La stagione agonistica del triathlon, davvero ridotta all’osso in questo tribolatissimo 2020, ha ufficialmente lasciato calare il sipario su di sé. Le poche gare disputate hanno permesso agli atleti di tornare a riprovare quantomeno le emozioni della competizione e dello sforzo fisico, ma è stato tutto troppo breve per avere risposte più chiare sia per quel che riguarda il presente, sia in ottica futura. L’attenzione di tutti, ovviamente, è concentrata sui Giochi Olimpici di Tokyo 2021, con la kermesse a Cinque Cerchi che vedrà la squadra azzurra all’opera e pronta a vendere cara la pelle contro rivali sempre temibilissimi. Tra i nostri alfieri cercherà di non mancare all’appuntamento Alessandro Fabian che farà di tutto per migliorare le prestazioni di Londra 2012 (decimo) e Rio de Janeiro 2016 (quattordicesimo). Proviamo, quindi, a fare un po' il punto della situazione con il triatleta padovano classe 1988.
Per prima cosa Alessandro, come stai vivendo questo momento nuovamente molto delicato a livello italiano e globale?
“Per ora direi che tutto va bene, mi sto godendo un paio di settimane di riposo prima di rimettermi a fare sul serio. Visto il periodo attuale posso dire che la mia situazione personale e quella della mia famiglia sia tranquilla, per cui bene così in un anno davvero difficile”.
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Questo 2020 sarà ricordato come uno dei più complicati di sempre, anche a livello sportivo, per le ragioni che ben conosciamo. Che idea ti sei fatto?
“Io lo definirei con connotazioni non del tutto negative, anzi direi che si tratta di un anno sorprendente”.
In che senso?
“Diciamo che, senza dubbio, ha cambiato tutto e ridimensionato il concetto di controllo che avevamo. Pensavamo di poter fare tante cose, avevamo idee su altre, ma questi mesi hanno decisamente modificato il nostro modo di vivere”.
Proviamo a passare al lato sportivo. Come avete vissuto il ritorno alle gare, seppure per un brevissimo spezzone di questa annata?
“Dal punto di vista agonistico tutto è stato tremendamente complicato. Vi racconto un aneddoto. Ultima gara stagionale a Valencia (tappa della World Cup su distanza sprint disputata il 7 novembre, ndr). Come sempre dovevamo rispettare il protocollo canonico. Tampone prima di partire per la Spagna e, quindi, uno in loco. Per l’occasione, tuttavia, avevano deciso di fare il controllo al momento della consegna dei pacchi-gara. In teoria doveva svolgersi il giovedì sera ma, visto il meteo disastroso di quella giornata, gli organizzatori hanno deciso di rinviare al giorno successivo. Mi presento, mi effettuano il test sierologico e mi comunicano la positività. Io rimango stupefatto, dato che due giorni prima ero risultato negativo al tampone, ma nonostante tutto mi adeguo. Mi isolo in camera in attesa del risultato, che sarebbe quindi stato comunicato nell’imminenza della gara del sabato. Per fortuna l’esito non solo è arrivato in tempo, ma mi ha anche confermato la negatività. Questo era, per così dire, il clima nel quale dovevamo prepararci alle gare”.
A livello mentale, dunque, siete stati chiamati ad uno sforzo massimale?
“Devo ammettere che non è stato per niente facile. Per atleti come noi, per i quali l’aspetto psicologico rappresenta un po’ il motore di tutto, non si può certo parlare di condizioni ideali. Non era affatto semplice riuscire a trovare la concentrazione ed a mantenerla lungo tutto il corso della gara. Però, come dire, non si poteva fare altrimenti. Dovevi fare emergere anche il tuo istinto di sopravvivenza per dare il proprio meglio. Sicuramente noi atleti più esperti possiamo avere sofferto in maniera maggiore da questo punto di vista, mentre i rivali più giovani penso abbiano pagato meno dazio. Dopotutto per loro un anno in più non si fa sentire troppo a livello fisico”.
Come hai cercato di svolgere la tua preparazione da questo punto di vista?
