E Djokovic, che fine ha fatto? Dal 31 maggio, giorno della sconfitta ai quarti di finale del Roland Garros contro Rafael Nadal, il serbo è completamente sparito dai radar. Sul campo, nessun torneo di preparazione alla stagione sull’erba. Così come sui social, dove ad esclusione di un post dedicato al compleanno della moglie Jelena, è in sostanza sparito.
Non è una novità assoluta della sua carriera. Anzi. Il ko con Rafa a Parigi ha evidentemente segnato il serbo, costretto alla presa di coscienza – l’ennesima – di un tifo a senso unico schierato nella quasi totalità contro di lui. Un leitmotif della carriera di Nole, che abbandonando lo Chatrier sconfitto da Nadal non muoveva un singolo muscolo all’annuncio del suo nome in uscita dal campo. Finti, evidentemente, quegli applausi dal suo punto di vista. Da lì dritto in conferenza stampa. Poi, nessuna notizia.
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Novak Djokovic

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Non è la prima volta che Djokovic stacca totalmente dopo Parigi e decide di sparire dai radar. Solitamente fa ritorno nella sua terra, per ricaricarsi di energie mentali e fisiche. In passato non erano mancate le scalate a promontori ritenuti mistici nella sua Serbia. Processi necessari per tutta l’alimentazione di quella parte spirituale che è stata componente fondamentale dei suoi successi.
La differenza però, in questo strano 2022, è che il serbo continua ad aver giocato in sostanza pochissimo. E’ mancata l’Australia. E’ mancato lo swing americano. L’impatto iniziale con la terra è stato complicato (leggasi Monte Carlo) e solo a Roma, Djokovic, è riuscito ad arrivare in fondo e vincere. Non a caso il serbo è al momento n°9 della Race a 1970 punti. Sotto Andrey Rublev o Felix Auger-Aliassime, per intenderci. Una posizione abbastanza complicata anche a fronte di ciò che si prospetterà come un’estate calda dopo Wimbledon. Senza i punti dell’All England Club, qualsiasi sia lì il suo risultato, Djokovic si approccerebbe alla seconda parte di stagione con gli stessi identici problemi di inizio anno: il divieto di accesso negli Stati Uniti; e dunque senza 4000 potenziali punti da mettere in cascina tra Canada, Cincinnati e US Open. Una questione successiva comunque all’incognita Wimbledon, dove il serbo si presenta per tutti come l’uomo da battere, ma ancora una volta, quest’anno, senza reali test nelle gambe. La scelta di non giocare nemmeno un match sull’erba non è una novità. La prima volta ormai più di 10 anni fa, nel 2011, una stagione di gloria che si concluse con tre quarti di Grande Slam. Scelta poi ripetuta anche nel 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2019 e lo scorso anno, 2021. Tutte però stagioni in cui Djokovic aveva giocato tanto e arrivava da processi più “normali”, se così possiamo definirli.

Novak Djokovic a Wimbledon

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Ecco perché la posizione di questa stagione pare più delicata di quanto non sembri. Quando abbiamo ormai scollinato da più di un mese metà della stagione tennistica, Novak Djokovic ha giocato fin qui soltanto 22 partite. Mai così poche in carriera nei primi 6 mesi e mezzo dell’anno. Un punto che non può non essere considerato in ottica Wimbledon anche a fronte delle difficoltà mostrate dal serbo nei due match veramente da battaglia che si è trovato a giocare quest’anno: quello con Alcaraz a Madrid e quello con Nadal a Parigi, entrambi persi. Insomma, Nole resta il favorito n°1 per addetti ai lavori e per il termometro ancor più affidabile dei bookmakers. Eppure, la sensazione di fondo, al netto di tutto, è che questo Wimbledon, per lui, sia più complicato di quanto non possa sembrare di prima apparenza. Al campo, come sempre, il compito della sentenza.

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