Qualcosa in più di un outsider. Per un milione di motivi. Matteo Berrettini si presenta a Wimbledon forte di uno status di assoluto protagonista nell’elite attuale del tennis mondiale. E poco importano i giochini sul ranking degli avversari incontrati fin qui nei tornei vinti. E’ vero, Matteo non ha certo sfidato i più forti del mondo, ma vincere non è mai ‘gratis’ e i numeri che contano, per Berrettini, sono altri. Partiamo dal primo, forse il più importante: 84. Come i giorni di inattività a cui Matteo era stato costretto dopo la piccola operazione chirurgica alla mano che di fatto gli era costata l’intera stagione sul rosso. Se vincere non è mai semplice, vincere al rientro lo è ancora meno. Ecco perché le due vittorie di Berrettini a Stoccarda e al Queen’s hanno un peso specifico differente, un qualcosa che va valutato al di là del ranking degli avversari incrociati.

Statistiche da leggenda

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E’ questo il dato più prezioso del rientro di Berrettini nel circuito, che ha così ripreso un cammino tutt’altro che banale nell’ottica di questa superficie. Se il romano si presenta a Wimbledon nel lotto dei principali favoriti per la vittoria finale, non è solo per quanto fatto lo scorso anno. Dal 2019 a oggi, Berrettini, sull’erba, ha perso 3 partite e ne ha vinte 32: la finale all’All England Club lo scorso anno, con Novak Djokovic; e l’ottavo di due anni prima allo stesso torneo, quando assaggiò la lezione di re Roger Federer. L’altra è una semifinale ad Halle nel 2019 con Goffin arrivata dopo una striscia di otto vittorie consecutive.

Una delle sole 3 sconfitte di Berrettini sull'erba dal 2019 a oggi: la lezione a Wimbledon '19 contro Federer

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E’ questa la dimensione di Matteo Berrettini su questa superficie: quella di un assoluto specialista. Ed è qui che intervengono altri numeri, se siete quel tipo di pubblico che alle immagini, alla realtà delle cose, vuole la controprova delle statistiche. Tra i più titolati sull’erba, dei tennisti in attività, solo le 4 leggende: Federer, Djokovic, Nadal e Murray. Proseguiamo? Proseguiamo. Per percentuale di vittorie su questa superficie, Berrettini al momento si mette dietro anche leggende assolute della disciplina: da Pete Sampras a Boris Becker. Chiaro, in questo caso sono statistiche da prendere con le molle vista la differente quantità di partite giocate in carriera, ma in qualche modo, anche questa, è un’indicazione interessante per inquadrare il livello di Matteo.

Non solo servizio e dritto

Un livello che sull’erba lo pone dentro questo gotha tennistico. Perché oltre a servizio e dritto c’è di più. Molto di più. E l’abbiamo visto nelle due settimane fin qui di tennis mostrato tra Stoccarda e Londra. C’è il back di rovescio, ad esempio. Fondamentale insidioso in entrambe le fasi. Berrettini ha dimostrato di saperlo utilizzare sia in fase difensiva, quanto di poterlo giocare molto basso e fastidioso anche in proiezione per la successiva discesa a rete. Già, perché il gioco di volo è diventata un'altra delle caratteristiche chiave di Matteo. La finale con Krajinovic ne è stato un evidente esempio. La sensibilità nei pressi del net è qualcosa che Berrettini ha migliorato tantissimo nel suo percorso di crescita; e contro il serbo non sono mancate volée in allungo, stop volley e recuperi sia sul lato del dritto che su quello del rovescio. Etichettare insomma Berrettini come un giocatore dal solo servizio e dritto, sarebbe ingeneroso oltre che scorretto. E’ l’arma principale, certo. Ma non c’è solo quello.
Per questo e per tutta la serie di risultati messi insieme con costanza da 3 anni a questa parte, Matteo Berrettini è il tennista n°1 d’Italia. Un giocatore che riesce a nascondere bene le debolezze in campo – il lato del rovescio resta inevitabilmente una di quelle – ma che sull’erba, proprio grazie allo slice basso e insidioso, si rende ancor meno vulnerabile. Un tennista la cui vera incognita è casomai legata alle condizioni fisiche. Il corpo di Berrettini resta infatti una macchina tirata quasi al limite e dove la minima frizione dentro gli ingranaggi rischia di far saltare la fuoriserie. Mettiamola così: un mezzo velocissimo, ma particolarmente delicato. Per questo la manutenzione resta una chiave fondamentale. Così come questa resta la chiave primaria nell’ottica di valutazione sul fronte Wimbledon. Ancor prima degli avversari – con cui Berrettini ha comunque dimostrato di potersela giocare sempre e comunque – serve che Matteo resti nell’identica condizione mostrata in queste due settimane tra Stoccarda e Londra. Sarà quella la discriminante primaria per l’All England Club e per provare a bissare – e perché no a migliorare – quella storica finale raggiunta la scorso anno, quando diventò il primo italiano in 144 anni di storia del torneo, a spingersi fino all’ultima partita della seconda domenica.
Il resto sono chiacchiere da bar. Comprensibili, se si parla di gusto. Decisamente meno, se si discute di valore. Con 7 finali ATP vinte in carriera sulle 10 disputate, Matteo Berrettini non è argomento di discussione. Testa e tennis, sono quelli di un top.

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