“Ho scelto di lavorare soprattutto su questi aspetti mentali, ovvero sulle mie debolezze. Non è davvero scontato ripartire ogni anno con la medesima voglia di allenarsi e faticare, per cui gli stimoli vanno trovati sempre e comunque. Da questo punto di vista, tuttavia, non ho certo bisogno di essere spronato (sorride, ndr)”.
Dopo una sosta forzata davvero lunghissima, come avete vissuto il ritorno alle gare dal punto di vista fisico?
“Sotto questo aspetto posso tranquillamente dire che le gare disputate in questo finale di 2020 non hanno certo potuto portarmi al top della condizione. Il mio massimo livello è rimasto lontano, anche perché avevo alle spalle sostanzialmente un anno senza gare, per cui un break simile è risultato pesantissimo. A me piace sempre guardare il bicchiere mezzo pieno, per cui preferisco pensare ‘meglio questa manciata di gare piuttosto che rimanere fermi’. I risultati sono anche tutto sommato stati positivi (diciannovesimo a Valencia e Arzachena, tredicesimo a Karlovy Vary e decimo ad Amburgo, ndr) per cui bene così”.
Ad ogni modo, rimettersi in competizione è stato un primo modo per tornare alla normalità?
“Penso che io, come tutti gli altri, avessi bisogno di quella botta di adrenalina che ti dà la gara. Va bene allenarsi nel migliore dei modi possibile, come abbiamo sempre provato a fare, ma le sensazioni che ti danno le sfide con gli avversari sono impagabili. Dopotutto noi atleti viviamo di quello, e ce ne nutriamo per dare il nostro massimo volta dopo volta”.
A questo punto il 2020 viene ufficialmente messo in archivio e si passa al 2021. Come te lo immagini?
“Penso che partirà in maniera abbastanza normale, con un calendario più o meno regolare. Spero che, nonostante tutto, la Federazione Internazionale si muova per tempo e possa organizzare tutto nei minimi dettagli e ci proponga un regolamento standard per gareggiare. So che non sarà semplice, dato che dovranno ragionare su tempistiche, spostamenti, questione tamponi e quarantene nazione per nazione, per cui dovranno lavorare in maniera davvero capillare”.
Tutto, ovviamente, sarà puntato su Tokyo 2021.
“Io tengo le dita incrociate ovviamente, ma dopo quello che è successo in questo 2020 non ha più senso fare previsioni a lungo termine. Speriamo che tutto possa andare nel verso giusto e che il Comitato Organizzatore riesca a risolvere ogni questione. Noi, ovviamente, non vediamo l’ora di volare in Giappone per gareggiare, ma la situazione globale è davvero complicata. Analizzando tutto credo che cercheranno in tutti i modi di far sì che le Olimpiadi si disputino nel 2021, anche con l’estrema decisione di far svolgere le gare a porte chiuse, altrimenti anche dal punto di vista economico sarebbe un disastro”.
Anche nel tuo caso si potrebbe dire che una ennesima cancellazione sarebbe una vera e propria “mazzata” non di poco conto?
“Egoisticamente parlando spero che i Giochi si disputino, sia per la voglia di prendere parte ad un’altra Olimpiade, sia perché, se saltassero anche nel 2021, a quel punto si passerebbe direttamente a Parigi 2024, e per un’atleta non più giovanissimo come il sottoscritto non sarebbe certo una bella notizia. A quel punto avrei 36 anni, dopotutto. Si potrebbe fare, certo, ma un anno in più si fa sempre sentire, e trovare le motivazioni giuste nelle stagioni che intercorrono non sarebbe semplice”.
Torniamo al presente ed ai prossimi mesi. Quali sono i tuoi programmi in vista della prossima stagione?
“Come detto per il momento mi godo due settimane di stacco, poi da fine novembre tornerò a fare sul serio. La preparazione invernale la disputerò come sempre in Spagna, anche se non penso a Fuerteventura come successo negli ultimi anni. Passando al 2021 le prime gare le dovremmo affrontare ad occhio e croce nel mese di marzo, quando scatterà anche il percorso di qualificazione olimpico che si svilupperà sino alla fine di maggio. A quel punto, se tutto andrà bene, inizierò a pensare davvero a Tokyo ma, ovviamente, c’è ancora tempo. In questi periodi, come si è visto, è meglio badare al sodo…”.
alessandro.passanti@oasport.it
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