenso Arthur Ashe. Ora che in due mesi la sua vita è così cambiata e che con lui la nostra attesa è finita. Berrettini si misura per la prima volta con Nadal come fece con Federer a Wimbledon: fu una sconfitta esemplare e che anche questa, se avverrà, sia da lezione formativa.

Matteo non era là per caso è non è qui per miracolo: piuttosto, se Roger a Wimbledon era una montagna da scalare, Rafa gli sembrerà una curva di quelle in cui infilarsi accelerando. Non è questione d’incoscienza ma di bontà dei propri mezzi, perché alla scoperta di Berrettini oltre al servizio-dritto c’è di più. Oggi che il suo tennis si misura anche sul rovescio e le variazioni sono sempre più frequenti, risaliamo il corso del torneo di Matteo per rivedere i drop-shot giocati contro Gasquet (primo turno), i colpi in back contro Thompson o il lungo esercizio del drop-shot per sfiancare Popyrin. Compresa una volée smorzata di rovescio, con passo d’incontro, che viene da un tennis remoto nella racchetta supersonica di un giocatore avveniristico. Ancora lo slice che ha disarmato Rublev e infine il cambio lungolinea di rovescio estratto contro Monfils.

Sintomi di grande acume tattico e di un repertorio molto vasto di colpi oltrela prima certezza del colpitore di dritto. Se vogliamo riconoscergli un limite, o meglio spingerlo oltre, Berrettini ha scelto una variazione sul tema replicandola all’interno del singolo match, come uno stiletto nascosto fra le corde a misura d’avversario. Ebbene, se potesse prendere questi colpi - lo slice, il lob, la palla corta, qualche volée d’incontro - e metterli tutti insieme contro Nadal, allora avrebbe quella chance di battere un tennista disumano.

Un giocatore che a pensarci non ti vengono dei difetti. Una partita che, diversamente da Rublev o Monfils, non si può mica studiare a tavolino. Una sfida che appare impossibile e allora via di cabala: l’ultimo italiano che qui a New York ha battuto Nadal è stato Fognini, nel 2015, rimontandolo da due set a zero col destino di restare il solo. Per i ricorsi, prima di perdere con Fabio, Rafa aveva regolato Schwartzman in 3 set. Ci aggrappiamo a tutto sapendo di un’impresa che ci sembra incredibile, ma con la nuova certezza che questa, per Matteo, non sarà la partita della vita, bensì un’altra prova sulla strada della grandezza.

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