I colleghi di Eurosport Spagna hanno realizzato una lunga intervista a Carlos Moya, ex n°1 del mondo e attuale coach di Rafael Nadal. Tantissimi, davvero, i temi toccati durante la chiacchiera con Moya. Ne abbiamo ripresi buona parte qui sotto, dove riportiamo i punti chiave dell’intervista. Dal 14° titolo al Roland Garros al prossimo Wimbledon fino al tema caldo del coaching, novità comunicata proprio ieri dall’ATP.

Cos'ha di unico l’ultimo Roland Garros per Rafa?

A parte la pandemia del 2020, è stato il primo anno in cui Rafa è arrivato al Roland-Garros senza aver vinto un precedente torneo sulla terra battuta. Non aveva mai faticato così sulla terra e arrivava da una stagione con un infortunio importante come quello alle costole a Indian Wells. A Madrid perde ai quarti, a Roma una debacle con Shapovalov, non sapevamo come sarebbe arrivato a Parigi. E’ questo ciò che la rende speciale: non eravamo certi di nulla.
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Però ci è riuscito ancora una volta

Dico sempre la stessa cosa: è Rafa Nadal. Nonostante le avversità che gli si presentano, trova sempre un modo per superarle e andare avanti. Questa volta abbiamo avuto una situazione borderline, totalmente, ma non ho mai avuto la sensazione che potesse giocare la sua ultima partita al Roland Garros. Detto questo, non si sa mai cosa può succedere in un anno, è un giocatore di 36 anni, da qui al prossimo Roland-Garros possono succedere tante cose.

Qual è stato il momento più critico?

Dopo aver battuto Moutet al secondo turno, la partita è finita e lui non riusciva a camminare. Il giorno successivo avevamo un campo d’allenamento prenotato alle 12:00, ma abbiamo continuato a rimandare e rimandare fino a quando non ci siamo allenati per 20 minuti alle 18:00. A Rafa questo non piace: ha bisogno di allenarsi per almeno un'ora nel giorno di riposo negli Slam. Nel terzo turno, contro Van de Zandschulp, nessuno di noi sapeva se il piede avrebbe resistito o meno, quello che non mi ha mai preoccupato è stato il suo livello. Rafa può sempre usare i primi 2-3 turni del Roland Garros per cercare la fiducia giusta, l'unica cosa che mi preoccupava era il piede.

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Vincere 22 Slam è fantastico, ma mi sembra molto più 'disumano' vincere il Roland Garros 14 volte

Sono d'accordo. In questo momento, avere 22 titoli del Grande Slam è impressionante, ma vincere il Roland-Garros 14 volte, lo stesso torneo del Grande Slam... dove ha perso solo tre partite in tutta la carriera! Il record di 22 può essere battuto, Djokovic è un candidato forte, ma penso che sarà impossibile per vedere qualcuno che rivincerà lo stesso torneo così tante volte.

Adesso Wimbledon, come la vedi?

Abbiamo avuto una settimana di allenamento abbastanza buona a Maiorca, anche se l'erba qui è un po' diversa da quella di Londra, forse è per questo che gli ci vuole un po' per adattarsi all'erba in Inghilterra. In questo momento l'importante è che passi del tempo in campo e che il suo piede stia bene, piano piano aumenterà il ritmo. Speriamo che il sorteggio sia favorevole, soprattutto nelle prime partite.

Rafa non vince Wimbledon dal 2010...

Rafa vuole fare bene sempre, ovunque, la sua motivazione è al di sopra di qualsiasi torneo. È chiaro che Wimbledon è un torneo feticcio per lui, l'ha vinto due volte e ha raggiunto cinque finali di fila. Le ultime due volte che ha giocato lì ha fatto le semifinali, si adatta perfettamente all'erba. Sa benissimo che può giocare bene, per me punterà a vincere.

Rafael Nadal a Wimbledon 2010

Credit Foto PA Sport

Pensi possa fare il Grande Slam?

È un obiettivo realistico, è l'unico che può raggiungerlo quest'anno. È la prima volta che si trova in questa posizione nella sua carriera, ma lo vediamo comunque come qualcosa di ancora molto lontano, siamo solo a metà cammino. Insomma, al momento non è una cosa su cui perderci il sonno. Un passo alla volta, piano piano, non è qualcosa di cui parliamo, non è un obiettivo primario, però non ci si arrende di certo.

E la paternità? Può essere una distrazione?

Ai miei tempi quasi nessuno viaggiava con i propri figli, è anche vero che come tennisti andavamo in pensione a 30-32 anni per mettere su famiglia. Ora tutto è molto più dilatato. Ecco perché molti viaggiano con i propri figli. Non credo che questo argomento sarà quello che lo porterà via dal mondo del tennis, anzi sarà una motivazione in più. Ama stare in famiglia, ama i bambini, anche se sono sicuro che all'inizio gli mancherà molto quando dovrà viaggiare.

L'ultima ora mi obbliga a chiederti del coaching, che ne pensi?

Non sono molto favorevole al coaching. Ciò che rende il tennis uno sport speciale è che è l'unico sport in cui sei solo contro un altro senza l'aiuto di nessuno. Nel resto degli sport hai qualche tipo di “aiuto”, sia con la presenza del tuo allenatore, attraverso la radio nei motori, con il caddy con il golf, qualunque cosa. Quella battaglia “in solitario” è tipica del tennista, con i battiti cardiaci a 180 e 20 secondi tra un punto e l’altro per pensare alla tattica corretta, alla giocata giusta. E’ li che scopri la qualità di ogni giocatore.

Cosa c'è di negativo nel coaching?

Per me è fondamentale che il giocatore pensi da solo, il lavoro dell'allenatore è già fatto. È come un esame, l'insegnante può aiutarti, ma una volta iniziato l'esame sei da solo. Il lavoro dell'allenatore va fatto prima della partita, il giocatore deve a quel punto conoscere tutte le variabili possibili, perché poi succederanno cose che sicuramente non erano nel copione che hai studiato. E’ lì il grande fascino. In questo senso, sono totalmente contrario al coaching.

Ma il coaching è qualcosa che c’è già, così almeno si regolamenta

Forse è il primo passo per poi cercare un cambiamento più importante. Lascerei tutto così com'è, il bello del tennis è la battaglia in solitaria con il tuo rivale, che mostra quanto sei intelligente e quanto è bravo ogni singolo individuo.

Cosa ne pensa lo spogliatoio?

C'è un po' di tutto. Vediamo, sì, riconosco che avrà un impatto a livello di telespettatori, lo abbiamo già visto quando è stato fatto in WTA, con l'allenatore che scendeva in campo e parlava con il giocatore. Capisco che potrebbe esserci un certo interesse da parte dello spettatore a sapere cosa sta succedendo, cosa sta dicendo loro e poi vedere se ha cambiato effettivamente il gioco in campo. Rispetto questo punto di vista, ma la mia posizione è chiara: sono contrario.
A questo link il testo all'intervista completa di Eurosport Spagna (in spagnolo, ovviamente).

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