Il muro di gomma, l'alieno, l'intelligenza robotica applicata al tennis. Nel raccontarvi quello straordinario tennista noto come Novak Djokovic, avrete più volte sentito appellativi di questo tenore. Epiteti che denotano atletismo, forza mentale e fisica ma che niente hanno a che fare con la sfera più intima della persona, con il cuore e l'anima.
Nel giorno più importante della sua carriera sportiva, il fuoriclasse di Belgrado si scopre improvvisamente vulnerabile, umano e amato. Nell'impossibilità di completare il Grande Slam con il 28esimo successo su 28 nei major - impresa che in unico anno solare resta così ancorata a Rod Laver (1969) nel panorama maschile e a Margaret Court (1970) e Steffi Graf (1988, Golden Slam) nel femminile in Era Open - il serbo vive un paradosso.

Roger Federer, Novak Djokovic, Rafael Nadal

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Il pubblico dell'Arthur Ashe lo acclama, lo spinge e arriva addirittura a fischiare e ricoprire di buu Daniil Medvedev per vedere l'eroe riscrivere la storia, per esserne testimone. Un eroe che fino al giorno prima era stato sempre il nemico, il terzo incomodo nell'eterna diatriba del GOAT e nel tifo incondizionato per Roger Federer e Rafa Nadal, i campioni arrivati prima ed eletti idoli delle masse.
Djokovic, abituato a lottare contro tutto e tutti, si ritrova d'un tratto non solo scarico fisicamente ma anche svuotato mentalmente, senza più quella cattiveria agonistica che l'ha sempre alimentato in anni di battaglie. Il suo pianto liberatorio prima dell'ultimo game tradisce la delusione per la sconfitta ma anche la gratitudine per ciò che ha sempre inseguito in tutta la sua vita.

Il pubblico lo acclama, Djokovic non riesce a trattenere le lacrime

Il serbo ottiene il consenso nella sconfitta e nella giornata più difficile da vivere sportivamente. Le lacrime in campo si sommano a quelle in conferenza stampa quando rivela di voler passare più tempo in famiglia con i suoi bambini.
In fondo, Roger Federer, apprezzato per la sua classe innata, è arrivato al cuore della gente passando anche da atroci sconfitte come l'ultimo atto degli Australian Open 2009 o la finale persa a Wimbledon da 8-7 40-15 nel quinto set proprio per mano del Djoker. I campioni vengono percepiti più vicini e più umani nelle sconfitte così come ogni bambino sogna di essere accettato.
Tutti sbagliamo e perfino i più forti possono cadere, non reggendo la pressione di fronte al traguardo. Novak Djokovic ha perso la partita più importante della sua carriera, ma ha finalmente guadagnato l'affetto della gente e questo forse lo aiuterà a trovare un po' di consolazione.

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